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Tennis

Noemi Basiletti: “L’accademia di Nadal un’esperienza, ma mi ha fatto capire cosa non voglio”

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Noemi Basiletti

In tanti l’hanno scoperta al Foro Italico di Roma, quando, agli Internazionali d’Italia, ha battuto in modo veramente stupefacente Ajla Tomljanovic dopo aver passato le qualificazioni. Poi, una volta superata l’australiana, si è trovata davanti Elina Svitolina, e l’ucraina al momento è a un altro livello, ma questo nulla toglie a Noemi Basiletti e al suo percorso. Un viaggio che sta andando avanti anche ora, in costante salita. E che viene raccolto anche da Sofia Giulia Altavilla, che l’ha portata all’interno della puntata di Talent Zone in cui entrano numerosi aspetti del tennis che da fuori tendono a non vedersi molto.

Innanzitutto un bilancio di quanto sta accadendo in stagione: “Quest’anno sta andando abbastanza bene. A Roma a inizio anno ho cambiato circolo, tante cose, dentro e fuori dal campo, tennisticamente e tatticamente. Non mi aspettavo tutti questi risultati, ‘in fretta’, ma c’è stato tanto lavoro dietro. Sì, è un momento positivo. Ho vinto il mio primo titolo ITF in Belgio, dov’ero completamente da sola, poi Giochi del Mediterraneo, Roma. Dopo Roma non è stato semplicissimo, ma ho capito tante cose, magari un po’ più tardi, che mi hanno aiutata nei risultati che ho avuto adesso“.

Proprio sul tema dell’imparare quanto appreso, e quando è arrivato il momento in cui ha compreso: “I due 125 di Roma e Palermo, dove non ho fatto risultati, ma ho capito tante cose con il mio maestro Federico Maccari. Entrambi abbiamo capito tante cose. Adesso le stiamo riportando in tornei e allenamenti“.

Il tema successivo è legato al cambio di città (e di vita): “E’ stata una mia scelta, a prescindere sapevo che era corretta perché veniva solo da me. Ero perciò già sicura di aver fatto uno step in avanti, poi non sei mai sicura se ti trovi bene o no. Secondo me è un crescere insieme, si scende a compromessi insieme e si crea un team molto compatto“.

E a proposito di errori capaci di far disperare (prima) e far riflettere (poi): “L’unico che mi viene in mente, che poi non è un errore ma un’esperienza, è i quattro anni in Spagna, all’accademia di Nadal. All’inizio non sapevo una parola d’inglese, poi ho imparato due lingue, ho amici in tutto il mondo, scuola americana bellissima. Ho capito alla fine di questi quattro anni cosa non voglio e di conseguenza ora sto cercando di costruirmi il resto“.

Cos’ha preso di più dagli anni alla Rafa Nadal Academy: “Essendo quella un’accademia molto grande ci sono tanti coach, magari ogni anno cambiavo maestro e non avevo mai un punto di riferimento, che per me è abbastanza fondamentale, perché riesco a costruire qualcosa nel tempo, cioè quello che sto facendo con Federico. Questa è la parte fondamentale e per me va sempre al di là della parte tecnica e tattica. Il resto ‘viene da sé’“.

Che cos’è più utile che il suo coach faccia o dica in allenamento o in partita: “In campo non si è lucidi al 100%, specie quando la partita è più tesa, su questo devo lavorare. Per cui di base serve positività, ci sono momenti in cui mi devo attivare o svegliare e una parolina in più ci sta. Capisco però che in panchina non sia facile, devi capire cosa pensa la ragazza che è in campo. Sta un po’ a lui interpretarmi, ma parlandone fuori dal campo e confrontandosi si capiscono tante cose. Per cui di nuovo il rapporto è fondamentale“.

Ci si sposta poi su Roma e sul match giocato in due giorni con Ajla Tomljanovic, e annessi pensieri post-sospensioni: “Mi è capitato in tornei di più basso livello di interrompere partite per pioggia oppure oscurità. Sono rimasta stupita da me per come l’ho gestita, e secondo me l’ho fatto molto bene. Ero avanti nel punteggio, ma non ero del tutto tranquilla perché una partita può girare da un momento all’altro. Però sapevo che anche lei non sarebbe stata tranquilla. Non era semplice da una parte, ma ho continuato a fare quello che sapevo fare, se proprio avesse girato e se non avessi sfruttato le mie possibilità le avrei sfruttate più avanti“.

Sulla differenza tra ITF e WTA: “Ho fatto un salto di classifica grande, da 450 alle prime 300, quindi ho avuto la possibilità di giocarmi tabelloni migliori invece di giocare le qualificazioni. In quei 125 ho fatto le qualificazioni, ma quando ho iniziato a giocare a livello superiore sono cresciuta tanto. Non è il livello delle top, ma t’indirizzi verso quel mondo lì e ti senti più all’altezza. A livello pratico ti fa capire molto di più“.

Il piano B: “L’atteggiamento. La parte mentale è l’unica che posso scegliere e controllare io. Le altre non le posso controllare più di tanto, ma l’atteggiamento dipende da me. Se l’ho positivo riesco ad alzare il livello generale“.

Alle origini del suo percorso nel tennis: “Ho fatto danza da piccolina, poi uno-due anni di nuoto, mia madre ha giocato a basket in Serie A1, quando ha smesso ha iniziato a giocare a tennis per far qualcosa e da lì ho iniziato pure io, quando avevo 6-7 anni“.

La personalità fuori dal campo: “Normale. Un po’ timida all’inizio, poi sprigiona il meglio di sé”. E sugli obiettivi: “Essere costante nelle cose che facciamo tutti i giorni. Ci terrei molto: mantenere un equilibrio, in torneo e in allenamento, fuori dal campo, trovare una stabilità. Restare sulle cose che posso controllare, che posso riportare in partita tranquillamente. La prossima settimana si gioca un 35.000 in Francia e poi un 125 a Rovereto“.

LA PUNTATA DI TALENT ZONE CON NOEMI BASILETTI

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