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Malori: “Sui giovani va cambiata la mentalità in Italia. Preferisco il percorso di Finn a quello di Seixas”
Adriano Malori è stato professionista dal 2010 al 2017, vestendo le prestigiose maglie di Lampre e Movistar e diventando per diversi anni uno dei principali riferimenti italiani nelle prove a cronometro. Nella disciplina è stato campione europeo e mondiale tra gli Under 23, conquistando il titolo iridato a Varese nel 2008. Tra i professionisti ha poi aggiunto al proprio palmarès la medaglia d’argento ai Mondiali di Richmond 2015, tre titoli nazionali a cronometro e vittorie di tappa alla Tirreno-Adriatico e alla Vuelta a España. Una grave caduta in Argentina, al Tour de San Luis del 2016, lo ha costretto a interrompere anzitempo la carriera proprio nel momento della sua piena maturità agonistica. Oggi Malori è preparatore atletico e biomeccanico e continua a vivere quotidianamente nel mondo del ciclismo, il suo grande amore fin da quando aveva sette anni.
Cosa ti è rimasto della tua carriera?
“Mi è rimasto soprattutto un grande insegnamento per la vita, qualcosa che ancora oggi applico quotidianamente e anche nel modo in cui sto crescendo mia figlia, Elettra Celeste. Dopo l’incidente al Tour de San Luis la mia vita è cambiata radicalmente e quell’esperienza mi ha insegnato tante cose, soprattutto ad affrontare le difficoltà con una prospettiva diversa”.
Sei stato uno dei pionieri della cronometro in Italia, raggiungendo l’apice con l’argento ai Mondiali di Richmond. Quanto c’è di Adriano Malori nel successivo sviluppo della disciplina in Italia?
“Secondo me, poco o niente. Quando correvo alla Lampre la cronometro non era una disciplina particolarmente considerata e non c’era una vera cultura specifica attorno a questa specialità. La situazione è cambiata quando sono passato alla Movistar, dove ho trovato un’attenzione diversa. Successivamente è esploso Ganna e la Ineos lo ha supportato nel migliore dei modi, contribuendo a creare una vera cultura della cronometro in Italia. Da lì sono arrivati corridori come Affini, Sobrero, Cattaneo e altri ragazzi molto interessanti. Oggi abbiamo una generazione che può contare su una preparazione e su una considerazione della disciplina che ai miei tempi non esistevano”.
Il miglior Malori e il miglior Ganna a confronto: quali sono le differenze?
“Filippo è più bravo a guidare la bici ed è anche più esplosivo, quindi riesce ad andare via con una pedalata più agile. Io, invece, ero particolarmente forte sui percorsi più lineari, dove potevo sfruttare rapporti molto duri. Ero, in questo senso, un corridore un po’ più ‘vecchio stile’ rispetto al ciclismo di oggi. Non abbiamo mai corso insieme, quindi è difficile fare un confronto diretto, ma per quello che vedo direi che Filippo è più forte di quanto fossi io”.
La gioia più grande e il rimpianto della tua carriera?
“La gioia più grande è sicuramente il Mondiale Under23 di Varese, nel 2008. Vincere in Italia, a casa, è stata un’emozione grandissima. Metterei sullo stesso piano anche la cronometro della Tirreno-Adriatico del 2014, che vinsi davanti a due campioni come Cancellara e Wiggins. Sono ricordi che porto ancora dentro. Il rimpianto, invece, è quello di non essere riuscito a conquistare una medaglia olimpica. Rio 2016 era un appuntamento importantissimo per me, avevo puntato molto su quell’obiettivo e ci avevo costruito una parte della mia preparazione. Poi l’incidente ha cambiato tutto e quella possibilità è svanita”.
Senza Pogacar alla Vuelta cambia tutto. Che scenario tattico ti attendi e chi sarà il vincitore?
“Direi Roglic. Mas sta vivendo probabilmente il momento migliore della sua carriera ed è nella condizione migliore che gli abbia mai visto, ma Roglic ha una solidità maggiore nelle corse a tappe e, soprattutto, ha una grande esperienza nella gestione di un Grande Giro. Per questo lo vedo ancora favorito”.
Che idea ti sei fatto su Giulio Pellizzari? E su Lorenzo Finn?
“Pellizzari, secondo me, non è ancora un fuoriclasse del livello di Pogacar o Seixas, ma ha sicuramente le qualità per arrivare a vincere una corsa a tappe. Su questo non ho dubbi. Finn ha la fortuna – come Pellizzari – di essere in una squadra nella quale ci sono corridori come Roglic ed Evenepoel e questo, paradossalmente, può aiutarli a crescere con meno pressione addosso. Possono permettersi di fare il proprio percorso, imparare e maturare con calma, prima di puntare a un Grande Giro. Se a Finn non verrà messa troppa fretta, secondo me può diventare il nostro uomo di riferimento per i Grandi Giri in futuro. È ancora molto giovane e bisogna lasciarlo tranquillo, permettendogli di fare i passi giusti, esattamente come sta facendo”.
Tra il percorso di Finn e quello di Seixas, tu da che parte stai?
“Sicuramente dalla parte del percorso di Finn. Secondo me Seixas lo stanno facendo crescere troppo in fretta. È un ragazzo fortissimo, non c’è dubbio, ma è ancora troppo giovane per essere portato al Tour a 19 anni con l’obiettivo di puntare alla classifica generale. A quell’età non è semplice gestire un’attenzione così grande. Il percorso che sta facendo Finn, con maggiore calma e meno pressioni, lo considero molto più proficuo nel lungo termine. I giovani fortissimi non hanno bisogno di dimostrare tutto subito: hanno bisogno di tempo per maturare”.
Davide Piganzoli sarà un gregario di lusso in stile Kuss o pensi che a un certo punto diventerà un capitano di riferimento?
“Piganzoli è un corridore molto forte e ha qualità importanti, ma io lo vedo più sullo stile di Almeida: un atleta capace di puntare a un podio in un Grande Giro e di essere molto competitivo ai massimi livelli, ma faccio più fatica a immaginarlo come vincitore di una grande corsa a tappe. Credo possa togliersi comunque grandi soddisfazioni e diventare un corridore importante”.
La Federazione sta lavorando molto bene tra mountain bike, pista e ciclocross. Pensi che sia stata imboccata la direzione giusta anche su strada?
“In Italia, purtroppo, siamo ancora un po’ in carenza di qualità nel ciclismo su strada. Abbiamo bisogno di qualche anno in più per permettere ai giovani che abbiamo, come Finn e Pellizzari, di maturare con calma. Per vincere un Mondiale servono corridori capaci di battere atleti come Van der Poel, Evenepoel o Pogacar e oggi, probabilmente, ci manca ancora quel tipo di talento. Ma non è una questione di commissario tecnico: dobbiamo semplicemente avere la pazienza di far crescere i nostri giovani. Il nostro grande problema è proprio quello di pretendere tutto e subito dai ragazzi. Vediamo buoni risultati nelle categorie giovanili e pensiamo che un corridore sia già pronto per fare il salto definitivo. Battistella, Moscon, Milesi, Tiberi sono tutti esempi di ragazzi che da giovani erano considerati molto promettenti e che poi hanno fatto, o stanno facendo, fatica a trovare il proprio posto tra i professionisti. Spesso il problema è che vengono spremuti troppo e troppo in fretta. Dobbiamo cambiare mentalità. Un giovane non deve necessariamente vincere subito tra i professionisti. Deve avere il tempo di sbagliare, imparare, crescere fisicamente e mentalmente e trovare la propria dimensione. Solo così, nel lungo periodo, possiamo costruire corridori capaci di competere davvero per i grandi obiettivi”.
