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Tennis

Più di un assegno: perché Sinner ha tutto l’interesse a giocare il Six Kings Slam

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Jannik Sinner
Jannik Sinner / IPA Sport

C’è chi, davanti alla notizia, ha alzato il sopracciglio. Sei milioni di dollari al vincitore, un milione e mezzo solo per presentarsi: il Six Kings Slam non è un torneo, è una dichiarazione di potenza finanziaria. E c’è chi, con un filo di malizia, ha notato la singolare coincidenza: il ginocchio di Jannik Sinner, fino a ieri argomento da bollettino medico, comincia a guarire proprio quando il calendario sposta l’evento più ricco del tennis moderno a fine dicembre. Miracoli della geopolitica, o della contabilità.

Ironia a parte, i soldi sono il contorno. La sostanza è un’altra. L’azzurro non gioca una partita vera dalla finale di Wimbledon, cinque mesi fa. Cinque mesi sono un’eternità, per un atleta il cui mestiere è fatto di scatti, frenate, torsioni sul cemento. In allenamento, un corpo si può gestire: si sceglie l’intensità, si interrompe lo scambio, si risparmia la gamba. In partita no. Lì c’è un avversario che non fa sconti, un punteggio che brucia, una palla corta da recuperare quando meno te l’aspetti. Il ginocchio, in quei frangenti, dice la verità.

Riyadh offre esattamente questo, e in condizioni quasi ideali. Il tabellone è breve: sei giocatori, nessun percorso lungo da sostenere, nessuna settimana di tre ore al giorno sotto sforzo. Si comincia con un quarto di finale contro Alex de Minaur, avversario conosciuto a memoria e battuto tutte e tredici le volte in cui si sono incontrati. Un esordio che permette di testare la tenuta fisica senza l’angoscia dell’esame. Se poi arriva la semifinale, ecco Novak Djokovic o chi per lui: intensità vera, scambi lunghi, pressione. Il genere di sollecitazione che nessun preparatore, per quanto bravo, può simulare, pensando poi a un possibile incrocio con Carlitos Alcaraz.

Certo, un’esibizione non è un torneo ufficiale. Manca la posta in palio del ranking, manca quella tensione particolare che rende pesante ogni punto. Sarebbe ingenuo, e Sinner non lo è, trarne conclusioni definitive. Ma un indizio resta un indizio, e dopo mesi di silenzio vale più di qualsiasi rassicurazione.

C’è poi il fattore tempo. Il 17 gennaio si comincia a Melbourne con gli Australian Open, primo grande appuntamento della stagione 2027. Tra la fine del torneo saudita e l’esordio agli Slam resterebbero poco più di due settimane: abbastanza per correggere, rifinire, eventualmente frenare; troppo poco per improvvisare. Presentarsi in Australia senza aver mai affrontato un match vero sarebbe stato un azzardo. Arrivarci dopo tre o quattro partite contro i migliori del mondo, con un ginocchio già messo alla prova, è un’altra storia.

Resta l’incognita delle date: le tensioni nel Golfo hanno già costretto gli organizzatori a spostare il torneo una volta, e nulla garantisce che non possa accadere di nuovo. Ma se tutto procederà secondo i piani, Sinner avrà trovato, quasi per caso, il banco di prova che cercava.

Un’esibizione, dunque. Ma con un compito serio: dire a Jannik, prima ancora che al resto del mondo, come sta davvero.

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