Storia delle Olimpiadi: Ugo Frigerio, il ‘Fanciullo di Anversa’. Il predestinato della marcia italiana

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Ugo Frigerio è stata la prima stella della marcia italiana. Nella sua sfolgorante carriera ha vinto tre ori e un bronzo alle Olimpiadi. La sua prima vittoria in una competizione agonistica la centrò nel 1918, ad appena 17 anni, l’anno dopo era già Campione Italiano della 10 km, titolo che conservò da imbattuto fino al 1924 e che rivinse nel 1931. Semplicemente, un predestinato.

Ai Giochi di Anversa del 1920 e a quelli di Parigi del 1924, il milanese conquistò tutti gli ori in palio per la marcia. Nel 1928, ad Amsterdam, la marcia fu esclusa dal programma olimpico, quindi egli decise di abbandonare momentaneamente le gare ufficiali per rientrare in occasione di Los Angeles ‘32, dove conquistò (a 31 anni, che non hanno lo stesso “valore anagrafico” dei 31 anni di oggi, sia chiaro…) la medaglia di bronzo nella 50 km, distanza che fece il suo esordio a cinque cerchi proprio in quell’occasione.

Ma torniamo agli albori del mito della marcia italiana. In quegli anni, l’atletica leggera azzurra iniziò ad imporsi nelle specialità “povere, proletarie”, quelle che richiedevano grande pazienza ed immani sacrifici, capacità di soffrire su strade polverose e spesso sconnesse. E l’apprendista tipografo diciannovenne Ugo Frigerio si impose all’attenzione degli sportivi di tutto il mondo alle Olimpiadi belghe, con il suo irresistibile passo anchilosato, berrettino bianco in testa e processione di biciclette guidate da ragazzini curiosi al seguito.

 

 

 

 

 

A quelle lontane Olimpiadi del 1920, Frigerio si aggiudicò la vittoria in entrambe le gare di marcia in programma, i tre e i dieci chilometri. Un autentico trionfo. E pensare che l’allenatore Platt Adams (avallato da una poco lungimirante Federazione, ndr) non era molto convinto delle sue possibilità, tanto che nelle batterie della 10 km gli aveva raccomandato di fare la sua corsa sull’americano Pearman e sull’australiano Parker, ben più quotati e smaliziati di quello che sarebbe poi passato alla storia con l’epiteto di “Fanciullo di Anversa”.

Tuttavia, l’irriverente ragazzetto pensò bene che il miglior modo per tenerli dietro era corrergli davanti subito: tagliò così il traguardo in solitaria, fissando gli occhi increduli di mister Adams. In finale, la storia (bella ai limiti dell’incredibile) si ripeté. Fu solo un po’ più sudata la vittoria, perché l’inglese Gunn, prima, e Pearman, poi, risposero ad ogni scatto di Frigerio, impedendogli di fatto la fuga solinga. Alla fine, dovettero arrendersi comunque tutti al ritmo indiavolato del giovane tipografo milanese che “stampò” a caratteri cubitali una pagina indimenticabile di storia sportiva universale.

Nella 3 km, invece, il rivale più agguerrito di Frigerio fu il suddetto australiano Parker, fisicamente imponente rispetto al Nostro, quel giorno pallido come un cencio lavato. Motivo? Avevano dovuto estrargli un dente che gli faceva un gran male e continuava a tormentarlo anche in gara. Ma la mossa letale fu la stessa esibita sulla distanza più lunga: uno, due, tre scatti e allungo decisivo, con il diretto avversario rosso in viso per la fatica e la stizza. All’arrivo, fu stretto in un grande abbraccio azzurro, ma il “Fanciullo di Anversa” chiese immediatamente di essere portato da un buon dentista, visto che quello del giorno precedente gli aveva estratto un dente sano!

Quattro anni dopo, a Parigi, i tremila metri furono eliminati, dunque Frigerio poté confermarsi Campione Olimpico solo sui diecimila. Nel 1925 fu protagonista assoluto di una tournée negli Stati Uniti: stabilì ben sei record del mondo al coperto (però, all’epoca, i primati indoor non erano ancora registrati ufficialmente).

Con lo schermidore Edoardo Mangiarotti, lo sciatore Gustav Thöni e lo slittinista Paul Hildgartner, Ugo Frigerio ha avuto l’onore di essere scelto per due volte come portabandiera dell’Italia nella cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici, nel 1924 a Parigi e nel 1932 a Los Angeles.

Il padre putativo della straordinaria tradizione azzurra nella marcia era solito tagliare il traguardo al grido «Viva l’Italia!», abitudine a cui teneva in particolar modo legarsi nelle numerose apparizioni agonistiche all’estero. Morì nel 1968 a 66 anni e, da allora, tutti gli appassionati di marcia, atletica, sport, storia non hanno mai smesso di urlare al cielo «Viva Frigerio!».

 

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giuseppe.urbano@oasport.it

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