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Malori, caldo e calendario: il tennis sta chiedendo troppo ai suoi campioni
C’è un momento, nello sport, in cui la spiegazione più semplice smette di essere sufficiente. Il tennista ha bevuto poco. Non ha recuperato abbastanza. Ha sbagliato preparazione. Ha avuto un crampo. Ha avuto una giornata storta. Il caldo c’era, certo, ma il caldo fa parte del gioco: come il vento, la pioggia, il freddo, la terra più lenta o più veloce. E, in Australia, anche l’eventualità non esattamente regolamentare di qualche animale mortale che attraversi il campo.
Il problema è che, quando gli episodi diventano una sequenza, continuare a considerarli episodi rischia di essere un modo elegante per non vedere il problema. In un solo giorno agli US Open, Lorenzo Musetti ha accusato quello che lui stesso ha definito, con cautela, una sorta di colpo di calore; Felix Auger-Aliassime, dall’altra parte di Flushing Meadows, ha raccontato di essersi trovato improvvisamente stordito, con vertigini e macchie davanti agli occhi.
Musetti, dopo la sconfitta con Dave Sweeny, ha parlato di una situazione simile a quella vissuta da Jannik Sinner a Parigi e ha aggiunto un particolare interessante: il contrasto termico fra l’esterno e gli ambienti interni del torneo, dove a suo dire palestra, fisioterapia e player area erano mantenuti a temperature molto basse. “Immagino sia stato una sorta di colpo di calore“, ha spiegato, precisando però di voler approfondire le cause.
Non è una diagnosi medica. È il racconto di un atleta. Ed è proprio per questo che va ascoltato senza trasformarlo né in una sentenza né in una scusa. Perché nel frattempo la lista si allunga.
A Parigi, pochi mesi fa, Jakub Mensik aveva vinto una partita di quattro ore e 41 minuti contro Mariano Navone e subito dopo si è accasciato sulla terra, incapace di rialzarsi. Aveva già giocato gli ultimi scambi praticamente sui crampi. Casper Ruud, sempre al Roland Garros, aveva raccontato di essersi sentito “come uno zombie” durante la sfida con Roman Safiullin. Ha parlato esplicitamente di una sensazione simile a un colpo di calore, di vertigini e di una temperatura corporea che doveva essere abbassata con ghiaccio e acqua fredda.
E poi c’è Sinner. A Parigi, contro Juan Manuel Cerundolo, avanti 5-1 nel terzo set, il numero uno del mondo ha semplicemente finito l’energia. Non è una metafora: è la cosa più inquietante che possa capitare in uno sport costruito sulla capacità di produrre energia fino all’ultimo punto.
Tutto questo è sempre esistito? Sì. È sempre esistito il caldo estremo. Sono sempre esistiti i crampi, le crisi respiratorie, i colpi di calore, i giocatori costretti al ritiro, gli atleti che arrivano alla fine di una partita in condizioni pietose. Nessuno scopre oggi che cinque set sotto il sole siano una faccenda seria.
Ma la domanda interessante non è se il problema sia nuovo. È se sia ancora ragionevole affrontarlo con strumenti concepiti per un ambiente che nuovo non è più.
Uno studio condotto su 360 partite maschili dell’Australian Open disputate fra il 2014 e il 2016 aveva già trovato una relazione piuttosto netta: all’aumentare del WBGT, l’indice che combina temperatura, umidità, radiazione solare e altri fattori dello stress termico, aumentavano gli interventi medici e gli episodi legati al caldo. Per ogni incremento di zona WBGT, le chiamate al medico aumentavano del 47%, gli eventi correlati al calore del 41% e le richieste di dispositivi di raffreddamento del 53%.
La questione è cosa abbia deciso il tennis di fare. Nel 2026 l’ATP ha introdotto una nuova heat policy basata proprio sul WBGT: a 30,1 °C è prevista una pausa di raffreddamento di dieci minuti dopo il secondo set nei match al meglio dei tre; sopra i 32,2 °C il gioco viene sospeso. È un passo avanti rispetto a un sistema nel quale la gestione dell’emergenza dipendeva maggiormente dalle valutazioni sul posto.
Ma anche qui c’è una domanda più grande della regola: 30,1 °C di WBGT sono davvero 30,1 °C di rischio ovunque? Una ricerca pubblicata nel 2026 su Scientific Reports mette in discussione proprio l’idea che una soglia numerica identica produca necessariamente lo stesso livello di protezione nei quattro Slam. I quattro ambienti climatici sono differenti; il modo in cui temperatura, umidità e calore radiante si combinano non è identico. E il caso dell’Australian Open è particolarmente istruttivo: può esserci un caldo dell’aria estremo senza che il WBGT superi necessariamente la soglia di sospensione. Il numero, dunque, è indispensabile. Ma non è la realtà.
E allora forse bisogna smettere di discutere soltanto di quanto sia bravo un atleta ad adattarsi al caldo e cominciare a chiederci quanto sia intelligente il sistema che lo mette in quelle condizioni. A che ora si gioca? Quante partite consecutive può affrontare un giocatore? Quanto tempo intercorre davvero fra un incontro e l’altro? Quanto pesa una semifinale giocata la sera prima rispetto a un quarto disputato nel pomeriggio? E soprattutto: cosa succede quando l’aumento delle temperature non è più un’eccezione, ma una variabile strutturale?
Il tennis, finora, ha risposto soprattutto chiedendo agli atleti di diventare più bravi a sopportare il problema. Migliore preparazione. Migliore idratazione. Migliore nutrizione. Migliore acclimatamento. Più ghiaccio, più acqua, più ventilatori, più tecnologia. Tutto giusto.
Ma c’è un limite oltre il quale l’ottimizzazione dell’atleta diventa una delega organizzativa. Se il clima cambia, non è detto che debba cambiare soltanto il corpo dell’atleta.
Non è necessario sostenere che ogni malore sia causato dal cambiamento climatico. Sarebbe scientificamente scorretto e, soprattutto, troppo facile. È sufficiente riconoscere una cosa più elementare: la frequenza delle condizioni di stress termico sta cambiando, mentre il tennis non può continuare a comportarsi come se fosse cambiata soltanto la preparazione atletica. Far passare per gracilino Musetti o Auger-Aliassime non è il punto di vista corretto rispetto a tale criticità.
