A conclusione del Giro d’Abruzzo, abbiamo incontrato Nicolò Garibbo, uno dei corridori che più di altri rappresenta quanto, nel ciclismo, il tempo possa essere un alleato e non necessariamente un nemico. La storia del ligure è infatti l’ennesima dimostrazione di come non sia indispensabile essere considerati dei fenomeni a vent’anni per poter costruire, qualche stagione più tardi, una carriera importante. A 27 anni Garibbo non è ancora ufficialmente un professionista, ma quest’anno ha già ottenuto la sua prima vittoria contro corridori professionisti, imponendosi al Giro di Sardegna davanti a un gruppo composto da atleti World Tour e Professional. Un successo al quale si sono aggiunti altri piazzamenti significativi e una continuità di rendimento che gli ha permesso di attirare l’attenzione anche in vista del salto di categoria. Alle sue spalle c’è un percorso tutt’altro che lineare. Le difficoltà nelle categorie giovanili, la scoperta di un problema alla tiroide, gli infortuni e, soprattutto, il momento in cui aveva pensato di smettere. Poi l’incontro con il dottor Antonelli, la possibilità di ritrovare equilibrio e fiducia e, successivamente, l’approdo al Team Ukyo di Alberto Volpi e Manuele Boaro, realtà che Garibbo considera fondamentale per la propria crescita. Con la formazione giapponese, con cui ha firmato un contratto biennale per le stagioni 2025 e 2026, Garibbo ha trovato un ambiente nel quale sentirsi sostenuto e la possibilità di programmare il proprio percorso con maggiore continuità. Il risultato è arrivato anche sulle strade del Giro d’Abruzzo, dove ha mostrato una condizione brillante e ha saputo tenere il passo di corridori più quotati. Ora all’orizzonte c’è il possibile passaggio tra i professionisti nel 2027, con una trattativa in corso con una squadra Professional. Ma più ancora del prossimo contratto, nelle parole di Garibbo emerge la convinzione di avere ancora molto da dare: “Ho 27 anni, ma mi sento giovane e credo di avere ancora diversi margini di miglioramento“. Una chiacchierata tra passato, difficoltà, consapevolezza e sogni, con un obiettivo che non ha mai smesso di inseguire: continuare a correre e, un giorno, indossare la maglia azzurra.
Quanto è stato difficile per te il passaggio da U23 a professionista e quali ostacoli principali hai incontrato?
“Lo scorso anno è stato abbastanza difficile, soprattutto perché il calendario tra i professionisti è più mirato e spesso si sta parecchio tempo senza correre. Non hai la continuità che puoi avere tra gli Under23, dove sei abituato a gareggiare quasi tutti i week-end. All’inizio ero un po’ preoccupato perché avevo paura di perdere la condizione, ma siamo riusciti a gestire bene la situazione, anche grazie ai ritiri in altura. In alcune corse, come l’AlUla Tour o le gare in Giappone, ho fatto un po’ di fatica anche per il fuso orario, mentre il livello in gruppo è chiaramente di un’altra categoria. Devi imparare a gestire tante situazioni nuove e non è stato immediato”.
Come hai scoperto, e poi risolto, il problema della tiroide?
“Nelle categorie giovanili andavo abbastanza bene, poi dal secondo anno da Juniores ho iniziato a fare più fatica. Ero molto discontinuo e avevo anche difficoltà con il peso: a volte ero troppo magro, altre volte mi sentivo gonfio. È una situazione che mi sono portato dietro anche negli Under23. In famiglia, da parte di mia mamma, ci sono diversi casi di problemi alla tiroide e, facendo alcuni accertamenti, è emerso che sono ipotiroideo e che ho la tiroidite di Hashimoto. La cura consiste in un farmaco in gocce che devo prendere la mattina a digiuno. Non è un farmaco che richiede un certificato ai fini antidoping né un’esenzione. Aggiustando anche un po’ l’alimentazione sono riuscito a gestire bene il problema. Con l’ipotiroidismo la tiroide tende a lavorare meno, mentre il farmaco serve a compensare questa situazione. Per questo devo anche stare attento ad alimentarmi in maniera adeguata. Ora sto bene, i valori sono nella norma, ma devo comunque ascoltare il mio corpo e cercare di alimentarmi nel modo giusto”.
Hai mai pensato al ritiro?
“Sì, durante l’ultimo anno tra gli Under23. È stato prima di conoscere il primario di Pisa, il dottor Antonelli, che mi ha aiutato tantissimo a capire e gestire il problema alla tiroide. In quel periodo pensavo seriamente di smettere. Qualche mese dopo mi sarei anche dovuto laureare in Scienze Motorie e avevo intenzione di proseguire con la magistrale. Dopo essere andato da questo specialista, però, ho iniziato a sentire dei miglioramenti. Ho continuato ad allenarmi, mi sono sbloccato anche mentalmente e da lì è iniziato un percorso di crescita continua”.
Poi è arrivata la Ukyo. Qual è il segreto di questa Continental giapponese che sta mettendo in luce tanti corridori, tra cui anche Tommaso Dati?
“È difficile dare una risposta precisa, ma sicuramente il calendario è ben strutturato e la squadra è una realtà molto organizzata, che cerca di supportare i corridori nel miglior modo possibile. Questo permette anche di preparare gli appuntamenti in maniera mirata. Sia Alberto (Volpi, ndr) sia Manuele (Boaro, ndr) sono molto bravi nella gestione dei corridori. Siamo un gruppo molto unito e credo che sia proprio questo uno dei punti di forza della squadra. Programmazione, coesione del gruppo e uno staff sempre disponibile sono gli elementi che fanno la differenza”.
Cosa ha significato per te la vittoria di tappa al Giro di Sardegna?
“È stata una bella liberazione, anche perché era un risultato inaspettato. In quel momento mi sono passati davanti tutti i momenti più complessi della mia carriera. Per questo sono stato ancora più felice del risultato, soprattutto perché è arrivato davanti a corridori di un certo livello”.
Anche al recente Giro d’Abruzzo sei sempre stato protagonista, tenendo in salita il passo del quotato francese Rondel. Quali le sensazioni?
“Sono stato bene e le sensazioni in corsa erano ottime. La gamba ha girato bene. Prima del Giro d’Abruzzo avevo corso il Medio Brenta, poi mi sono preso una settimana di pausa e sono andato in vacanza. Successivamente ho fatto venti giorni di altura a Livigno, prima di tornare a casa per un periodo di rifinitura. Poi ho ripreso a correre a Rovescala e al Giro del Friuli, dove ho vinto una tappa e la classifica generale. Sono quindi arrivato al Giro d’Abruzzo con il morale alto, tanta motivazione e soprattutto grande fiducia nei miei mezzi”.
Pensi di essere pronto per il salto nel World Tour? Dove correrai nel 2027? Hai già un contratto in mano?
“Al momento non ho ancora un contratto in mano. Ci sono però buone possibilità di riuscire a fare un salto di categoria. Non credo sarà nel World Tour, ma ci sono trattative in corso con una squadra Professional. Vedremo cosa succederà”.
La tua storia insegna come non tutti nel ciclismo possano esplodere e vincere a 20 anni. Un concetto purtroppo sempre più difficile da capire…
“Esattamente. Ci sono storie in cui, spesso per diversi motivi, si arriva a maturare più tardi. Le variabili possono essere tante: non trovare l’ambiente giusto, le cadute, gli infortuni…Io ho 27 anni, ma mi sento giovane e credo di avere ancora molti margini di miglioramento. Penso che non esista un’età biologica precisa per esplodere. Io ho dimostrato di poter andare forte anche a questa età e mi sento di avere ancora diverse stagioni davanti per poter correre bene. Mi sento molto fresco sia fisicamente sia mentalmente e credo che questo sia un tema che andrebbe affrontato di più. Vedo tanti giovani che vengono spremuti fin da giovanissimi e poi, con il passare degli anni, alcuni si perdono. Non è facile mantenersi ad altissimi livelli per tanti anni e, soprattutto, è fondamentale anche l’aspetto mentale”.
Chi sono i tuoi favoriti per il Mondiale?
“Evenepoel e Del Toro sono i due grandi favoriti. Direi leggermente più Del Toro”.
Cosa ti aspetti dall’Italia?
“Secondo me è una buona Nazionale. Avendo più carte da giocare, può provare a muoversi d’anticipo e a mettere in difficoltà le nazionali più quotate. Vedo gli azzurri in un’ottima forma e penso che possano giocarsi le proprie possibilità”.
Un giorno sogni di indossare quella maglia azzurra al via di un Mondiale?
“Sì, sicuramente. È un grande sogno”.