Seguici su
LEGGI OA SPORT SENZA PUBBLICITÀ
ABBONATI

Atletica

Ottavia Cestonaro: “A Los Angeles 2028 ci penso. Dopo un infortunio, devi imparare a fidarti del tuo corpo”

Pubblicato

il

Ottavia Cestonaro
Ottavia Cestonaro / LaPresse

La scuola del salto triplo in Italia sta ottenendo risultati straordinari sia al maschile sia al femminile, con gli ultimi titoli europei vinti da Andy Diaz e Dariya Derkach. Chi fa parte di questo gruppo è anche Ottavia Cestonaro, che ha avuto un po’ di problemi nelle ultime stagioni, ma non molla e vuole regalarsi un altro sogno olimpico dopo Parigi 2024. La vicentina è stata ospite di OA Focus, il programma condotto da Alice Liverani sul canale YouTube di OA Sport.

Una vita nel mondo dello sport e soprattutto dell’atletica: “Ormai pratico questo sport da tanti, tanti anni. Sono cresciuta sul campo di atletica, ho proprio imparato a camminare sulla pista di atletica perché andavo a trovare mio papà da piccolissima al campo, quando allenava. Io ero ancora una bimba piccola, piccola e quindi io mi sono innamorata di questo sport veramente tanti, tanti anni fa ormai e poi, come tutte le cose, è andato in modo molto naturale. Sono arrivata poi, appunto, a fare l’ingresso nel gruppo sportivo in realtà abbastanza precocemente, perché ero ancora in quarta superiore, grazie appunto, tra le altre, al risultato del campionato europeo Under 20 che ho vinto a Rieti”.

L’importanza dell’ingresso nel gruppo sportivo: “Non l’ho mai visto proprio come un punto d’arrivo su cui poi, diciamo, sedersi, come dire: “Sono arrivata al gruppo sportivo”, quanto più proprio come un mezzo per poi alzare ancora di più l’asticella, sapendo appunto che il supporto di un gruppo sportivo è fondamentale per fare le cose ancora meglio. Quindi è stato proprio un passaggio naturale. Adesso ormai sono tredici anni che faccio parte di questo gruppo, che è diventato una famiglia. Continuo a vedere atleti più giovani che entrano a farne parte, quindi iniziamo ad essere, diciamo, noi un po’ come i più anziani. Siamo un po’ come le mamme e i papà che, a volte, in alcuni contesti possono anche dare una mano ai più giovani”.

Il rapporto con i giovani: “Sicuramente sono generazioni un po’ diverse. Iniziano a essere generazioni un po’ diverse, quindi loro sono anche più abituati, essendo cresciuti con i social in un momento più di boom, ad avere, ad esempio, anche un risalto mediatico di un certo tipo, a cavalcare l’onda dei social, eccetera. Cosa che noi non facciamo in modo naturale, perché non ci siamo cresciuti. Mi ricordo anche che i nostri risultati giovanili non avevano lo stesso risalto che hanno i loro risultati ora, ma perché, per forza di cose, anche il modo di dare le informazioni sportive è cambiato da tanti punti di vista. Questo ha reso possibile, per dire, che uno sport come l’atletica leggera, che anni fa aveva poca visibilità, ne assumesse di più, grazie anche ovviamente ai meravigliosi risultati che stiamo ottenendo in questi ultimi anni. Quindi è difficile anche fare un paragone, però è bello vedere che a volte magari ci confrontiamo, ci chiedono consigli, eccetera, e siamo tutti uniti, in realtà, anche in diverse specialità. Quindi è bello confrontarsi anche proprio sull’allenamento, sulle varie situazioni. Tanti atleti sono lontani da casa, alcuni invece poi tornano a casa, quindi ci sono tante situazioni che, quando si crea il gruppo e le occasioni per parlare insieme, aiutano e creano anche un metodo di confronto che aiuta tutti quanti”.

Carriera da triplista, ma in precedenza non solo: “Io ho iniziato proprio giocando a fare atletica, quindi ho sempre provato tutto quanto. Proprio tutte le specialità, compresi anche i lanci, il martello, il disco. Ho fatto le prove multiple per tanti anni, ho fatto anche le campestri, quindi ho proprio fatto tutto quanto.vSono sempre stata una bimba, diciamo, portata per diverse cose, quindi le prove multiple sono venute in modo molto naturale. Oltre al fatto che, comunque, il fatto di crescere attraverso la multilateralità e la multidisciplinarità è un concetto che il mio allenatore, quindi mio papà, e anche tutti gli allenatori della mia società di base, l’Atletica Vicentina, condividono e in cui credono tanto. Per cui tutti i nostri giovani praticano tutte le discipline, anche proprio quelli forti, fino a tarda età, perché poi il tempo per specializzarsi in modo più importante c’è sempre. Infatti, a conferma di questo, anche io ho fatto una specializzazione nel salto triplo abbastanza tardiva, perché è arrivata attorno agli Under 23, anni in cui, ora come ora, molti ragazzi e molte ragazze sono già specializzati. Questa è stata una scelta, prima di tutto perché comunque a me piacevano molto le prove multiple. Quindi mi piaceva variare, mi piaceva avere la possibilità, durante i periodi lunghi di allenamento, come l’inverno, di fare tante cose. E questo poi, alla lunga, è stato anche un po’ il segreto per riuscire ad affrontare i momenti più difficili più tardi, anche, ad esempio, riuscendo a cambiare la gamba di stacco nel salto triplo e affrontando riabilitazioni importanti. Quindi sicuramente tutto il bagaglio di esperienze. Io dico sempre che quando sei piccolo, più riesci a riempire lo zainetto che hai sulle spalle di esperienze diverse, più poi, quando sarai grande, queste ti potranno aiutare”.

Continua Cestonaro sull’argomento: “È più proprio farlo, diciamo, con l’ambizione di provare tutto, dare al corpo tanti stimoli diversi, ma non con l’obiettivo di fare chissà che risultati.Poi, se vengono perché sei forte, perché hai delle capacità, vengono in modo naturale. E poi, appunto, specializzarsi in modo un po’ più preciso. Faccio l’esempio nel salto triplo, parlando di Daria Derkach a cui sono molto legata. Daria ha avuto un passato da atleta su multi discipline molto importante e il fatto che lei sia arrivata ora a vincere, diciamo che per alcuni può sembrare tardi. Patrizia Mamona, che è una delle migliori saltatrici di triplo di sempre, portoghese, è arrivata a vincere la medaglia olimpica a trentaquattro anni passati. Questo perché una specialità come il salto triplo è una specialità che non puoi improvvisare quando sei piccolino, perché ha delle richieste di forza e potenza che sono molto importanti e, a maggior ragione nella donna, hanno bisogno di tempo per svilupparsi. Io sono laureata in scienze motorie, quindi queste cose le ho anche studiate e abbiamo fatto anche degli studi durante i corsi istruttori e allenatori, nelle tesine”.

Un futuro da allenatrice: “Io in realtà mi destreggio già, nel senso che, tra la mia attività, sto già iniziando a lavorare con i ragazzi in tutto quello che riguarda lo strength and conditioning, quindi tutta la parte di preparazione condizionale, lavoro in palestra e con atleti anche di diverse specialità. È una cosa che mi piace tantissimo, più del lavoro tecnico. Però credo che ogni specialità debba essere riservata a chi veramente ne sa tanto e ha studiato tanto, motivo per cui, ad esempio, anche io e mio papà da sempre collaboriamo con tanti tecnici. Anche il lavoro tecnico è in continua evoluzione, deve essere sempre supportato da un continuo studio. Io penso di aver studiato bene e sto continuando a studiare per tutto quello che riguarda la preparazione, sia in italiano che in inglese, quindi anche con scuole internazionali, che sicuramente su alcune cose sono molto più avanti di noi. E quindi sicuramente sì, mi piacerebbe tanto poi continuare questo percorso già iniziato, perché credo che comunque sia giusto, insieme all’attività di atleta, coltivare anche altro. Nei primi anni è stato studiare, forse, un po’ di cose subito dopo le scuole superiori e adesso iniziamo già ad avvicinarci, diciamo, a quello che poi sarà il lavoro una volta che finirò la carriera atletica”.

I fattori che hanno portato alla crescita dell’atletica italiana: “Secondo me, tanta della crescita che si è vista in questi ultimi anni nel nostro mondo, quindi nell’atletica italiana, è giustificata dal fatto che i tecnici, in questi ultimi anni, sono cresciuti e hanno cambiato o non tanto cambiato, ma hanno integrato il modo di fare alcune cose, di vedere alcune cose, con quello che arrivava dall’estero. Quindi sicuramente il fatto che abbiano iniziato a guardarsi intorno, a farsi proprio le giuste domande e nel darsi le giuste risposte, integrare quello che era un lavoro già fatto molto bene in Italia. Poi sicuramente il fatto che negli ultimi anni la globalizzazione generale sia entrata anche nel mondo sportivo, quindi noi atleti abbiamo iniziato, con i nostri tecnici o da soli, a viaggiare molto di più, a gareggiare molto di più in giro, quindi a vedere anche altre realtà, a capire cosa fanno gli altri. E questo, per forza di cose, secondo me, ti porta ad aprire un po’ la mente”.

Il sogno di aver partecipato all’Olimpiade di Parigi: “L’Olimpiade era proprio il mio sogno nel cassetto. Quando chiedi a un bambino che sogno ha nel cassetto, io avevo l’Olimpiade. Gli amici sanno che pratichi sport ad alto livello, sanno che ottieni i primi risultati, magari vinci un campionato europeo giovanile, eccetera. Le persone mi chiedevano: “Quando vao alle Olimpiadi? Allora, alla prossima Olimpiade ci andrai?” Ti dico, a me queste domande davano quasi fastidio, perché la leggerezza con cui me le facevano, quando io invece davo un’importanza veramente fondamentale a quel sogno. Sapevo poi soprattutto cosa significa arrivare a un’Olimpiade. Ci sono carriere veramente meravigliose di atleti fortissimi che però non sono mai state coronate da un’Olimpiade, per assurdo, per appunto una serie di coincidenze temporali che purtroppo non l’hanno reso possibile. L’anno delle Olimpiadi, io a gennaio, ho avuto l’infortunio più grave della mia carriera. In sei mesi dovevo ritornare in pista, anzi, in meno, perché mi era stato chiesto di confermare comunque la mia capacità di saltare a quattro mesi dall’intervento, in un infortunio che normalmente richiede un anno di tempo per tornare a muoversi in un certo modo. Quindi noi abbiamo fatto, con noi dico tutto il mio team, mio papà, mio allenatore, ma soprattutto i medici che mi hanno seguito Hanno fatto il miracolo. Io dico che sono stati i miei angeli. Sono stati i miei angeli e abbiamo fatto veramente il miracolo e ci siamo assunti ogni giorno il rischio. Ma ne valeva la pena, perché era appunto il mio sogno. Non l’avremmo mai fatto per nessun’altra manifestazione, se non appunto per l’Olimpiade. Quando sono uscita dalla gara delle Olimpiadi, io ho guardato mio papà e gli ho detto: “Ce l’abbiamo fatta. Abbiamo fatto le Olimpiadi”.

Altra gara importante è stata la finale iridata a Budapest: “La finale del Mondiale di Budapest mi ha fatto capire di poter essere a quel livello, insieme a quegli atleti. Secondo me ci sono motivi, in ogni gara, per considerarla importante all’interno di una carriera. Ogni gara ha la propria importanza. Anche, per assurdo, quelle più difficili, quelle in cui magari non raggiungi il risultato che credevi possibile, possono permetterti e insegnarti qualcosa di importante”.

Sui prossimi obiettivi, con il sogno di essere anche a Los Angeles 2028: “Ci penso. Anche perché noi dobbiamo per forza di cose ragionare non solo di anno in anno, ma essere un po’ più lungimiranti. Le preparazioni, soprattutto quando si è un po’ più grandi e si hanno questi obiettivi, devono per forza non limitarsi alle singole stagioni, ma essere più lunghe. Los Angeles è un obiettivo. Quest’anno stava andando molto bene, poi mi sono infortunata. Pochi lo sanno, ma ho avuto un distacco complesso della fascia plantare, che è comunque un infortunio molto importante. Ero in gara in Finlandia, stavo gareggiando e stavo molto bene. Avevo appena saltato 13,98. In tutte le ultime gare che avevo fatto avevo dimostrato di essere pronta per saltare bene sopra i 14 metri. Stavo bene, avevo fiducia. Una fiducia che, dopo l’operazione e l’infortunio del 2024, aveva richiesto tempo per essere ricostruita. A me, a volte, dà un po’ fastidio sentire tanti atleti riempirsi la bocca della parola “infortunio grave”, quasi inutilmente. Non perché nessun infortunio debba essere sminuito o perché un infortunio sia più importante di un altro, ma perché, se tutti ci riempiamo la bocca della parola “infortunio grave”, poi è difficile veramente distinguere le situazioni. E questo lo dico perché anch’io ho avuto tanti infortuni diversi. Sono andata anche in sala operatoria più di una volta. Ma un infortunio grave è un infortunio in cui, dopo l’operazione, non riesci neanche ad andare in bagno autonomamente, non riesci a camminare. Devi reimparare a fare prima le attività di base della vita quotidiana e poi, forse, lo sport e lo sport di alto livello. Quello è un infortunio grave e quello è un infortunio che richiede anni per tornare ad avere fiducia nel proprio corpo. Noi arriviamo a un punto in cui le cose che facciamo le facciamo a occhi chiusi, in modo automatizzato. Conosciamo il nostro corpo a occhi chiusi e lui esegue quello che facciamo. Quando questo equilibrio, costruito in anni e con tanto lavoro, viene interrotto da un’operazione o da un infortunio veramente importante, non dico che riparti da zero, ma riparti da una situazione in cui forse è anche peggio. Il tuo corpo era talmente abituato a fare certe cose che, quando vedi che anche le cose più semplici vanno in difficoltà, c’è poi un grande lavoro da fare anche a livello mentale. È per questo che, in situazioni così, il lavoro dello psicologo sportivo, accanto a tutto il lavoro fisico, è fondamentale. Ci abbiamo messo tempo, ma quest’anno io mi sentivo veramente bene. Stavo bene e, purtroppo, su questo infortunio abbiamo dovuto fermarci. Non ne ho parlato più di tanto.Ho dovuto rinunciare sia al Campionato Europeo sia ai Giochi del Mediterraneo di fine agosto.Sarà sicuramente una stagione importante per tutti noi e sarà una stagione di preparazione anche in vista di Los Angeles. Quindi la prossima stagione sarà molto importante per costruire poi quella dell’Olimpiade”.

CLICCA QUI PER RIVEDERE L’INTERVISTA COMPLETA

Google News Rimani aggiornato seguendoci su Google News!
SEGUICI
Pubblicità