Atletica
Alessandro Nocera: “Derkach era la più forte agli Europei. Italia migliore di sempre, per la 4×100 serve più coraggio”
Nella nuova puntata di Sprint Zone, trasmissione in onda sul canale Youtube di OA Sport, Ferdinando Savarese ha intervistato Alessandro Nocera, tecnico di Dariya Derkach, campionessa europea del salto triplo a Birmingham. Nocera ha raccontato lo sviluppo e la continuità di risultati dell’azzurra, analizzando la sua prestazione agli Europei e fissando i prossimi obiettivi.
L’oro di Birmingham: “È stato il punto più alto della mia attività. È stata una grande soddisfazione e devo dire anche un’emozione che ho deciso di vivere privatamente. Quando la gara è finita e Dariya è partita per l’ultimo salto, io sono andato via. Non volevo condividere con nessuno il successo. Poi sono tornato contento, ma prima ho festeggiato privatamente”.
La consapevolezza di essere la più forte in pedana: “È stata la migliore gara di Dariya. In qualificazione con un salto ha fatto 14.42, c’era una condizione alta. Doveva solo cercare di mettere in pedana quello che aveva. Non è mai scontato per gli atleti. Aveva la consapevolezza di essere la più forte quella sera. Ha vinto con il primo salto. Ha fatto anche un nullo lungo, ero rammaricato, ma è un salto che può servire per altri contesti. Quello che ha fatto è stato un percorso basato sulla continuità. Il picco è stato la media delle sue misure. Io pensavo che l’oro non potesse sfuggirle. La medaglia nasce da anni difficili. Certe volte lo sport ti toglie e ti dà oltre i tuoi meriti”.
Il percorso di Dariya fino ad oggi: “Il Mondiale che ha fatto l’anno scorso è stato fondamentale per questo Europeo. Lì ha pensato di poter nuovamente fare quell’attività. Se non fosse andata in quel modo avrebbe potuto spegnersi e ritenere che si andava verso la fine della carriera. Quella partecipazione le ha fatto capire che poteva ancora gareggiare in quei contesti. Sono contento che abbia fatto il personale a 33 anni. Prima ancora dello sviluppo, ragazzi e ragazze fanno cose che non faranno più. Il suo personale è un motivo di grandissimo orgoglio perché individua un percorso. Non ho grande stima dell’allenamento genitoriale come concetto generale. Ci sono varie eccezioni, ma alla lunga crea dei problemi tecnici e di relazione. Per lei è stato un cambiamento di approccio, ma Dariya è un robot. Ci sono dei margini per il nostro settore tecnico di miglioramento per alcuni approcci all’allenamento, per l’atletica a sviluppo biologico ultimato”.
Le prossime tappe: “Qualche piccolo dolore affiora. Dovrà osservare un lungo periodo di riposo. Gareggerà a Brescia e poi farà gli Ultimate a Budapest. Sono gare che sostituiscono il Mondiale, c’è un alto livello”.
Il Mondiale del 2027: “L’anno prossimo c’è il Mondiale. Serverebbe il salto nullo di Birmingham. C’è la Coppa Europa a cui teniamo molto. Dariya ama molto gareggiare in maglia azzurra. Per lei è motivo di grande orgoglio vestire l’azzurro. L’anno prossimo ci sarà anche il Campionato Europei indoor. È una opportunità importante, a lei piace gareggiare indoor, non c’è vento. Gli anni passano, bisogna anche prepararsi ad un momento in cui i risultati non arriveranno”.
Il commento generale sulla spedizione italiana: “La migliore spedizione di sempre. L’Italia ha dato una prova di grande qualità. Su quattro salti di estensione abbiamo preso tre medaglie d’oro e si è fatto male Mattia Furlani. Quando ci sono numeri così vasti ci sono anche delle controprestazioni. Non mi sono piaciute le scelte delle staffette veloci. Il settore tecnico dovrebbe fare meno valutazioni. Su alcune cose la scelta è difficile. Il Presidente Mei era felicissimo, ha fatto una magia. Sono risultati impensabili. Proprio per questo sulle staffette veloci bisogna avere più coraggio. Devi essere pronto per i sostituti che devono essere già pronti. Mi auguro che nel futuro i ragazzi possono prepararsi al meglio. Cercherei di avere il coraggio, nell’atletica è fondamentale. Se il top vuole gareggiare lo fa, ma non si possono inseguire queste situazioni. Bisogna innovare. Non è una questione di nomi, ma una questione metodologica”.
