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MotoGP, addio Phillip Island. L’ultima volta di una pista magnifica. Il futuro del Motomondiale è in città?
Signore e signori, se amate veramente il motociclismo, godetevi il più possibile il fine settimana del Gran Premio d’Australia. Perché poi, Phillip Island non la rivedremo più. Nel 2027, l’appuntamento down under traslocherà ad Adelaide, dove diventerà un appuntamento di portata storica. Infatti assisteremo al primo GP di sempre in un contesto puramente cittadino.
Al riguardo sorge spontanea una riflessione, ossia è questo il futuro del Motomondiale? Meno gare negli autodromi veri e più appuntamenti in circuiti creati appositamente in ambito urbano, allo scopo di avvicinare la MotoGP alla “gente”, portandola direttamente nelle città o addirittura nelle metropoli? Quanto accadrà in Australia è proprio questo, ossia un trasloco da un luogo ameno a uno centrale.
È esattamente la piega presa dalla Formula 1, che non a caso è diretta dallo stesso management della MotoGP. O meglio, è quest’ultima a essere finita sotto il medesimo ombrello gestionale del Circus a quattro ruote, quello di Liberty Media. I risultati li conosciamo tutti, la F1 è diventata sempre più cittadina e sempre meno legata ai contesti storici. Nell’ultimo decennio sono proliferate le competizioni urbane.
Baku, Jeddah, Miami, Las Vegas per citare i casi più recenti ed eclatanti, ai quali va aggiunto il discusso trasloco del Gran Premio di Spagna dal Montmelò al Madring. Discusso non tanto perché si è persa chissà quale pista mozzafiato, bensì perché comunque il tanto strombazzato circuito della capitale iberica ha dato vita a un evento di una noiosità e banalità estreme.
Nel frattempo, Zandvoort esce dal calendario e Spa-Francorchamps dovrà osservare una rotazione con altri contesti. Non è escluso che altre piste storiche possano incappare nella stessa sorte. Il discorso, purtroppo, potrebbe valere pure per la MotoGP. Perché, parliamoci chiaro, perdere Phillip Island è un delitto.
Già le amputazioni patite da Assen (per non usare un termine più forte legato alle parti intime maschili), lasciano ancora oggi l’amaro in bocca. Sarà ancor più doloroso non vedere più la Doohan corner, alla quale si arriva a 340 km/h e si frena violentemente in una discesa che da’ a picco sul mare, sarà triste non ammirare più la Stoner Corner e la Siberia, sarà tremendo pensare di non poter più avere i brividi per la straordinaria Lukey Heights seguita dalla staccata mozzafiato del Southern Hairpin, dove le moto scodano marcatamente. Tutto questo lo perderemo in nome del “progresso” e della “modernità”. Se questo è il futuro, già si rimpiange un presente che sta per farsi passato.
