TennisUS Open
US Open, l’Italia senza Sinner non si ferma: Cobolli e Musetti avanti, Sonego sfiora l’impresa
Tre vittorie e una sconfitta. Ma a Flushing Meadows il tennis italiano sta raccontando qualcosa di più di una semplice contabilità da primo turno. C’è un’Italia che corre, insiste, resiste. Un’Italia senza Jannik Sinner, privata del suo uomo copertina, ma non per questo disposta a lasciare vuoto il palcoscenico.
Flavio Cobolli, Lorenzo Musetti e Mattia Bellucci sono già al secondo turno. Lorenzo Sonego no, ma sarebbe ingeneroso infilare la sua notte nella casella delle sconfitte. Perdere contro il numero 2 del mondo Alexander Zverev dopo quasi cinque ore di tennis significa anche uscire dall’Arthur Ashe con qualcosa che somiglia a una vittoria morale.
Cominciamo da Cobolli. O meglio: dalla sua ostinazione. Due set sotto, 3-6, 2-6. Francisco Comesana, argentino numero 119 del mondo, aveva preso il controllo. Cobolli ha dovuto costruirsi la rimonta punto dopo punto, restando dentro la sofferenza senza considerarla una sentenza.
Il quinto set è diventato una questione di nervi e coraggio. Cobolli ha chiuso 3-6, 2-6, 6-3, 6-4, 6-4, completando per la prima volta una rimonta da due set a zero in uno Slam. Quasi quattro ore e un quarto di lotta, con il break decisivo sul 5-4 e due palle break cancellate nel game conclusivo.
Poi il romano è rimasto in ginocchio, svuotato e felice. In uno Slam, ha detto, non è finita finché non è finita. Una filosofia diventata partita. Cobolli arriva a New York con una stagione che lo ha ormai consacrato: finale al Roland Garros, titolo ad Acapulco, finale a Monaco, semifinale a Cincinnati e quarti a Wimbledon. Da testa di serie numero 5, non è più soltanto un giovane da seguire: è uno di quelli da cui ci si aspetta qualcosa.
Poi c’è Musetti. Il suo è un altro tipo di rumore, più sottile. Arthur Fery arrivava con una semifinale a Wimbledon, una finale a Winston-Salem e il numero 33 del ranking. Musetti lo ha affrontato senza fretta: 6-3, 6-3, 7-5 in poco più di due ore.
La notizia, però, è soprattutto un’altra: Musetti è tornato a vincere una partita Slam dopo otto mesi, al primo appuntamento importante dopo il lungo stop che gli aveva fatto saltare Roland Garros e Wimbledon. Il suo tennis fatto di variazioni, sensibilità, rovescio a una mano e accelerazioni non ha avuto bisogno di incantare. È bastato che funzionasse. Il toscano non ha dovuto esibirsi. Ha dovuto essere consistente. Lo è stato.
Bellucci, invece, ha scelto la via più rapida. Zsombor Piros, ungherese numero 118 del mondo e proveniente dalle qualificazioni, ha resistito un set. Poi è arrivato il 6-4, 6-2, 6-0. Quattordici ace, l’88% dei punti vinti con la prima e nessun turno di battuta perso.
Una partita senza sbavature, chiusa lasciando appena sei game all’avversario. Ora, però, il livello sale: dall’altra parte ci sarà Taylor Fritz, testa di serie numero 9 e finalista dello US Open 2024.
E poi Sonego. Qui la storia cambia tono. Sull’Arthur Ashe c’erano il numero 89 del mondo contro il numero 2. Zverev, campione del Roland Garros e finalista a Wimbledon; Sonego, con la solita, preziosa incapacità di guardare la montagna dal basso. Il torinese ha combattuto, reagito e cambiato l’inerzia, trascinando Zverev dentro una partita molto più complicata del previsto. Ha servito 12 ace, salvato 13 delle 16 palle break concesse e sfruttato 3 delle 4 occasioni avute.
Alla fine Zverev ha prevalso al quinto set, ma Sonego è uscito dall’Ashe con la faccia di chi non ha regalato nulla. Ed è forse questa la fotografia migliore dell’Italia di questi primi giorni newyorkesi.
Non c’è Sinner. Manca il giocatore capace di trasformare ogni torneo in una questione privata, il riferimento che ha abituato tutti a considerare la vittoria quasi naturale. Eppure il vuoto, per ora, non è diventato silenzio. Ci sono Cobolli che risale da due set sotto, Musetti che ritrova solidità, Bellucci che non concede distrazioni e Sonego che trascina il numero 2 del mondo in una battaglia interminabile.
È un’Italia meno verticale, forse. Ma più larga. E dentro questa larghezza ci sono due nomi che autorizzano a guardare avanti: Cobolli e Musetti. Il primo ha già imparato cosa significa arrivare a un passo dalla gloria in uno Slam. Il secondo ha già attraversato due volte il territorio delle semifinali e sa che, quando il torneo si restringe, non basta esserci: bisogna sentirsi autorizzati a restare.
New York, intanto, fa quello che fa sempre. Non promette niente. Accende le luci, alza il rumore, mette pressione e chiede ai giocatori quanto valgono davvero. L’Italia ha risposto con tre vittorie e una sconfitta. Ma dentro quel 3-1 c’è soprattutto una parola: resistenza. Che poi, a ben vedere, è una delle forme più credibili del talento.
