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Basket femminile: dall’Italia alle stelle globali, cosa ci lasciano questi Mondiali di Berlino
Si sono chiusi domenica sera i Mondiali di Berlino 2026, che hanno riportato la rassegna iridata sul territorio continentale europeo con grandissimo successo di pubblico, considerato che sono stati più di 230.000 gli spettatori accorsi alla Max Schmeling Halle e alla Uber Arena, ribattezzata Berlin Arena per l’occasione. Anzi, a voler essere esatti sono stati 236.015 i biglietti staccati tra le due arene della capitale tedesca.
Un successo di pubblico davvero di grande livello, che dimostra innanzitutto che, quando si affida alla Germania un evento come questo, di solito la risposta è sempre quella: organizzazione a ottimi livelli, capacità di attrarre il pubblico, sapere come creare l’attesa in città (per fare uno solo tra gli esempi, c’era una postazione con le immagini a schermo della rassegna direttamente alla Ostbahnhof, la stazione di treni e metro che si trova non lontano dalla Uber Arena). In breve, l’organizzazione ha saputo reggere perfettamente la sfida logistica a ogni livello. Hanno risposto presente sia la città che i tifosi venuti dall’estero.
Tra questi, impossibile non rimarcare i tanti, tantissimi italiani che sono arrivati da qualunque parte del nostro Paese, ma che sono giunti anche dalla Germania stessa. Una presenza che, per avere l’Italia raggiunto i Mondiali per la prima volta dopo 32 anni, è stata estremamente rilevante. Davvero tantissimi i nostri connazionali nelle sfide della Max Schmeling Halle contro Cechia e Cina, ma ancor più nella notte contro gli USA alla Berlin Arena, quella in cui anche il pubblico tedesco ha finito per schierarsi e nella quale si è registrato il pubblico extra-fase dai quarti in poi più numeroso nel principale palasport berlinese: 9.232 spettatori. Che si sono goduti, peraltro, un’Italia commovente, capace di arrivare vicinissima a forzare l’overtime contro un intero roster di superstar, e che superstar, WNBA. Capitolo a parte ovviamente meritano i match di ottavi di finale, in cui l’imprevedibilità di chi ci può arrivare e chi no abbassa per forza di cose i dati di pubblico, ma anche in quei casi si è fatto il possibile per andare vicini al riempimento dell’anello inferiore. Ovviamente le partite della Germania sono andate per la maggiore, con i 12.000 spettatori a più riprese superati e almeno tre sold out verificatisi.
E che l’Italia sia stata tra le squadre che ha colpito fa grande piacere. Anzi, tra le partite che hanno maggiormente esaltato il pubblico ce ne sono proprio due riguardanti le azzurre. Una l’abbiamo già citata, l’altra è quella che ha visto la squadra di Andrea Capobianco rimontare 26 punti all’Australia, in un’onda che sembrava inafferrabile e solo un ferro beffardo ha portato via, assieme ai sogni di Francesca Pasa che aveva appoggiato quella palla. Sono state tantissime le dichiarazioni di giocatrici e non riguardanti le qualità del gruppo azzurro, delle singole: ce ne sarebbe abbastanza per un capitolo a parte sul tema. Questo è un ulteriore punto d’orgoglio e di partenza da cui ripartire: questa squadra ha parecchi anni ancora per fare molto bene, e soprattutto sul lato piccole c’è un serbatoio importante che ci lascia con delle valide sicurezze per un arco di tempo abbastanza lungo da permetterci di restare ad alto livello.
Per il resto, cosa si è visto di bello? La capacità degli USA di giocare di squadra quando è risultato necessario, cosa accaduta contro la Francia. E se si risale da un -14 in finale e lo si trasforma in un divario stratosferico, con in più le mancanze pre-torneo di A’ja Wilson e Kelsey Plum e quella de facto di Paige Bueckers, che qualche problema nel prepartita l’aveva lamentato, allora si comprende che cos’ha in mano lo squadrone a stelle e strisce. Che non è solo Breanna Stewart, ma che ha in “Stewie” una figura insostituibile se si vuole parlare di chi siano le più grandi giocatrici della storia.
Abbiamo parlato di Francia. Anzi, dovremmo parlare di Europa. Perché le selezioni europee hanno regalato tante storie che andrebbero raccontate in sede separata. L’estro sempre più totale di Gabby Williams, l’ascesa a superstar di Janelle Salaun, la capacità di Marine Johannes di passare la palla come pochissime. E poi l’estro giovanissimo (classe 2006) di Iyana Martin, destinata a diventare una grandissima, il cerchio che va avanti per Nyara Sabally e Leonie Fiebich sopra le altre del gruppo tedesco. E ancora Alba Torrens, per ritornare alla Spagna, quella che ancora fa affidamento su una leggenda perfettamente unita a questo gruppo. E poi si potrebbero citare le sfortune e gli infortuni, con l’Australia che ha perso a fasi separate Sami Whitcomb, Alanna Smith ed Ezi Magbegor. Ancora si può citare la Cina, con tutto il rumore creato intorno a Zhang Ziyu e Han Xu, torri rimaste prive di una stella quale Li Yueru e che non hanno sufficienti garanzie sulle esterne per poter in questo momento sperare in più dei quarti. Di questo e di altro ce ne sarà da parlare, ma oltre tutto c’è anche una storia mancata. Quella del Mali. Perché avesse passato il girone, allora sì, sarebbero stati problemi per chiunque.
