Atletica, doping: non solo Russia. Nel mirino anche quattro italiani

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Alex Schwazer


Le rivelazioni del quotidiano L’Équipe e della televisione tedesca ARD hanno gettato nello scompiglio il mondo dell’atletica russa, accusando il Paese più esteso del mondo di essere la sede di un’enorme rete di doping, assimilabile quasi ad un doping di stato. Se sparare a zero su un obiettivo facile come la tanto discussa Russia, già nel passato recente al centro di numerosi scandali sportivi, era quasi scontato, un’altra emittente teutonica, la WDR, ha rivelato che la IAAF avrebbe coperto circa 150 atleti tra il 2006 ed il 2008, mantenendo nascosti i risultati di alcuni test risultati come “sospetti” o “fortemente sospetti”.

All’interno di questo elenco non ci sarebbero solamente russi: secondo le indiscrezioni, infatti, sarebbero coinvolti molti campioni olimpici provenienti da Kenya, Marocco, Germania, SpagnaRegno Unito ed Italia, nonché alcuni rappresentanti di Ucraina, Grecia e Bulgaria. Gli atleti di cui sopra dovrebbero essere per la maggior parte specialisti del mezzofondo, della maratona e della marcia.  Diverse fonti affermano che gli sportivi italiani facenti parte della lista sarebbero quattro, di cui due già coinvolti in vicende riguardanti l’uso di Epo,

Quando alla Gran Bretagna, la stampa d’oltremanica ha rivelato che sarebbe coinvolto uno degli atleti più in voga negli ultimi tempi, senza però rivelarne il nome, e che in totale sarebbero tre i rappresentanti della Union Jack nel mirino degli investigatori. A chiamarsi immediatamente fuori è stata Paula Radcliffe, campionessa mondiale di maratona nel 2005, che anzi ha voluto esprimere la propria opinione in favore della radiazione per gli atleti pescati positivi. Per la cronaca, ricordiamo che ai Giochi Olimpici del 2008 uno dei casi più discussi fu quello di Christine Ohuruogu, che vinse la gara dei 400 metri dopo essere tornata da una squalifica per aver saltato tre controlli antidoping. La britannica si era imposta già l’anno precedente ai Mondiali di Osaka.

La IAAF si è difesa facendo notare che all’epoca ancora non era stato adottato il passaporto biologico, fatto che rendeva più difficile l’interpretazione di alcuni risultati “anomali”. La Federazione Internazionale ha comunque messo in piedi una commissione incaricata di indagare sull’accaduto, così come farà l’Agenzia Mondiale Antidoping (WADA) intenzionata a far luce su ciò che è accaduto nel biennio che ha portato alle Olimpiadi di Pechino.

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giulio.chinappi@olimpiazzurra.com

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