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Formula 1GP Messico

Kimi Antonelli colpito dalla vendetta di Montezuma come Riccardo Patrese! La similitudine con il 1991

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Kimi Antonelli
Kimi Antonelli / LaPresse

Città del Messico non fa sconti a nessuno, e a Kimi Antonelli lo ha ricordato prima ancora che si accendesse un motore. Il weekend più atteso della sua giovane vita, quello che può consegnargli il titolo mondiale, si è aperto con un’infezione virale che gli ha impedito di presentarsi al media-day del giovedì. La Fia ha concesso l’esonero dagli impegni con la stampa e il ragazzo della Mercedes è rimasto in albergo, a riposo. Il paddock, che di superstizioni campa, non ha avuto dubbi: è tornata la vendetta di Montezuma, il malanno che da sempre accoglie i forestieri su questo altopiano a oltre duemila metri.

E subito la memoria è corsa a Riccardo Patrese. Era il 1991, e il pilota padovano si presentò all’Autódromo Hermanos Rodríguez ridotto a uno straccio, piegato da un attacco gastrointestinale feroce. Il venerdì lo passò a fare la spola fra la pista e la clinica mobile, più di là che di qua. Eppure, con la sua Williams-Renault FW14, in qualifica trovò la forza per prendersi la pole, davanti al compagno Nigel Mansell e a Ayrton Senna. Sembrava già un miracolo, e invece era soltanto l’inizio.

La domenica fu una corsa nervosa, scomposta, con tre procedure di partenza prima che il semaforo spegnesse davvero la tensione. Patrese non scattò bene, perse posizioni, si ritrovò dietro Mansell e Senna. Poi cominciò a spingere: infilò prima il brasiliano, quindi il compagno, e si riprese la testa con un ritmo che gli altri non potevano sostenere. Nel finale il Leone inglese si fece sotto a colpi di giri veloci, fino a ridurre il distacco a un soffio. Patrese non tremò. Amministrò, evitò ogni errore, e passò sotto la bandiera a scacchi con 1″3 su Mansell e quasi un minuto su Senna. Una vittoria bella, dura, completa, che a trentacinque anni di distanza si racconta ancora come un esempio di ostinazione.

Le due storie si somigliano, certo, ma non pesano allo stesso modo. Patrese era un veterano che inseguiva un successo d’orgoglio, senza corone da difendere né da conquistare. Antonelli, invece, ha il mondo sulle spalle. Arriva in Messico da leader del campionato e gli basta un nono posto per chiudere i conti e riportare in Italia un titolo che manca da troppo tempo. È già una vigilia che mette alla prova i nervi di un ragazzo; se a complicarla ci si mettono pure le vie respiratorie, il carico diventa quasi crudele.

Alla Mercedes confidano di rimetterlo in piedi per le libere del venerdì, proprio come accadde a Patrese. L’aria sottile, l’altitudine, un fisico da ricostruire: nulla di rassicurante, nessuno lo nasconde. Ma la cabala, per chi ci crede, sussurra che qui la sofferenza non porta sempre male. Nel 1991 aprì la strada a un trionfo tricolore. Il tifo italiano si augura adesso che la storia, quando decide di ripetersi, abbia anche la cortesia di concedere il bis.

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