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Olimpiadi Invernali: tutte le medaglie vinte dall’Italia
Dal 1924 l’Italia non ha mai saltato un appuntamento. Essere parte delle Olimpiadi Invernali è sempre stato il minimo per una nazione sportiva come la nostra, costruendo un patrimonio di avvenimenti e storie che tutt’ora fanno parte della nostra memoria.
L’Italia non ha solo partecipato a tutte le edizioni, ma ha anche costruito un medagliere importante popolato da 42 ori, 43 argenti, 56 bronzi, 141 medaglie totali. In questo approfondimento andremo a scoprire quali sono le prestazioni e le storie che hanno segnato questo forbito bilancio..
Nino Bibbia e il primo oro olimpico invernale
Non si può iniziare questa rassegna senza citare colui che per la prima volta ha conquistato il primo oro della storia italiana su ghiaccio e neve. Siamo nel 1948, in Italia si festeggia la programmazione delle prime elezioni politiche democratiche del dopoguerra che si sarebbero tenute ad Aprile. Nessuno si sarebbe mai aspettato di festeggiare anche il primo oro olimpico di un certo Nino Bibbia che conosce lo skeleton solo poco prima dei giochi. Di mestiere fruttivendolo, è uno svizzero di origine italiana e vive a St. Moriz. Le Olimpiadi Invernali si tengono proprio lì, St.Moritz 1948. La sua vittoria viene definita miracolo sportivo perché conquista la medaglia più importante su una delle piste più pericolose e tecniche del panorama sportivo di allora, la Cresta Run. Il suo talento naturale e la sua passione nata per caso bastano a sopravanzare due veterani del mestiere come lo statunitense, già argento olimpico del 1928, John Heaton e John Crammond che sulla pista che lui frequentava con assiduità vince il bronzo.
Cortina 1956 | Le olimpiadi invernali degli anni a seguire
Arriva l’anno delle Olimpiadi di Cortina. In totale ci sono 4 sport, 8 discipline e un totale di 22 eventi medaglia. L’Italia conquista il bottino più importante fino a quel momento con ben 2 medaglie d’oro e 2 bronzi.
Nel bob a quattro l’Italia parte con grandi aspettative nella neo costruita pista di casa. Il pubblico è in attesa sugli spalti e gli azzurri sanno che non potranno commettere errori per riuscire a vincere contro i maestri della disciplina, svizzeri e tedeschi. Nel bob, insieme a Renzo Alverà, Ulrico Girardi e Giovanni De Martin, c’è un certo Eugenio Monti che non si scompone nemmeno al traguardo quando il cronometro li laurea campioni olimpici. L’eroe nato a Dobbiaco, in Alto Adige, trovò a Cortina d’Ampezzo la sua patria sportiva, diventando il volto più iconico del bob italiano. Questo è il primo capitolo di una storia che dodici anni più tardi lo porterà a essere insignito della Medaglia Pierre de Coubertin, simbolo universale dello spirito olimpico, per il sostegno materiale fornito ad un altro equipaggio che vincerà l’oro proprio davanti a lui.
Il primo oro olimpico di quella spedizione azzurra, però, lo vincono sulla stessa pista Lamberto Dalla Costa e Giacomo Conti nel bob a due. Anche questa medaglia, insieme ai bronzi di Giuliano GIardini nello slalom speciale e nel gigante, consacra l’Italia tra i più importanti paesi di sport invernali e promuove il bel paese tra le mete sciistiche più ambite.
Anche a Grenoble 1968 l’Italia è capace di vincere e portare a casa altre medaglie, in particolare quattro sono gli ori conquistati. In due svetta il nome di Eugenio Monti, nel bob a due e nel bob a quattro, ma la novità di questa edizione è Franco Nones: e’ l’italiano il primo fondista non norvegese, svedese, finlandese o sovietivo a vincere una competizione olimpica e Franco riesce nella 30 km.
Calgary 1988 | L’era di Alberto Tomba
Se si chiedesse ad un Italiano chi è l’icona dello sci italiano nel mondo, colui che unisce preparazione tecnica e carisma, colui che ha saputo trasformare una gara olimpica in un evento mediatico e popolare, tutti risponderanno con un solo nome: Alberto Tomba. Il suo spettacolo inizia nella fredda Calgary 1988. Se nel budello del Canada Olympic Park 4 coraggiosi gamaicani tentavano una delle prime discese della vita, sulla neve del Nakiska Ski Resort un appena 21enne italiano si impone per distacco sugli avversari, in una gara di gigante che stupisce il mondo, fatta di gesti tecnici, potenza ed uno stile aggressivo nuovo per l’epoca. E’ il 23 febbraio 1988 e Alberto Tomba conquista il primo oro olimpico della sua carriera e sarà per gli spettatori il preludio di una storia lunga 10 anni fino al suo ritiro a Nagano 1998 con un bottino complessivo di 3 ori olimpici e 2 argenti.
Albertville 1992 | Ben arrivata Deborah Compagnoni
Le Olimpiadi Invernali del 1992 si svolgono ad Albertville, in Francia, e rappresentano un’edizione di passaggio, carica di significati sportivi e storici. Sono gli ultimi Giochi invernali disputati nello stesso anno delle Olimpiadi estive: dal 1994 in poi, il CIO sceglierà di separare i due eventi, inaugurando il nuovo ciclo quadriennale “sfalsato”.
Albertville 1992 è anche l’Olimpiade del cambiamento geopolitico. Per la prima volta dopo decenni non esiste più l’Unione Sovietica: al suo posto gareggia la Squadra Unificata, mentre la Germania si presenta finalmente riunificata. È un’edizione che riflette un mondo che sta cambiando, e lo fa anche attraverso lo sport.
Dal punto di vista italiano, non è un’Olimpiade da ricordare per gli ori, ma è comunque una spedizione solida e competitiva. L’Italia chiude con 14 medaglie complessive, di cui 4 ori:
Alberto Tomba si conferma il re dello slalom gigante e Josef Polig nella combinata, ma gli occhi sono puntati su di lei, che pochi mesi prima aveva conquistato il suo primo podio di Coppa del Mondo. E’ originaria di Bormio ed esordisce in supergigante vincendo sulla Piste du Corbey di Mèribel, davanti alla padrona di casa e Merle e la tedesca Seizinger. Albertville fu anche segnato da uno dei più gravi infortuni della sua carriera, tristemente noto al pubblico italiano che assistette incredulo dagli schermi televisivi ascoltando quel grido di dolore che entrò nella mente di tutti gli appassionati di sport dell’epoca. Deborah Compagnoni rimarrà la prima atleta ad aver vinto tre ori olimpici in tre edizioni consecutive dei Giochi.
Anche lo sci di fondo regalò un nome importante: Stefania Belmondo che primeggiò nella 30 km a tecnica classica.
Lillehammer 1994 | L’Italia batte la Norvegia in casa e conquista uno degli ori più leggendari dello sci di fondo
Non si può parlare di imprese azzurre senza tornare a Lillehammer 1994, nel cuore della Norvegia, là dove lo sci di fondo è quasi una religione. All’Olympic Cross-Country Stadium va in scena una delle gare più iconiche della storia olimpica: la staffetta maschile 4×10 km, con l’Italia chiamata a sfidare i padroni di casa nel loro terreno più sacro.
La squadra azzurra è solida, esperta, costruita per soffrire e resistere: Giorgio Vanzetta, Marco Albarello, Maurilio De Zolt e Silvio Fauner. Nelle prime due frazioni Vanzetta e Albarello interpretano la gara con intelligenza, senza strappi inutili, limitando il distacco dalla Norvegia e mantenendo l’Italia dentro la corsa. È De Zolt, nella terza frazione, a cambiare l’inerzia: spinge, ricuce, riporta gli azzurri a contatto con la testa della gara, accendendo la speranza.
Tutto si decide nell’ultima frazione, dove Silvio Fauner si trova a inseguire Bjørn Dæhlie, il simbolo dello sci di fondo norvegese, l’uomo che sembra imbattibile. Fauner non si scompone: resta lì, metro dopo metro, con una rimonta costruita sulla tecnica, sulla lucidità e su una forza mentale fuori dal comune. Quando affonda l’attacco decisivo, il pubblico ammutolisce. Negli ultimi chilometri l’azzurro supera Dæhlie e taglia il traguardo per primo, firmando un oro che ha il sapore dell’impresa impossibile.
È una vittoria che va oltre il risultato: l’Italia batte la Norvegia in casa sua, nella disciplina che meglio la rappresenta. Lillehammer 1994 diventa così una pagina immortale dello sport azzurro, simbolo di coraggio, spirito di squadra e capacità di riscrivere la storia anche quando tutto sembra già deciso.
Lillehammer 1994 è tutt’ora l’edizione dei giochi olimpici invernali migliore per numero di ori. Nemmeno una meravigliosa Italia vista a Torino 2006 è riuscita a superare un’edizione che portò l’Italia al quarto posto del medagliere con ben 7 ori, 5 argenti e 8 bronzi. Tra gli ori della XVII edizione non possiamo dimenticare una Manuela Di Centa che nello sci di fondo vince sia la 15km che la 30km e porta a casa anche un argento nella 5km e nella combinata.
Il 1994 è anche l’anno della prima medaglia di Armin Zoggeler, che poi avrebbe partecipato a 6 olimpiadi. A Lillehammer conquistò il bronzo, ma il mondo dello slittino non poteva immaginare di aver appena conosciuto uno dei più vincenti atleti di sempre, capace di partecipare a sei olimpiadi consecutive e conquistare una medaglia in ogni rassegna:
- Lillehammer 1994 – medaglia di bronzo
- Nagano 1998 – medaglia d’argento
- Salt Lake City 2002 – medaglia d’oro
- Torino 2006 – medaglia d’oro
- Vancouver 2010 – medaglia di bronzo
- Soči 2014 – medaglia di bronzo
Nel 2014, annuncia il ritiro, non prima di aver onorato la nazionale azzurra portando alto il vessillo nella cerimonia d’apertura dei Giochi nel paese russo.
Gli altri ori di Lillehammer 1994 l’Italia li conquista nella staffetta 5.000 m nello Short Track, Gerda Weissensteiner nello slittino femminile, Deborah Compagnoni che conquista nello slalom gigante il suo secondo oro olimpico e, nel doppio nello slittino Kurt Brugger – Wilfried Huber.
Nagano 1998 | Il medagliere dimezzato
Dodo i successi delle 20 medaglie della XVII edizione, l’Italia si presenta in Giappone con alte aspettative, ma purtroppo smentite in parte da prestazioni dovute anche a condizioni atmosferiche che costringono gli organizzatori a continui cambi di programma, cancellazioni di prove come nel caso della seconda manche di bob a quattro e cadute che non hanno permesso nemmeno al gigante delle nevi Alberto Tomba di confermarsi come gli anni precedenti. Se Deborah Compagnoni conquista due medaglie, oro nel gigante e argento in slalom, nello sci di fondo va in scena la 4x10km che quattro anni prima aveva fatto innamorare gli italiani: proprio in volata, è la Norvegia che conquista l’oro in un’impresa, questa già scritta, che a casa loro l’Italia era riuscita ad agguantare tra lo stupore del pubblico. Il secondo oro della spedizione azzurra viene dal budello del bob a due, Guenther Huber e Antonio Tartaglia: Huber ammetterà in seguito che quella fu la vittoria più difficile della carriera, perché arrivata con la pressione di dover confermare un titolo olimpico. L’oro di Nagano consacra definitivamente la coppia italiana come una delle più forti di sempre nella specialità.
Salt Lake City 2002 | L’Olimpiade delle conferme
Salt Lake City 2002 entra nella storia come un’Olimpiade piena di sorprese, emozioni e qualche ombra. Sulla pista ghiacciata del pattinaggio di figura esplode lo scandalo dello “Skategate”: i voti tra Russia e Francia sono sotto pressione, e il pubblico assiste incredulo a uno dei momenti più controversi dello sport olimpico. Ma lo spettacolo continua, e chi regala la favola più inattesa è Steven Bradbury, che conquista l’oro nello short track in una corsa che nessuno dimenticherà mai.
Per l’Italia, invece, i Giochi sono un trionfo: arrivano quattro ori, quattro argenti e cinque bronzi, e ciascuna medaglia racconta una storia di coraggio e talento. Deborah Compagnoni domina il gigante, Daniela Ceccarelli brilla nel superG, Gabriella Paruzzi trionfa nella 30 km di fondo, e Armin Zöggeler conferma il suo dominio nello slittino. Ma è Stefania Belmondo a rubare la scena: oro nella 15 km, argento nella 30 km e bronzo nella 10 km, chiude i Giochi con un bottino leggendario, diventando la donna italiana più medagliata di sempre.
E non finisce qui: la portabandiera Isolde Kostner regala un altro momento di gloria. Sulla pista Wildflower a Snowbasin, nello Utah, domina con classe e determinazione, fermandosi solo dietro alla francese Carole Montillet e davanti all’austriaca Gotschl, conquistando l’argento nella discesa libera. Salt Lake City diventa così un mosaico di emozioni, di sorprese e di imprese azzurre che rimarranno per sempre nei ricordi degli appassionati di sport invernali.
Torino 2006 | Le medaglie di casa, tra gloria e occasioni mancate
Dopo Cortina 1956, le Olimpiadi Invernali tornano in Italia e l’attesa è enorme. Torino e altre 18 località del Piemonte diventano il palcoscenico di un evento straordinario, dal 10 al 26 febbraio 2006: 80 nazioni, 2.508 atleti, 18.000 volontari, con infrastrutture rinnovate e 65 nuovi impianti. Torino batte Sion con 53 voti a 36 e promette spettacolo… e grandi medaglie azzurre.
La cerimonia di apertura, firmata da Marco Balich, emoziona il mondo, con il giuramento di Giorgio Rocca e l’ultimo tedoforo Stefania Belmondo, icona dello sport italiano. Gli eventi sono 84 in 15 discipline e la pressione sugli atleti italiani è altissima: il pubblico sogna di replicare il miracolo di Lillehammer o di vedere nuovi campioni come Alberto Tomba a Cortina.
Gli azzurri vincono 5 ori e 6 bronzi, un bottino di tutto rispetto ma che lascia un po’ di amaro in bocca dopo le enormi aspettative: Enrico Fabris domina nel pattinaggio di velocità con due ori individuali e uno a squadre, Giorgio Di Centa fa doppietta d’oro nello sci di fondo, e Armin Zöggeler centra l’oro nello slittino singolo, consolidando la leggenda. La staffetta femminile di short track regala la medaglia numero 100 dell’Italia alle Olimpiadi Invernali. Bronzi arrivano anche da Isacco e Plankensteiner nel bob, dalla staffetta femminile di fondo, dallo skiathlon di Piller Cottrer e dallo short track 3000 m, completando un quadro che è più solido che spettacolare.
Eppure, nonostante l’entusiasmo, le grandi aspettative e la spinta del pubblico di casa, Torino 2006 ha lasciato qualche rimpianto. Nel cuore degli appassionati rimase il sogno di qualche oro in più nello sci alpino, dove le atlete italiane non riuscirono a brillare come sperato e i maschi, privi di un Tomba ormai ritirato, non portarono a casa il bottino pieno. Anche nel pattinaggio artistico e nello short track, settori in crescita ma già ricchi di talento, ci si aspettava qualche medaglia in più: il podio rimane sfuggente, regalando emozioni sì, ma non la gioia piena di una vittoria casalinga. Nel bob, i bronzi furono importanti, ma il pubblico sperava di vedere anche qui un gradino più alto, sulla scia dei successi passati. In definitiva, Torino lasciò un sapore agrodolce: splendide emozioni e storie indimenticabili, ma con la sensazione che, a casa propria, l’Italia avrebbe potuto fare ancora di più.
Vancouver 2010 | L’oro che rompe il silenzio
Dopo l’Olimpiade di casa, l’Italia arriva a Vancouver 2010 in punta di piedi. Non c’è l’enfasi di Torino, non c’è la pressione del risultato, ma una delegazione ampia – 109 atleti, in 13 discipline – che racconta più un tentativo di presenza che una reale ambizione di dominio. A sfilare con il tricolore è Giorgio Di Centa, volto di un’Italia che ha dato tanto allo sport invernale e che ora prova a capire da dove ripartire.
Il verdetto finale parla di cinque medaglie – un oro, un argento e tre bronzi – e di un sedicesimo posto nel medagliere, lontano dai piani alti ma sufficiente per evitare il vuoto. L’unico oro arriva quasi in controtendenza, nello slalom speciale, con Giuliano Razzoli. Non è il campione annunciato, non è il nome che riempie le copertine, ma è l’uomo che trova la gara perfetta nel giorno giusto. La sua vittoria è uno squarcio improvviso, un successo che sorprende tutti e che restituisce all’Italia un oro nello slalom che mancava da una vita sportiva.
L’argento di Pietro Piller Cottrer nella 15 km a tecnica libera è invece una medaglia di esperienza, di mestiere, di resistenza. Non è un exploit, ma la conferma di una carriera costruita sul lavoro e sulla continuità, in una disciplina che richiede sacrificio più che gloria.
I bronzi completano un quadro fatto di solidità più che di acuti. Alessandro Pittin porta la combinata nordica sul podio olimpico, Armin Zöggeler continua imperterrito la sua collezione di medaglie, come se il tempo non esistesse, mentre Arianna Fontana, appena ventenne, assaggia per la prima volta il podio olimpico nei 500 metri di short track, inconsapevole di stare solo iniziando una delle carriere più importanti dello sport azzurro.
Vancouver non è un’Olimpiade da celebrare, ma da leggere. È l’edizione in cui l’Italia capisce di non poter più vivere di rendita, e in cui, quasi in silenzio, iniziano a comparire i nomi che segneranno il decennio successivo.
Soči 2014 | Poche medaglie, ma simboli che guardano al futuro
Sochi 2014 non regala ori all’Italia, ma lascia in eredità una spedizione solida, più profonda di quanto dica il medagliere. Gli azzurri tornano dalla Russia con otto medaglie complessive, frutto di continuità, esperienza e di un movimento che si dimostra competitivo in più discipline, anche senza salire sul gradino più alto.
L’argento più pesante arriva dallo sci alpino, dove Christof Innerhofer conquista la medaglia d’argento nella discesa libera, confermandosi atleta da grandi appuntamenti e capace di esaltarsi quando il livello si alza. Un secondo posto che ha il sapore della consacrazione definitiva.
Sempre d’argento è la prova di Arianna Fontana, che nei 500 metri di short track ribadisce il suo ruolo di riferimento assoluto per la disciplina. È l’inizio di un percorso che la porterà, negli anni successivi, a diventare l’atleta italiana più vincente della storia ai Giochi Invernali.
I sei bronzi raccontano un’Italia trasversale e competitiva. Innerhofer torna sul podio anche nella super combinata, dimostrando una completezza tecnica sempre più rara nello sci moderno. Carolina Kostner, nel singolo di pattinaggio di figura, conquista una medaglia dal peso enorme, arrivata dopo anni difficili e una pressione mediatica costante: un bronzo che vale molto più del metallo.
Nel biathlon, la staffetta mista composta da Lukas Hofer, Karin Oberhofer, Dorothea Wierer e Dominik Windisch porta l’Italia sul podio in uno sport in piena crescita, segnando uno spartiacque per il futuro della disciplina azzurra.
Ancora Arianna Fontana è protagonista con altri due bronzi: nei 1500 metri individuali e nella staffetta 3000 metri, insieme a Lucia Peretti, Martina Valcepina ed Elena Viviani, confermando uno short track italiano ormai stabilmente tra le potenze mondiali.
Infine, come un filo che attraversa le Olimpiadi di tre generazioni, c’è Armin Zöggeler. Con il bronzo nel singolo di slittino, il campione altoatesino conquista la sesta medaglia olimpica in sei partecipazioni, un primato di longevità e continuità che difficilmente verrà eguagliato.
Sochi non consegna all’Italia un eroe assoluto, ma rafforza un concetto chiave: la profondità del movimento. Ed è spesso da queste Olimpiadi “di passaggio” che nascono i successi più grandi.
PyeongChang 2018 | L’Olimpiade di Fontana e dell’Italia al femminile
Le Olimpiadi Invernali di PyeongChang 2018 rappresentano uno spartiacque netto nella storia recente dello sport azzurro. Non solo per i risultati, ma per quello che raccontano in profondità: un’Italia che cambia pelle, che trova nuove protagoniste e che, per la prima volta, costruisce i propri ori esclusivamente al femminile: è la prima volta nella storia italiana che tutti gli ori conquistati arrivano da atlete donne. E’ un’edizione che fotografa anche un curioso cambio generazionale: l’età media delle donne è la più alta degli ultimi trent’anni, quella degli uomini la più bassa degli ultimi quindici. Un passaggio di testimone silenzioso, ma evidente.
La prima a salire sul gradino più alto è Arianna Fontana, che vince l’oro nello short track femminile, diventando non solo la prima italiana di sempre a riuscirci, ma anche la prima a conquistare un oro individuale nella storia azzurra della disciplina. È la consacrazione definitiva di un’atleta che da anni vive l’Olimpiade come suo habitat naturale.
Poi arriva Michela Moioli, che nello snowboard cross scrive una pagina completamente nuova: è il primo oro olimpico in assoluto per l’Italia nello snowboard. Una vittoria che rompe una barriera culturale prima ancora che sportiva, portando sul gradino più alto uno sport giovane, spettacolare e fino a quel momento rimasto ai margini del racconto olimpico azzurro.
A chiudere il cerchio è Sofia Goggia, che nella discesa libera compie un’impresa storica. Mai nessuna italiana aveva vinto l’oro olimpico nella disciplina regina della velocità. Lo fa con il suo stile, fatto di aggressività, rischio e istinto puro, trasformando una gara in un manifesto tecnico e caratteriale.
PyeongChang 2018 non è solo un’Olimpiade da ricordare per i risultati. È il punto esatto in cui l’Italia invernale capisce che il futuro è già presente, che passa dalle sue donne e che può essere costruito anche lontano dalle tradizioni più consolidate. Un cambio di paradigma che segna l’inizio di una nuova era.
Pechino 2022 | l’Italia riparte, aspettando Milano-Cortina
Pechino 2022 è la seconda Olimpiade dell’era Covid-19, vissuta dentro una bolla rigidissima fatta di protocolli, tamponi e percorsi obbligati. Il pubblico è limitato, lontanissimo dalle immagini iconiche di Pechino 2008, quando il “Nido d’Uccello” aveva mostrato al mondo una Cina potente e spettacolare. Quattordici anni dopo, lo stesso stadio torna protagonista per cerimonie di apertura e chiusura, rendendo Pechino la prima città della storia ad aver ospitato Giochi Estivi e Invernali.
Il bilancio finale è storico: 17 medaglie complessive – 2 ori, 7 argenti e 8 bronzi – che rendono Pechino 2022 la seconda miglior Olimpiade invernale azzurra di sempre, dietro solo a Lillehammer 1994.
Gli ori arrivano da Stefania Constantini e Amos Mosaner nel curling doppio misto, prima medaglia olimpica di sempre per l’Italia nella disciplina, e da Arianna Fontana nei 500 metri di short track.
Gli argenti raccontano profondità e continuità: Francesca Lollobrigida (3000 m pattinaggio di velocità), Sofia Goggia (discesa libera a Yanqing, dopo un recupero lampo), Federica Brignone (slalom gigante, prima azzurra di sempre a medaglia nella specialità), Federico Pellegrino (sprint di fondo), Arianna Fontana (1500 m short track), oltre alle staffette miste di short track e snowboard cross.
I bronzi completano una spedizione trasversale: da Dorothea Wierer nel biathlon a Davide Ghiotto e Lollobrigida nel pattinaggio di velocità, passando per Brignone nella combinata, Nadia Delago in discesa, le staffette di short track, Dominik Fischnaller nello slittino e Omar Visintin nello snowboard cross.
La chiusura è un passaggio di consegne simbolico: Francesca Lollobrigida è la portabandiera finale, mentre dal Nido d’Uccello la bandiera olimpica passa a Milano Cortina 2026. Vent’anni dopo Pechino 2008, la Cina chiude il suo cerchio olimpico. L’Italia, invece, è pronta ad aprirne uno nuovo.
Milano – Cortina 2026 | Il conto alla rovescia è iniziato
Il conto alla rovescia per i Giochi di casa è iniziato e, a voler essere precisi, mancano appena 98 giorni. Si partirà il 4 febbraio, alle 19.05, allo stadio olimpico di Cortina, con il doppio misto del curling che accenderà per primo la fiaccola olimpica. Le danze vere inizieranno sabato 7, con la discesa libera maschile sulla Stelvio di Bormio, e si chiuderanno domenica 22: una corsa lunga 19 giorni tra neve, ghiaccio e adrenalina.
Per l’Italia, che torna a ospitare i Giochi invernali dopo Torino 2006 (e prima ancora Cortina 1956), le aspettative sono altissime. Il sogno è sfiorare o battere le 20 medaglie di Lillehammer 1994. Il bottino è ambizioso, ma il movimento italiano arriva con alcune certezze e tante storie da raccontare.
Sugli sci alpini tutti guardano a Sofia Goggia, la bergamasca che sa trasformare ogni discesa in un evento mediatico e che cercherà di bissare l’oro di PyeongChang 2018 sulle Tofane. Accanto a lei, Federica Brignone, reduce da un infortunio gravissimo, ha lottato per tornare pronta e, anche solo per esserci, racconta già di sé una storia di forza e determinazione che ispira tutti. Tra gli uomini, Dominik Paris punterà a confermarsi nella discesa, mentre Chicco Pellegrino, con le sprint di fondo, e Francesco De Fabiani proveranno a portare spettacolo sulle distanze lunghe.
Nel biathlon occhi puntati su Dorothea Wierer e Lisa Vittozzi, entrambe pronte a dare il massimo ad Anterselva, e su Tommaso Giacomel, che sogna il podio in un’Arena altoatesina sempre gremita e appassionata.
Sulla neve di Livigno lo spettacolo sarà dei freestyle e dello snowboard: Michela Moioli, regina della specialità, è già pronta a lottare per il podio, mentre la giovane promessa Flora Tabanelli, appena 18 anni, porta con sé il brivido di una generazione che sogna di scrivere la propria storia olimpica.
Sul ghiaccio, il Forum di Assago sarà teatro di emozioni fortissime: Arianna Fontana, a caccia di medaglie e record storici, guiderà la squadra di short track insieme a Pietro Sighel, figlio d’arte con il cuore e la testa già proiettati verso la pista di casa. Nel pattinaggio di figura, occhi su Sara Conti‑Niccolò Macii e Charlene Guignard‑Marco Fabbri, mentre la pista lunga promette battaglie indimenticabili grazie a Davide Ghiotto, Andrea Giovannini e Francesca Lollobrigida. Nel curling, Stefania Constantini e Amos Mosaner saranno l’anima della squadra e, chissà, protagonisti di un nuovo sogno olimpico.
E poi c’è il bob a quattro. Sulla nuova pista di Cortina, già protagonista dei test event di novembre, la squadra azzurra ha mostrato segnali incoraggianti e sogna un podio che possa far vibrare l’intera valle. Lo slittino vedrà all’opera Dominik Fischnaller e la coppia Rainer‑Kaizvainer, mentre skeleton, salto, combinata nordica e sci alpinismo completano un mosaico di discipline che promettono spettacolo e imprese.
Milano‑Cortina 2026 è già storica: Giochi diffusi come mai prima, territori e impianti che raccontano l’Italia intera, e atleti pronti a scrivere storie di coraggio, passione e gloria sulle piste di casa. E mentre il conto alla rovescia scorre, ogni giorno porta con sé la certezza che queste Olimpiadi saranno un’emozione lunga 19 giorni, da vivere fino all’ultimo respiro.
