<i>The Program</i>: il film che prova a raccontare le bugie di Lance Armstrong

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La storia della più grande truffa sportiva, probabilmente, di tutti i tempi. Per tanti motivi: Lance Armostrong era, ed è tutt’ora, il simbolo di oltre un lustro di ciclismo, il simbolo della lotta contro il cancro. Ma anche il simbolo del doping e di un sistema, o meglio di un programma, rappresentato nel film ‘The Program’ di Stephen Frears nelle sale in questi giorni.

Non un film prettamente biografico. Troppi buchi, troppi vuoti lasciati volontariamente dalla sceneggiatura e dalla regia. Un film che racconta Armstrong nella sua interezza, ma senza affossarsi sulla necessità di rappresentare in toto la vita e la carriera dello statunitense. All’appello mancano la vittoria ai Mondiali nel 1993, mancano gli avversari, da Pantani ad Ullrich, mai nemmeno citati nell’arco della storia. Quello che emerge è il racconto di un uomo solo con se stesso di fronte alla necessità incontrollabile di vincere.

Il texano dagli occhi di ghiaccio, disposto a tutto. Incapace di perdere, anche contro il tumore al testicolo. La caduta e il ritorno, la resurrezione. E le vittorie, in fila. I sette Tour, dal primo raccontato con più enfasi agli ultimi, che diventano una semplice carrellata di immagini. Lance non si può fermare. Ci prova, qualcuno, ma in gruppo è sempre lui a dettare legge.

L’unica voce che veramente, nel film, risulta fuori dal coro è quella di David Walsh, autore del libro ‘Seven Deadly Sins’ cui si ispira il film. Cerca, scava, indaga, fino a quando il sistema viene rovesciato. Il domino senza fine di bugie crolla inesorabilmente, una tessera dopo l’altra. Si passa rapidamente dai successi e dal rientro alle corse alla celebre ammissione in diretta televisiva. Filo conduttore della storia Johan Bruyneel e il Dottor Michele Ferrari, fulcro di un sistema marcio fino all’UCI, inquadrata come abile truffatrice che ha protetto il proprio campione in nome del proprio sport, passando sopra tutti i dettami etico-sportivi come un carro armato. Tra i corridori, ha un ruolo di spicco Floyd Landis, che con la sua deposizione minerà alla base il castello di sabbia costruito dalla US Postal di quegli anni.

La storia non è nuova, è conosciuta. Come detto, è riadattata. È un film cui si mescolano immagini di repertorio e interpretazioni di livello (con Ben Foster che per calarsi nella parte è arrivato addirittura a fare uso di sostanze dopanti sotto il controllo medico), con ottime ricostruzioni storiche che fanno piacere anche agli appassionati. C’è tanto doping, tanto imbroglio, tanto male, sportivamente parlando. Sacche e aghi all’ordine del giorno, che pur non essendo una sorpresa impressionano per costanza e quantità con cui vengono raffigurati. Il modo migliore per rendersi conto che esiste anche nel è guardarlo in faccia, anche solo attraverso un film.

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gianluca.santo@oasport.it

Twitter: Santo_Gianluca

Foto: Bjarte Hetland – Own work

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