Tennis
Monaco: “In Italia uno psicodramma per Sinner, ma è una situazione normale. Alcaraz l’ho visto ancora più geniale”
La stagione tennistica è entrata nella sua fase decisiva. Gli US Open sono ormai alle spalle, la Laver Cup ha offerto nuovi spunti e il calendario guarda già verso il finale di annata. Al centro dell’attenzione, però, resta inevitabilmente Jannik Sinner, fermo da Wimbledon per un problema al ginocchio destro e costretto a rinunciare anche al torneo di Pechino.
L’assenza del numero 1 del mondo ha alimentato interrogativi e interpretazioni, anche a causa di una comunicazione particolarmente prudente da parte del suo entourage. Ma il tennis italiano non è soltanto Sinner: Carlos Alcaraz sembra aver ritrovato brillantezza, Alexander Zverev ha compiuto un ulteriore salto di consapevolezza, mentre Flavio Cobolli e Lorenzo Musetti stanno vivendo due momenti molto diversi della loro carriera.
Di tutto questo abbiamo parlato con Guido Monaco, commentatore tecnico di Eurosport, che ha offerto una lettura ampia del momento del tennis internazionale e dei principali protagonisti italiani.
Guido, partiamo inevitabilmente da Jannik Sinner. Intorno al suo infortunio si è creato un vero e proprio psicodramma: tante ipotesi, poche informazioni e nessuna certezza sui tempi del rientro. Come stai vivendo questa situazione?
“Non sono tra quelli particolarmente preoccupati. Nella dinamica dello sport, soprattutto quando parliamo di un atleta così importante, è giusto adottare tutte le precauzioni necessarie. Se Sinner non si sente ancora al top, è corretto che salti qualche torneo. Capisco, però, anche lo psicodramma che si è creato intorno alla sua figura. In Italia si è sviluppata una certa morbosità nei confronti di Sinner, ma io tenderei a considerare tutto questo come una situazione abbastanza normale quando si pratica sport a questi livelli“.
Il problema, però, è anche la comunicazione. Una linea così ermetica rischia di alimentare ulteriormente dubbi e voci?
“Sì, probabilmente qualche informazione in più sarebbe utile, anche soltanto per ridimensionare determinati allarmismi. Loro hanno scelto questa linea già da tempo e bisogna ricordare che Sinner, ormai, non è soltanto un atleta italiano: è un patrimonio dello sport mondiale, un personaggio globale. Chi gestisce la sua comunicazione ragiona inevitabilmente anche in quest’ottica. Dall’altra parte, però, esiste la sua privacy. Sinner gestisce la propria carriera come ritiene opportuno e noi dovremmo rispettare questa scelta. Anche perché, vivendo molto i social, ci si rende conto di quanto spesso si finisca per alimentare un meccanismo fatto di indiscrezioni, scoop e ricostruzioni che lascia il tempo che trova“.
Quindi sarebbe meglio riportare tutto alla normalità?
“Esatto. Quando Sinner non gioca, potremmo semplicemente concentrarci maggiormente sul tennis giocato e sugli altri italiani. È anche normale che, dopo l’enorme numero di persone avvicinatesi al tennis grazie a lui, si sia creato questo interesse. Ma ogni tanto bisogna riportare tutto alla normalità, come fa lo stesso Sinner. Alla fine è un ragazzo che gioca a tennis a un livello straordinario. È un fuoriclasse, ma non deve salvare vite. Lo ripete spesso anche lui. Una stagione dura quasi undici mesi ed è impensabile che un giocatore possa essere sempre al massimo“.
Passiamo al tennis giocato. Hai commentato la Laver Cup: che impressione ti ha fatto Carlos Alcaraz?
“Mi è sembrato un Alcaraz rigenerato soprattutto dal punto di vista della voglia di giocare e di competere. L’ho visto molto fresco anche atleticamente. Non dimentichiamo che il suo infortunio, per quanto fastidioso e grave, gli ha comunque consentito di continuare a lavorare dal punto di vista fisico. La genialità del suo tennis è rimasta intatta, se non addirittura migliorata in alcuni aspetti che avevamo già intravisto a tratti allo US Open. Mi sembra un Alcaraz molto vero, recuperato. Ed è un’ottima notizia per il tennis“.
Anche perché la rivalità con Sinner ha bisogno di un Alcaraz al massimo della condizione.
“Assolutamente. Al di là del fatto che noi italiani speriamo che Sinner vinca più di lui, Alcaraz è un patrimonio per chi ama il tennis. È uno dei grandi protagonisti di questo sport e averlo nuovamente al meglio è positivo per tutti“.
A proposito di grandi protagonisti, Alexander Zverev ha vissuto una stagione importante e alla Laver Cup ha conquistato il punto decisivo contro Learner Tien. Dopo le sue vittorie Slam molti hanno parlato di una svolta. Sei d’accordo?
“Non amo il tennis di Zverev, ma ho imparato a stimarlo. I suoi punti di forza sono numerosi: ha una capacità straordinaria di rimanere dentro la partita, gioca tantissimo durante l’anno e vince tanto, non soltanto in questa stagione. Quest’anno ha sfruttato anche alcune assenze importanti, soprattutto a Parigi e New York, e bisogna riconoscerlo. Ma nell’arco della sua carriera aveva già mostrato, a tratti, la capacità di essere più aggressivo, che è quello che gli viene chiesto da tempo“.
Le grandi vittorie possono avergli dato quella consapevolezza che forse gli mancava?
“Sicuramente. Le vittorie importanti, insieme alla finale di Wimbledon giocata bene, gli hanno dato molta consapevolezza. In questo momento, anche considerando l’obiettivo piuttosto vicino di diventare numero 1 del mondo, credo che Zverev possa essere più vicino rispetto al passato a Sinner e Alcaraz. Questo non significa che, quando sono al massimo, i due siano sullo stesso livello: secondo me Sinner e Alcaraz sono ancora decisamente più forti. Però il gap, in questa fase della carriera di Zverev, potrebbe essere meno evidente“.
Anche perché parliamo di un giocatore che da oltre dieci anni è nel circuito e ha saputo assorbire sconfitte e delusioni.
“Sì. Al netto delle assenze e dei vantaggi che ha avuto quest’anno, si è meritato queste soddisfazioni. È un giocatore che non molla mai e il livello del suo tennis è alto“.
Veniamo agli italiani. Alla Laver Cup c’era Flavio Cobolli, molto coinvolto nelle dinamiche di squadra, anche in doppio. Che stagione ha disputato?
“Secondo me non è soltanto la sua formazione calcistica a esaltarlo nelle situazioni di squadra. Cobolli ha giocato moltissimo già da ragazzino nelle competizioni nazionali e nei campionati a squadre di tennis. È un contesto che evidentemente gli appartiene. In realtà, nelle sue prime apparizioni in Laver Cup aveva fatto più fatica: l’anno scorso con Fonseca e quest’anno nella prima giornata contro Tien non si era espresso al meglio. Poi è riuscito a giocare un ottimo doppio, portando punti importanti“.
La Laver Cup sembra comunque una manifestazione particolarmente adatta al suo carattere.
“Gli piace molto. Del resto è una manifestazione unica, che permette ai giocatori di stare insieme ai migliori del mondo. È un contesto molto particolare e credo che, con il passare degli anni, si stia raggiungendo anche un buon livello agonistico“.
Guardando alla sua stagione nel complesso, quanto è cresciuto Cobolli?
“Ha disputato una stagione, così come quella precedente, globalmente ben sopra le previsioni. Poi il tennis si gioca quasi tutte le settimane e lui ha ancora degli alti e bassi piuttosto evidenti. Il ranking raggiunto e i picchi di rendimento sono però eccellenti. La continuità è un aspetto sul quale può lavorare. Cobolli è un giocatore che ha bisogno di entrare in un certo clima agonistico, si esalta in determinate situazioni. Avere perso diversi primi turni è certamente un elemento da migliorare, ma significa anche che esiste un margine di crescita“.
Una delle difficoltà è forse il fatto che non abbia un colpo in grado di garantirgli punti facili nei momenti complicati?
“In parte è vero, ma fino a un certo punto. Quando entra nella sua bolla, il dritto fa molto male, il rovescio è ottimo e anche il servizio può procurargli punti. Non ha una grande stazza fisica, ma ha una mobilità straordinaria e qualità evidenti. Quando però scende un po’ rispetto ai suoi standard, rischia di pagare più di altri giocatori. Se affronta avversari come Sinner o Zverev, che possono contare su un grande servizio e su colpi molto pesanti, un eventuale calo può diventare più costoso. Questo può spiegare anche alcune sconfitte nei primi turni contro giocatori che, sulla carta, sembravano alla sua portata“.
Chiudiamo il capitolo italiani con Lorenzo Musetti. Dopo il quarto di finale di Melbourne contro Djokovic sono arrivati diversi problemi fisici, pochi tornei giocati e una stagione complicata. Come leggi il suo momento?
“Non è facile. Musetti è diventato un giocatore di vertice nell’estate del 2024, tra la stagione sull’erba e le Olimpiadi. Il 2025 è stato invece, secondo me, l’anno della consacrazione: ha disputato una stagione straordinaria sulla terra, ha raggiunto i quarti di finale a New York e ha avuto un finale di stagione molto intenso. Ha dovuto affrontare grandi tirate in settimane ravvicinate e probabilmente questo ha sollecitato il fisico in maniera eccessiva. Poi è arrivato più volte l’infortunio e quindi lo stop“.
Per caratteristiche, Musetti sembra soffrire particolarmente le interruzioni.
“Sì. Il suo tennis è un incastro di tante situazioni che devono funzionare contemporaneamente. Quest’anno, dopo l’Australia, ha fatto molta fatica: in parte per gli infortuni, in parte perché non è riuscito a ritrovare subito fiducia e si è un po’ perso. Le ultime apparizioni, al netto del colpo di calore a New York, mi sono sembrate però brillanti. È vero che deve difendere molti punti, ma un giocatore della sua classe può anche sfruttare la freschezza che potrebbe avere nel finale di stagione, quando magari alcuni avversari saranno più affaticati“.
Quindi sei ottimista sul suo futuro?
“Molto. È ancora giovane e ha già ottenuto risultati importantissimi nei grandi tornei. Credo che la sua crescita sia stata notevole. Bisogna però tenere presente che Musetti, per talento, per il rovescio a una mano e per la tipologia di tennis che propone, ha bisogno di determinate condizioni per rendere al meglio. Qualche alto e basso sarà quindi inevitabile. In questo senso non mi preoccupa il fatto che non abbia ancora vinto un torneo recentemente, anche se sono convinto che lo farà. Personalmente preferisco vedere un giocatore arrivare in semifinale in un Masters 1000 o fare grandi risultati negli Slam piuttosto che concentrarsi esclusivamente sul numero di titoli vinti nei tornei minori“.
C’è la questione che riguarda il suo team. La collaborazione con Josè Perlas è durata poco ed è tornato alla struttura originale con Simone Tartarini. Ti ha sorpreso?
“Premetto che credo che il legame tra Musetti e Tartarini funzioni molto bene. Non penso quindi che sia necessariamente necessario inserire un’altra figura. Perlas aveva un profilo di eccellenza e poteva rappresentare un ottimo innesto, ma credo che i numerosi stop di Lorenzo durante questa stagione abbiano finito per interrompere anche questa collaborazione. Non penso ci sia stato necessariamente qualcosa di particolare dietro la decisione. Perlas è un allenatore molto navigato, con tanti anni di esperienza nel circuito. Forse anche da parte sua non c’era la volontà di proseguire a tutti i costi“.
Quindi in futuro potremmo comunque vedere nuove figure al fianco di Musetti?
“Sicuramente nel corso della carriera potranno esserci tentativi di inserire persone in grado di aiutarlo dal punto di vista mentale o tattico. Io, però, non sono un grande sostenitore del “super coach” a tutti i costi. Se si aggiunge una figura che porta qualcosa di nuovo e utile, ben venga. Ma questi ragazzi sono ormai seguiti da tantissime persone, spesso lontane dai riflettori, che li aiutano sotto diversi punti di vista. Non è necessariamente indispensabile avere al fianco un ex campione“.
E Juan Carlos Ferrero? Potrebbe essere un’opzione per il futuro?
“Ferrero potrebbe essere stimolato da un progetto con un giovane ancora da portare ai massimi livelli. È una figura di grande esperienza e potrebbe essere interessante. Se oggi dovessi pensare a un profilo di questo tipo, mi verrebbe in mente soprattutto Martin Landaluce, che ha grande potenziale ed è una scommessa. Potrebbe essere un progetto stimolante per Ferrero. Poi ci sono altre possibilità, come Joao Fonseca, ma è difficile fare previsioni“.
