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Curling, il nuovo format degli Europei va nella direzione giusta… in teoria. Conferme dalla pratica?

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Svezia curling
Svezia curling / La Presse

Il Campionato Europeo di Curling 2026 andrà a proporre una nuova formula. Sarà interessante verificare se le novità saranno efficaci, oppure se viceversa si risolveranno in un fiasco. Sulla carta, le innovazioni sembrerebbero andare nella direzione giusta. Già questa è una notizia, perché generalmente i cambiamenti sono forieri di un peggioramento o di una banalizzazione degli appuntamenti sportivi. Non si direbbe questo il caso.

Innanzitutto, va accolta con grande favore la decisione di ridurre gli end da 10 a 8. Questa è la strada presa da anni dal circuito professionistico canadese, ora seguita anche a livello di competizioni per nazionali. Le partite duravano tre ore o più. Troppe. Così facendo, si riduce di una mezz’oretta la lunghezza degli incontri, senza tuttavia svilirli. Anzi, vengono falciati i tempi morti e si rende il match più godibile nel suo complesso, rendendo meno probabili le mani nulle.

In secondo luogo, è buona cosa aver cambiato la struttura del torneo, fattasi antidiluviana. Avere un round robin unico di dieci nazioni proponeva, soprattutto nelle fasi finali dello stesso, match con poco senso fra due team già eliminati. Peggio ancora, il rischio era quello di incappare in un girone falsato, poiché alcune squadre in piena corsa per i play-off potevano affrontare formazioni demotivate.

Inoltre, sovente si era costretti a entrare in un’autentica giungla di possibilità legate ai tie-breaker, dinamica che complicava oltremodo la fruizione della volata finale per la qualificazione alle semifinali, di fatto rendendola estremamente complessa. Come se non bastasse, risultati a sorpresa nelle fasi cruciali del round robin potevano scompigliare totalmente gli incastri, andando talvolta a discapito di compagini più meritevoli di altre.

Con due gironi da sei nazioni, tutto questo non dovrebbe più esistere. I gruppi saranno più compatti e la fruizione decisamente più snella, poiché si riduce il novero di possibilità che, sino allo scorso anno, rendeva un autentico rebus l’assegnazione degli ultimi posti per le semifinali. Peraltro, così facendo, si riducono i tatticismi. Non era peregrino che team già sicuri di accedere alla fase a eliminazione diretta, affrontassero il penultimo o l’ultimo match del girone con meno cattiveria agonistica del dovuto, magari per assicurarsi una semifinale contro uno skip meno sgradito di un altro.

Infine, aumentare da 12 a 10 il novero delle partecipanti non abbassa la qualità del torneo. Sostanzialmente, si allarga il campo a quella fascia di Paesi perennemente in lotta per salire o scendere dalla Serie B. Si parla, quindi, di formazioni di livello comparabile. Averne due in più permette di dare ulteriori opportunità a chi è in bagarre per un posto al Sole.

Insomma, sulla carta si vedono solo benefici. Sarà così anche nel concreto? Come diceva Yogi Berra, storico giocatore e allenatore di baseball, “in teoria non c’è nessuna differenza fra la teoria e la pratica. In pratica, la differenza c’è eccome”. La parola al ghiaccio di Ostrava, ci si aggiorna alla prossima settimana per capire se il nuovo format degli Europei avrà colto nel segno, oppure no.

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