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Ben Shelton sfida Zverev: “Sono un giocatore diverso, ho molte più armi”
Ben Shelton è in finale agli US Open 2026. Il successo in quattro set contro Frances Tiafoe lo ha spinto per la prima volta nell’ultimo atto di uno Slam a New York, ma più ancora del risultato ha colpito il modo in cui lo statunitense ha raccontato la propria prestazione. Nessuna euforia incontrollata, nessuna voglia di fermarsi a celebrare il traguardo: Shelton ha parlato soprattutto di controllo, maturità, disciplina e capacità di affrontare le difficoltà.
“È incredibile essere in questa posizione. Sono più che altro felicissimo per il mio team, perché ho tante persone al mio fianco che hanno dedicato molto tempo a me, alla mia crescita, al mio miglioramento e al mio tennis“. Una soddisfazione condivisa, dunque, ma senza perdere di vista l’obiettivo successivo: “Ovviamente non abbiamo ancora finito. Il lavoro non è terminato. Sono entusiasta di avere un’altra opportunità domenica per scendere in campo e mostrare il mio miglior tennis“.
Il ventitreenne americano ha spiegato di essere rimasto sorpreso dalla propria freddezza nei momenti decisivi: “Sono rimasto onestamente scioccato da quanto fossi calmo oggi, soprattutto verso la fine della partita. Calmo, sicuro, concentrato. Credo che sia questo ciò che serve per trovarsi in queste situazioni e vincere ai massimi livelli“.
Rispetto alla precedente grande vittoria contro Carlos Alcaraz, vissuta con un’esplosione emotiva, questa volta lo statunitense ha percepito qualcosa di diverso: “L’ultima partita che ho vinto mi aveva dato sicuramente una sensazione di estasi, come se fossi stato sul tetto del mondo. In questa partita mi sono sentito molto più metodico nel modo in cui l’ho affrontata, nel modo in cui sono rimasto concentrato, nel modo in cui ho portato a termine il lavoro e poi sono riuscito a passare oltre, guardando già alla finale“.
La finale contro Alexander Zverev porterà con sé un’enorme quantità di significati. Shelton sarà il primo uomo nero a disputare la finale degli US Open dal 1972 e proverà a diventare il primo a conquistare il titolo dal 1968. Una prospettiva storica che, tuttavia, l’americano non vuole trasformare in un peso.
Quando gli è stato ricordato il significato della sfida, ha reagito con ironia: “Davvero?“. Poi ha spiegato il suo approccio: “A questo punto, tutto questo torneo è stato un territorio inesplorato. Sono in situazioni in cui non mi ero mai trovato prima. Ho battuto giocatori, e un giocatore, che non avevo mai battuto prima. Sono semplicemente entusiasta di mettere tutto in campo“.
La chiave è riuscire a vivere la grandezza dell’appuntamento senza lasciarsene schiacciare: “Posso pensare a quanto sia bello questo momento e a ciò per cui sto giocando. Ma alla fine della giornata sono qui a New York, sto con il mio team, sono con i miei amici, gioco un po’ a tennis e sono riuscito a ridimensionare abbastanza bene il momento“.
Un equilibrio che Shelton attribuisce anche alle persone che lo circondano: “Ho delle persone fantastiche intorno a me che mi mantengono con i piedi per terra, concentrato e umile“. E aggiunge: “Voglio assaporare questi momenti, non voglio prenderli alla leggera. Ma allo stesso tempo, il modo in cui li sto affrontando è molto professionale, molto orientato al lavoro“.
Il tema dei nervi è inevitabile quando si parla della finale. Shelton, però, non li considera un ostacolo da eliminare, bensì una componente inevitabile della competizione: “Credo di aver gestito abbastanza bene, nel corso della mia carriera, queste grandi situazioni. Sento che la fiducia e la convinzione prendono il sopravvento“.
La pressione, secondo l’americano, non sparisce semplicemente perché cresce l’importanza della partita: “I nervi ci sono sempre. È qualcosa a cui devi appoggiarti. Per me i nervi sono presenti tanto al primo turno quanto in semifinale, e sono sicuro che sarà lo stesso in finale“.
La differenza sta quindi nella capacità di conviversi. “È qualcosa che devi riuscire a superare, ma io mi sto divertendo“, ha spiegato. E la prospettiva di affrontare Zverev rende il momento ancora più stimolante: “Sto giocando contro la testa di serie numero 1, in una finale Slam, contro un campione Slam che sta cercando di vincere il suo primo titolo, mentre io sto cercando di conquistare il mio primo. Ci sono tantissimi motivi per cui questo è un momento piacevole per me. Sapere che posso lasciare tutto in campo, spingermi al limite assoluto sotto ogni punto di vista e vedere cosa sono capace di fare è un pensiero davvero entusiasmante“.
Shelton ha anche parlato della necessità di recuperare mentalmente dopo una grande vittoria. Il riferimento è al successo su Alcaraz e, più in generale, alle esperienze maturate dopo il titolo conquistato a Montreal. “Avere due giorni è stato importantissimo“, ha ammesso.
Ma c’è una differenza fondamentale tra vincere un torneo e continuare a competere all’interno dello stesso evento: “Per me è più facile quando sono già dentro un torneo. Credo che vincere un titolo, completare una settimana o due settimane, sia diverso dal viaggiare verso un nuovo posto e ricominciare da capo. Per me è molto più difficile“.
Il rischio di pagare emotivamente una grande vittoria, però, è comune a tutto il tennis: “Succede spesso nel nostro sport. Hai una vittoria enorme e poi finisci per scendere in campo e non giocare altrettanto bene nella partita successiva. È successo sicuramente anche a me. Credo sia successo a tutti“.
Contro Tiafoe, la risposta è arrivata attraverso la capacità di adattarsi. “Credo di essere in un momento mentale davvero positivo. Sto gestendo abbastanza bene le cose che mi arrivano addosso e penso che sia questo ciò che serve per continuare e trovare un modo per superare le partite“.
La semifinale ne è stata la dimostrazione più evidente: “Questa sera pensavo che il mio avversario stesse giocando estremamente bene e che mi stesse creando molti problemi. Dalla mia parte della rete ho dovuto risolvere dei problemi. Ho dovuto cambiare lo stile con cui stavo giocando e trovare un modo per venire a capo della partita“.
Shelton ha voluto rendere omaggio al connazionale sconfitto: “Molto merito a Frances, per il modo in cui ha giocato durante questa estate, per la persona che è, per l’amico che è, per il giocatore e per la stella che è. È semplicemente molto divertente condividere il campo con lui“.
Il salto di qualità dell’americano non riguarda soltanto il tennis giocato. Ben ha individuato nella disciplina quotidiana uno degli elementi decisivi della propria evoluzione: “È tutto“, ha risposto quando gli è stato chiesto come si manifesti concretamente la sua maggiore maturità. “Sono le emozioni. È il modo in cui mi alleno. È come mi esercito. È poi il modo in cui competo, quanto riesco a rimanere concentrato. Sono le abitudini del sonno, quelle alimentari, tutto“.
La sua convinzione è netta: “Devi essere grande in ogni categoria per essere un campione in questo sport“. E l’esempio dei grandi protagonisti del tennis contemporaneo mostra quanto sia alto il livello di sacrificio necessario: “È evidente, guardando i giocatori che hanno aperto la strada e che ci sono già riusciti, fino a quali estremi devi spingerti per provare a diventare il migliore“.
Shelton sente di aver raggiunto un livello di dedizione mai toccato prima: “Sono più impegnato che mai nella mia carriera tennistica, nel diventare la versione migliore possibile di me stesso“. Il lavoro duro, d’altra parte, non è una novità: “Sono sempre stato un lavoratore estremamente diligente, ma credo che sia nelle piccole categorie supplementari che ultimamente ho fatto i progressi maggiori“.
Il prossimo avversario rappresenta un’altra sfida complessa. Il bilancio di Shelton contro Zverev non è favorevole, ma il rendimento mostrato agli US Open gli permette di guardare alla finale con una consapevolezza diversa. “Credo che qui il tema sia stato risolvere problemi“, ha dichiarato, ricordando anche i precedenti negativi contro altri protagonisti del torneo: “Ero 0-1 contro Stef, 0-3 contro Carlos, Foe mi aveva battuto l’ultima volta che avevamo giocato su questo campo. È stata una lunga battaglia in salita, quindi sono pienamente pronto alla sfida e a trovare le soluzioni“.
La fiducia nasce soprattutto dalla percezione di essere diventato un tennista più completo: “Mi sento un giocatore diverso. Sento di avere molti più strumenti. Sento di conoscere la mia identità, di essere a mio agio nei miei panni e di sapere cosa serve per giocare un tennis di altissimo livello“.
Questo non significa aspettarsi una partita perfetta: “Non è che scenderò in campo ogni giorno e tutto sarà perfetto e funzionerà alla perfezione. Ma credo che sia proprio questo il motivo per cui il nostro sport è così difficile e, allo stesso tempo, così bello“.
La sfida contro Zverev sarà quindi soprattutto un altro esercizio di adattamento: “Non vedo l’ora di affrontare la sfida e di riuscire a risolvere i problemi domenica. So cosa mi aspetta e, allo stesso tempo, non sono mai stato così fiducioso nel mio gioco“.
La finale degli US Open è anche il risultato di una serie di miglioramenti costruiti nel tempo. Shelton non ritiene, però, di essere arrivato a un punto definitivo del proprio sviluppo. “Non so se sia proprio così. Sento ancora che ci sono tantissime categorie nelle quali penso di avere molta strada da fare“, ha ammesso.
“Credo di aver fatto miglioramenti e cambiamenti importanti in alcune delle categorie più rilevanti per poter competere ai massimi livelli. La risposta al servizio, la stabilità da fondo campo, persino il mio servizio, il modo in cui costruisco i miei game di battuta è migliorato. Sono cresciuto anche nella mia capacità di concentrarmi per lunghi periodi. Sono tutte aree che si sono unite e mi hanno aiutato a giocare al livello al quale sto giocando“, ha sottolineato.
Il processo, però, non si ferma alla finale di New York. Per l’americano, la ricerca del miglioramento è parte integrante della propria identità: “La ricerca e la fame di migliorare, di trovare modi per poter crescere, sono semplicemente parte di ciò che sono e qualcosa che non cambierà mai“.
