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Pallavolo

Osaka promuove gli azzurri: un’Italia quasi al completo e più matura ci proverà per il titolo in Cina!

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Giovanni Sanguinetti
Giovanni Sanguinetti / Fivb

Tre vittorie, una sola sconfitta al tie-break e soprattutto la qualificazione alle Finals di Ningbo. La terza settimana di VNL 2026 disputata a Osaka ha restituito un’Italia in evidente crescita, capace di integrare alcuni dei suoi riferimenti principali e di migliorare partita dopo partita sotto il profilo tecnico, tattico e mentale. Il bilancio finale della Pool 9 non racconta soltanto i risultati ottenuti contro Giappone, Belgio, Argentina e Cuba, ma descrive una squadra che ha progressivamente ritrovato struttura, identità e certezze. Il primo elemento da sottolineare riguarda il rientro di Simone Giannelli, Yuri Romanò, Fabio Balaso e Roberto Russo in un gruppo che nelle prime due settimane aveva cambiato spesso interpreti. De Giorgi ha utilizzato la VNL come un lungo percorso di selezione e crescita, coinvolgendo complessivamente 24 giocatori, ma a Osaka ha iniziato a ricomporre l’ossatura più vicina a quella destinata ad affrontare gli appuntamenti decisivi. Il processo non poteva essere immediato: automatismi, tempi di gioco e intese difensive hanno avuto bisogno di essere ricostruiti. La risposta, però, è arrivata rapidamente.

La sconfitta per 3-2 contro il Giappone è stata il punto di partenza più utile dell’intera settimana. L’Italia ha retto il ritmo della capolista e ha mostrato capacità di adattamento contro una formazione molto più rodata, continua in difesa e pericolosa nella ricostruzione. Sono emerse difficoltà nella fase break, soprattutto nel rapporto tra servizio, muro e difesa, e una certa discontinuità nell’attacco di palla alta. Gli azzurri hanno però saputo cambiare assetto durante la partita, trovando risposte importanti da Luca Porro, da Alessandro Bovolenta e dal centro. Il limite principale è stato non aver concretizzato le occasioni costruite nel tie-break, ma la prestazione ha dimostrato che l’Italia era già competitiva contro la squadra più efficace della fase intercontinentale.

Dalla gara successiva contro il Belgio è iniziato il vero salto di qualità. De Giorgi ha scelto la diagonale Giannelli-Romanò, con Porro e Bottolo in banda e Sanguinetti-Mati al centro, ricevendo risposte molto convincenti. L’Italia ha dominato la fase cambio palla grazie a una ricezione sufficientemente stabile e a una distribuzione equilibrata di Giannelli, bravo a coinvolgere con continuità i centrali e a non sovraccaricare l’opposto. Il ritorno di Romanò ha aggiunto peso all’attacco da posto due e soprattutto una soluzione affidabile sulle palle alte. Il 3-0 non è nato da una prestazione spettacolare, ma da una conduzione ordinata, senza cali prolungati e con grande lucidità nei finali dei set.

Uno dei segnali più interessanti della settimana è stato il rendimento di Pardo Mati. Il centrale ha offerto fisicità, presenza a muro e una buona efficacia offensiva, inserendosi con naturalezza nel sistema di Giannelli. Accanto a lui, Giovanni Sanguinetti ha confermato di essere ormai un’alternativa credibile ad alto livello, sia nel primo tempo sia nella lettura del muro avversario. La profondità nel reparto centrale rappresenta uno dei patrimoni più importanti costruiti nelle tre settimane di VNL, anche considerando la presenza di Galassi e Russo.

Contro l’Argentina l’Italia ha mostrato un altro tipo di maturità. La partita è rimasta spesso in equilibrio, ma gli azzurri hanno vinto tutti e tre i set con lo stesso punteggio, 25-22, imponendosi nei passaggi decisivi. Tatticamente è stata una prova di pazienza e gestione: la difesa argentina ha costretto l’Italia a rigiocare molti palloni, ma Giannelli e compagni non hanno forzato oltre misura. La squadra ha accettato gli scambi lunghi, ha ricostruito con ordine e ha sfruttato la superiorità nella gestione delle situazioni di punto a punto. Romanò è diventato il principale terminale offensivo, mentre Bottolo e Lavia hanno garantito equilibrio tra attacco e ricezione.

Proprio il ritorno di Daniele Lavia a pieno regime è un altro aspetto fondamentale. Il martello calabrese continua a rappresentare il giocatore che tiene insieme il sistema azzurro: riceve, difende, lavora sulle traiettorie alte e consente a Giannelli di mantenere una distribuzione fluida anche quando la ricezione non è perfetta. Bottolo, dall’altra parte, ha aggiunto maggiore esplosività offensiva e aggressività al servizio. La loro complementarità ha dato stabilità a un reparto che può contare anche sull’energia di Porro e sulle caratteristiche più fisiche di Sani.

La sfida con Cuba ha infine certificato la crescita mentale del gruppo. Il primo set ha evidenziato le difficoltà prevedibili contro una formazione capace di esercitare una pressione enorme con battuta e attacco. L’Italia ha sofferto il ritmo cubano, ha ricevuto lontano da rete e ha perso efficacia nel sistema offensivo. Dal secondo parziale, però, è cambiato l’approccio: gli azzurri hanno iniziato a utilizzare meglio il mani-fuori, a variare maggiormente i colpi e a difendere con più ordine. La battuta è diventata più tattica, meno orientata esclusivamente alla potenza e più attenta a limitare le combinazioni al centro di Cuba. Il dato degli 11 muri contro la squadra caraibica segnala il miglioramento nella lettura del gioco avversario. Il sistema muro-difesa, deficitario contro il Giappone, ha trovato progressivamente maggiore compattezza. Balaso ha assicurato ordine nella seconda linea, mentre Lavia e Bottolo hanno lavorato bene nel contenimento degli attaccanti di palla alta. Superato il momento più complicato, l’Italia ha preso il controllo della partita e ha chiuso con autorità, dimostrando di saper modificare il piano tattico durante la gara.

La settimana di Osaka ha inoltre chiarito le gerarchie nella diagonale principale. Giannelli resta il centro del progetto tecnico, non soltanto per la qualità della distribuzione, ma per la capacità di leggere la partita e di cambiare ritmo. Il suo contributo diretto in attacco e al servizio amplia ulteriormente le possibilità della squadra. Romanò, al rientro internazionale, ha subito ripreso il ruolo di riferimento offensivo, chiudendo la settimana in crescendo e offrendo maggiore continuità rispetto a Bovolenta. Quest’ultimo, però, ha confermato di poter rappresentare un’alternativa preziosa, soprattutto per potenza e altezza del colpo.

Non tutto è già risolto. La battuta azzurra ha prodotto pressione, ma anche un numero elevato di errori, soprattutto contro Belgio e Cuba. La fase break può ancora crescere contro squadre capaci di ricevere con continuità, mentre nei momenti di difficoltà resta da migliorare la qualità della palla alta. Anche la ricezione ha alternato passaggi molto solidi ad altri di sofferenza quando gli avversari hanno alzato il livello del servizio. Il dato più significativo, però, è la traiettoria seguita dalla squadra. L’Italia ha cominciato la settimana con una prestazione promettente ma incompleta contro il Giappone e l’ha conclusa rimontando Cuba in una partita decisiva. Ogni gara ha aggiunto qualcosa: ordine contro il Belgio, pazienza contro l’Argentina, capacità di reazione contro Cuba. La qualificazione alle Finals non è quindi soltanto il premio per le otto vittorie complessive e i 26 punti conquistati, ma il risultato di un percorso costruito attraverso rotazioni, esperimenti e inserimenti progressivi.

A Ningbo servirà un livello ancora superiore, perché le partite saranno tutte da dentro o fuori e il margine di errore sarà minimo. L’Italia, però, arriva alla fase decisiva con una base più solida rispetto a quella di inizio VNL: una diagonale ritrovata, un reparto centrale profondo, quattro schiacciatori utilizzabili e una seconda linea nuovamente guidata da Balaso. Soprattutto, De Giorgi ha ritrovato una squadra capace di restare dentro le partite, cambiare strategia e reagire alle difficoltà. È questo il segnale più importante lasciato dalla settimana di Osaka.

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