Baseball
Riccardo Flisi: “Qualcosa è cambiato nella mentalità dell’Italia. Vedo nei ragazzi la voglia di crederci”
Uno scudetto cercato, voluto, ottenuto e meritato. Ma il bello deve ancora venire. Parola di Riccardo Flisi, esterno di Parmaclima reduce dal trionfo delle Finali valide per la Serie A Gold 2026 di baseball, dove ha sconfitto una corazzata come San Marino per 4-1 in una serie (quasi) a senso unico. Il giocatore è stato intercettato dai microfoni di Strike Zone, rubrica di approfondimento in onda sul canale YouTube di OA Sport a cura di Michele Cassano e Federico Rossini, per parlare non solo della recente impresa nel Campionato Italiano, ma anche dell’imminente inizio delle Final Four della Champions League.
“Sto alla grande, in formissima e ancora felice del titolo vinto – ha detto Flisi – Il primo scudetto da capitano? L’anno scorso lo abbiamo sfiorato, quest’anno ce l’abbiamo fatta, è stato meraviglioso, abbiamo giocato quattro partite stupende ad eccezione della prima dove sono arrivati troppi errori. Abbiamo festeggiato una settimana, prima con i nostri tifosi, poi al Tardini. Questo affetto mancava da un po’ in città. È un processo che va avanti da qualche anno, e ogni anno tante persone si avvicinano. Sono nato e vivo a Parma, giocare per la maglia della mia città è stato un sogno, non avevo neanche mai pensato di diventare capitano. Si porta avanti una tradizione che va avanti da tanto tempo. Quest’anno si festeggiano i 50 anni del primo scudetto di Parma, continuare questa tradizione mi riempie di gioia. Partita più importante di questa stagione? La svolta è stata gara-3 delle Finali, la prima partita a San Marino, lì c’è stato uno switch mentale importante, abbiamo capito che lo scudetto doveva tornare con noi, siamo stati tutti determinanti. Anche la mia prestazione più importante è stata quella, da subentrato ho segnato un doppio decisivo”.
L’esterno ha poi rimarcato le grandi differenze che ci sono tra le partite di regular season e quelle più importanti: “Durante le partite di stagione regolare è più complicato, si ha più leggerezza. In Finale ogni momento è determinante, chi subentra deve essere pronto a fare quello che deve fare. Bisogna essere sempre pronti, a volte può andare bene, altre può andare male. Alberto Mineo per me è sempre stato un esempio da quando ero in Accademia, Garcia è stato un esempio in campo: nei momenti fondamentali ha sempre risposto con il bastone. La nostra squadra per fortuna è composta da giocatori stupendi e fortissimi e, soprattutto, da giocatori italiani: questo fa la differenza nel far gruppo e nel far squadra. Ora manca l’ultimo passo per concludere una stagione perfetta”.
Dedizione, passione, costanza. Ma com’è Riccardo Flisi durante l’off season? “L’allenamento non manca mai, che sia tecnico o di pesistica. Mantenersi in forza è necessario. Io ho concluso il mio percorso di laurea magistrale a Luglio, in Diritto e Management dello Sport. Adesso è arrivato il momento anche di lavorare, non si può vivere solo di sport in questo Paese, tocca aprirsi un po’. Cerco qualcosa di sedentario per continuare a giocare, in futuro si vedrà, anche qualcosa in Federazione non sarebbe male. Ma si vedrà, ho ancora qualcosa da dare in campo”.
Secondo il giocatore, il lavoro intrapreso dalla Nazionale negli ultimi anni sta regalando le prime soddisfazioni: “Io vivendo a Parma e vedendo tanti ragazzi della mia squadra in Nazionale, vedo che dall’Europeo dello scorso anno qualcosa è cambiato a livello di mentalità. Gli investimenti della Federazione stanno dando risultati proficui, vedi la vittoria all’Haarlem Week e il secondo posto agli Europei. I ragazzi hanno voglia di fare, possono fare bene. Il World Classic è da tenere in un altro piano: per tutti gli altri eventi c’è questa voglia di crederci fino in fondo e di trasportare questa voglia in campo. Non è semplice, ma loro ci sono riusciti in modo eccellente e hanno portato a casa risultati di un certo tipo”.
Il paradosso di Flisi sta nelle statistiche: pur non disputando la sua migliore stagione in assoluto, è arrivato il titolo: “A livello numerico la mia stagione non è stata tra le migliori, ma nelle Finali si è acceso qualcosa, forse perché avevo voglia di rivalsa rispetto all’anno scorso e perché volevo dimostrare di poter dire la mia in una squadra così forte. Nelle precedenti stagioni c’erano tante cose che a me non andavano a genio, a partire dai 7 inning: capisco le necessità, ma noi abbiamo sempre giocato a 9 inning, riportarli è stata una scelta saggia, così come non ero d’accordo ad avere 30 squadre in Serie A, ti portava ad abbassare il livello. Quest’anno ci sono state belle partite, 10 squadre sono più che sufficienti, sarebbe bello aumentare i lanciatori italiani, ma sono dettagli che non dipendono da me”.
L’emiliano ha quindi proseguito: “Da una parte i 7 inning ti portavano a giocare tre partite, ma non cambia molto. Se vediamo le partite delle Finali molte si sono decise tra ottavo e nono inning. Prima c’erano delle necessità diverse che non sono state ottenute. Se guardi il softball a sette inning, è più veloce rispetto al baseball. Il nostro può essere uno sport noioso e lento, ma il bello arriva sempre alla fine. Non sono mai stato d’accordo, ma anche tanti altri, infatti si è tornato ai nove inning. Pensiamo ai lanciatori che devono tirare all’ottavo e al nono per poter mettere in difficoltà la squadra. Io prima ero ricevitore, poi mi dicevano che correvo troppo forte e ho fatto l’esterno. All’inizio ero spaesato, avevo una visione diversa. A livello di testa mi ha aiutato Stefano De Simoni che mi ha forgiato come giocatore e come persona”.
Il parmigiano ha infine aggiunto: “MLB? Non sono mai stato un grande fautore, il mio papà però mi ha sempre indirizzato, essendo un figlio d’arte avrei dovuto essere come lui, ma poi ci siamo resi conto di essere l’opposto, lui era pura forza ed anche un piccolo di ignoranza. Mi ha forgiato con il lavoro. Ho avuto tanti giocatori che ho guardato, lui mi ha dato però i suggerimenti migliori. Le partite alle 7 di sera di MLB le vedo volentieri, di notte non riesco a svegliarmi, a meno che non sia un World Classic Cosa fare una volta appesa la mazza al chiodo? Non ci ho ancora pensato, non mi è frullata la testa, voglio vivere il campo come lo viviamo noi, tutti i giorni. Pensare che un giorno questa cosa non ci sarà più non è facile, dovrò metabolizzare sul momento”.
