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MotoGP, il tema nascosto di Brno e Assen: l’estinzione dei piloti anglofoni. Un tempo dominanti, oggi spariti
Domenica 21 giugno si disputerà il Gran Premio di Cechia di MotoGP, mentre domenica 28 assisteremo al Dutch Tourist Trophy, ormai classificato come Gran Premio d’Olanda pur non avendone mai ufficialmente preso la denominazione. I due eventi andranno in scena uno dopo l’altro e, alla luce della conformazione del calendario, lanciano un tema nascosto.
Difatti, Brno e Assen sono i due tracciati in cui negli ultimi due decenni si sono concretizzate le maiden victories (ossia le prime vittorie in assoluto) di tutti i piloti anglofoni capaci di imporsi nel motomondiale. Questi soggetti si contano sulle dita di una mano, poiché sono solo quattro. Lo statunitense Ben Spies, l’australiano Jack Miller, il britannico Cal Crutchlow e il sudafricano Brad Binder.
Spies vinse ad Assen nel 2011, Miller lo fece nel 2016. Crutchlow si è imposto a Brno nel 2016, mentre Binder lo ha fatto nel 2020. Fine. Sono 23 i centauri che, tra gli anni ’10 e gli anni ’20 del XXI secolo hanno festeggiato il primo successo in MotoGP. Di essi, 9 sono spagnoli e 7 italiani. Aggiungiamo i quattro anglosassoni di cui sopra e restano un paio di francesi e un portoghese.
Il dato merita una riflessione ed è lo specchio dell’evoluzione presa nel Motomondiale negli ultimi 30 anni. In realtà, è quasi sorprendente rendersi conto di come il numero di italiani sia vicino a quello degli iberici, considerando come questi ultimi stiano letteralmente saturando le categorie formative. Ormai, la Moto2 e la Moto3, sono diventati una sorta di campionato spagnolo open, aperto a tutti, ma popolato principalmente di sudditi di Filippo VI.
Un’Armada di Conquistadores che si è impossessata delle classi inferiori grazie a un numero impressionante di piloti apparentemente prodotti in serie, gli uni uguali agli altri e interscambiabili, salvo qualche rara eccezione (che difatti ha il merito di emergere anche in MotoGP, mentre molti altri restano plafonati ai piani inferiori).
In ottica futura? Nella MotoGP attuale non c’è nessun anglofono con i crismi per diventare un big. L’unico all’orizzonte è l’australiano Senna Agius, chiacchieratissimo qualche anno fa. Tuttavia è ancora in Moto2 e vederlo progredire sino al punto di essere un pilota vincente nella classe regina è una dinamica molto ipotetica.
Perché e percome i britannici, ma anche gli americani e gli australiani, siano spariti progressivamente dagli schermi radar del Motociclismo sarebbe materia di studio per una tesi di laurea. Il discorso può essere allargato anche alla Superbike, fino a qualche tempo fa “riserva protetta” di chi batteva bandiera Union Jack, ma oramai a sua volta conquistata da italiani e spagnoli. Non è questa la sede per affrontare l’argomento e non si ha la presunzione di farlo. Ci si limita a lanciare il tema di riflessione, proposto dalla curiosa concomitanza del calendario.
