Boxe: follia AIBA, i migliori professionisti a Rio 2016?

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Un’idea quanto meno balzana sta frullando in queste ore nelle teste dei dirigenti dell’AIBA: quella di portare ai Giochi Olimpici 2016 i migliori pugili professionisti al mondo. A confermarlo è stato il presidente della federazione internazionale del pugilato amatoriale, il taiwanese Wu Ching-Kuo: “Vogliamo che i migliori pugili partecipino ai Giochi Olimpici. Per il settantesimo anniversario dell’AIBA, vogliamo che qualcosa cambi, e non fra quattro anni, besì ora“, ha dichiarato il dirigente. “La politica del CIO è quella di avere i migliori atleti alle Olimpiadi, e l’AIBA è probabilmente l’unica federazione internazionale senza professionisti alle Olimpiadi. Abbiamo già i nostri professionisti, provenienti dell’APB e dalle WSB, ma andremo oltre“.

A coloro che gli hanno fatto notare che le qualificazioni olimpiche sono già in pieno svolgimento, e che questo significherebbe dover cambiare i regolamenti in corso d’opera, Wu risponde: “Secondo le nostre regole, è assolutamente possibile“. Ma, al di là delle parole del presidente AIBA, è davvero possibile che pugili come Deontay Wilder, Tyson Fury, Gennady Golovkin, Wladimir Klitschko, o ancora Floyd Mayweather e Manny Pacquiao decidano di partecipare a Rio 2016? Molte federazioni nazionali, come quella britannica e quella irlandese, hanno già fatto sapere che non sarebbero intenzionate a schierare i professionisti anche se questo fosse possibile, anche perché ciò significherebbe lasciare a piedi gli atleti sui quali hanno puntato in questi ultimi quattro anni.

In questo momento in cui il mondo della boxe sembra prendere decisioni sine grano salis, le parole più sensate sono state pronunciate sulle pagine del giornale The Guardian da barry McGuigan, ex campione mondiale WBA dei pesi piuma come “pro” e medagliato ai Giochi del Commonwealth del 1978 come dilettante: “Come si può pretendere che un pugile abituato a combattere dodici riprese da tre minuti possa combattere in un match da tre riprese di tre minuti, che equivale ad uno sprint. Sembra quanto meno bizzarro. Non vedo come possa funzionare nella pratica“.  Sarebbe come chiedere ad un maratoneta di disputare i 100 metri, senza tenere conto che cambiare le regole in corso d’opera non è mai una mossa corretta, soprattutto nei confronti di quegli atleti che rincorrono il sogno olimpico da quattro anni (magari rinunciando a passare “pro”). 

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Immagine: Valerio Origo

giulio.chinappi@oasport.it

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