Storia delle Olimpiadi: Abebe Bikila. La guardia del corpo di Selassié che vinse, scalzo, la maratona di Roma 1960

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Il nome è Bikila ed il cognome è Abebe, ma la regola locale per la quale viene citato prima il cognome e poi il nome farà entrare questo personaggio nei libri di storia sportiva (e non solo) come Abebe Bikila. Agente di polizia e guardia del corpo personale dell’imperatore Hailé Selassié, Abebe Bikila nacque nel villaggio Amhara di Jato, in Etiopia, il 7 agosto 1932. Quel giorno, nella lontanissima (in tutti i sensi) Los Angeles, si svolgeva la maratona olimpica e non vi erano africani in gara…

Ai Giochi della XVII Olimpiade, svoltisi a Roma nel 1960, Bikila corse e vinse la maratona senza scarpe, poiché quelle fornite dallo sponsor tecnico non gli calzavano comodamente, così due ore prima della gara decise, secondo una precisa “scelta tecnica” concordata con il suo allenatore – lo svedese di origine finlandese Onni Niskanen – di correre scalzo. E pensare che Bikila si ritrovò a far parte della nazionale olimpica etiope come sostituto di Wami Biratu, infortunatosi poco prima della partenza per l’Italia durante una partita di calcio. Egli aveva iniziato con l’atletica agonistica solo quattro anni prima.

Il percorso della maratona di Roma superò ogni consuetudine, infatti gli organizzatori fissarono la partenza ai piedi della grande scalea del Campidoglio e l’arrivo sotto l’Arco di Costantino: era la prima volta dal 1896 che la maratona olimpica non terminava nello stadio olimpico. Alla vigilia della gara erano pochissimi quelli che annoveravano Abebe Bikila tra i favoriti, nonostante l’etiope avesse fatto segnare un tempo notevole nei giorni precedenti.

10 settembre 1960, partenza ore 17:30. Con indosso la maglia verde numero 11, Bikila ingaggiò da subito una sfida contro…un fantasma in carne ed ossa! Abebe intendeva tenere d’occhio il concorrente numero 26, il marocchino Rhadi Ben Abdesselam, che invece partì con il pettorale 185. Colui che divenne “il maratoneta scalzo” per antonomasia rimase nel gruppo di testa per tutta la gara, non vedendo mai l’avversario più temuto e pensando che questi fosse più avanti. In realtà, anche il marocchino fece sempre parte del gruppo di testa e fu colui che riuscì a resistergli più degli altri, ma l’etiope non lo sapeva…

Alla fine della faticosa “rincorsa”, tagliò il traguardo da vincitore solitario, estasiato dalle bellezze della Città Eterna, ormai avvolta dall’oscurità artificialmente addolcita. Conquistando la prima medaglia d’oro per il continente africano alle Olimpiadi, Bikila divenne ben presto il simbolo dell’Africa che si liberava dal secolare colonialismo europeo. E’ impossibile chiamarli solo “Giochi”…

Quattro anni dopo, Bikila si presentò in condizioni di forma peggiori alle Olimpiadi di Tokyo 1964. Era stato operato di appendicite sei settimane prima della gara e perse tempo prezioso da dedicare agli allenamenti. In quella occasione gareggiò con le scarpe, e vinse nuovamente, stabilendo anche il miglior tempo mondiale sulla distanza. Bikila divenne il primo Campione Olimpico a bissare la vittoria nella maratona (impresa riuscita nel 1976-1980 anche al “discussissimo” tedesco orientale Waldemar Cierpinski).

Città del Messico, il trentaseienne etiope dovette fronteggiare diversi handicap, legati all’altitudine, agli infortuni e in generale all’età ormai avanzata: si ritirerà dalla gara prima di raggiungere il traguardo. L’anno seguente, nel 1969, rimase vittima di un incidente automobilistico nei pressi di Addis Abeba e rimase paralizzato dal torace in giù; impossibilitato nell’uso degli arti inferiori, e avendo sempre amato praticare sport alternativi all’atletica come calcio, tennis e pallacanestro, non perse comunque la voglia e la forza per continuare a gareggiare: nel tiro con l’arco, nel ping pong e perfino in una corsa di slitte, in Norvegia.

Abebe Bikila morirà a causa di un’emorragia cerebrale ad appena quarantuno anni, il 25 ottobre 1973. In carriera corse quindici maratone, vincendone dodici (due ritiri e un quinto posto a Boston, nel maggio 1963). In suo onore è stato dedicato lo stadio nazionale di Addis Abeba; a testimonianza del grande significato simbolico delle imprese di Abebe Bikila, sulla sua lapide sita nel cimitero di Addis Abeba, dov’è sepolto, le incisioni sono state scritte in tre lingue, amarico, italiano e giapponese. A Ladispoli, il 19 marzo 2010, è stato intitolato all’atleta un ponte pedonale, la città di Roma, il 10 settembre dello stesso anno (cinquantenario dell’impresa olimpica), gli ha dedicato una targa commemorativa, di fronte all’ingresso del Palatino, proprio lungo quelle strade che lo hanno condotto, per mano, verso l’immortalità…

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giuseppe.urbano@oasport.it

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