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Flavio Cobolli quasi eroico in un Roland Garros fuori dagli schemi. E il pubblico francese l’ha adottato

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Flavio Cobolli
Flavio Cobolli / LaPresse

Flavio Cobolli se ne va dal Court Philippe Chatrier, il centrale del Roland Garros, avendolo calcato non meno di quattro volte in quest’edizione 2026. E, nell’ultima di queste, non è solo riuscito a giocare una grande finale contro Alexander Zverev. Ha fatto ancora di più: è assurto a una dimensione quasi eroica, trascinando dalla propria parte l’intero pubblico del centrale parigino.

E non è stato un sostegno casuale. Non è stato soltanto perché Cobolli è stato il giocatore in svantaggio per fondamentalmente tutto il match. Il sostegno è stato tale anche perché Flavio ha permesso al pubblico di unirsi con lui, e l’ha fatto anche con l’aiuto del muro azzurro dietro il suo angolo, quello che ha fatto il possibile e l’impossibile per sostenerlo in una missione apparsa fin da subito difficile. In un certo senso, l’ora numero 10 del mondo è stato umano.

Umano perché nel primo set si è trovato davanti tutta la pressione che può sostenere un giocatore alla prima finale Slam contro un altro, Zverev, che era già alla quarta e, con tutte le difficoltà del caso, si è ritrovato a subire un colpo pesantissimo, un 6-1 che avrebbe creato fatica per chiunque, nella sua situazione, nell’intento di rialzarsi. Il classe 2002, però, ha fatto un respiro, ha riordinato le idee e si è messo a giocare un grande tennis. E ha sfruttato in più di un’occasione le incertezze dell’avversario tedesco. Certo, ne ha anche avute di sue, ma tante volte l’abbiamo visto avere un momento di calo, poi rialzarsi e riprendere la propria marcia. Anche quando la prima lo ha abbandonato (e il caso quasi emblematico è quello del quarto set). Quasi emblematica l’immagine del punto che ha trascinato il match al quinto: Cobolli che tira il dritto lungolinea, gran parte degli spettatori non tedeschi che scattano in piedi urlanti, Flavio che alza il dito al cielo, in un momento che da solo vale inquadrature e fotografie da tenersi stretti.

Alla fine non è andata come voleva l’italiano, per il semplice motivo che, a un certo punto, le energie sono venute meno. Quelle fisiche, ma soprattutto quelle mentali. Può accadere, se ci si trova di fronte alla prima finale Slam della carriera, a un percorso fino ad ora mai vissuto e dopo un avvicinamento davvero particolare. E anche questo è, e potrà essere, un tema: è stato o no uno svantaggio non aver disputato la semifinale contro Matteo Arnaldi? Non lo sapremo mai, ma alcuni precedenti del passato fanno capire come, a volte, interrompere un ritmo non dia esattamente benefici in assoluto. Se lo ricorda Novak Djokovic, che in una delle partite più leggendarie disputate sullo Chatrier, la semifinale del 2011 che il serbo perse contro Roger Federer, entrò in campo senza aver disputato il quarto contro Fabio Fognini (che s’infortunò due giorni prima e non vide più il campo per parecchie settimane). E, pur in un match fuori da qualunque categoria per la bellezza (e che chi l’ha visto ricorda bene quanto fosse a rischio rinvio al giorno successivo in caso di quinto set: ancora le luci non c’erano), in qualche punto la sensazione di un Djokovic che aveva sbagliato un minimo le scelte per ritmo partita interrotto ci poteva essere.

In ogni caso, Cobolli è stato, di fatto, l’eroe italiano inatteso di un Roland Garros totalmente fuori dagli schemi. Un torneo che ha perso subito Alcaraz e Musetti per infortunio, ha perso Sinner per strada per malessere, si è trovato con la parte alta ribaltata come la proverbiale scatoletta di tonno e Djokovic rimontato da Joao Fonseca (ma nella parte bassa). Una prima settimana stravolta dal caldo, una seconda con la bandiera italiana che ha improvvisamente preso a dominare la scena. E, visto che si è a Parigi, e potendo citare I Miserabili di Victor Hugo, viene inevitabile parlare di Matteo Arnaldi, Matteo Berrettini e Flavio Cobolli come degli Amici dell’ABC. Vero, quelli erano ben più di tre, ma le iniziali dei cognomi fanno il resto. Due sono stati fermati da fattori che col tennis c’entrano ben poco: Berrettini dall’anca, Arnaldi da una notte e un mattino infami, a vomitare di tutto. Il terzo non ha avuto il lieto fine, ma può guardare avanti con tanta fiducia.

Quella fiducia che, ancora una volta, ha il tennis italiano. Quella che Jannik Sinner ha rimarcato più volte, fino a spingerlo, ai microfoni di Sky, a definirsi quasi arrabbiato perché spesso non si considerava la forza di questo movimento. Siamo passati dai tempi in cui si faticava ad avere due o tre giocatori nei primi 100 a un’era quasi senza senso, in cui un giocatore è numero 1 del mondo, un altro è andato a un infortunio dal numero 3, e adesso ce n’è un altro a finire dritto nei 10 con la speranza che il secondo dei citati (Musetti) possa rientrarvi e formare un trio importante, se Cobolli saprà mantenersi su questa linea.

E proprio questa sarà ora la sua grande sfida: confermare la costanza. Perché è ciò che finora gli è mancato, dal momento che per un ottimo risultato sono spesso poi arrivati momenti in cui ha faticato tantissimo, perdendo da giocatori decisamente inferiori per livello. Se riuscirà a mantenere costante un livello che lo possa portare con continuità nelle fasi avanzate (almeno dagli ottavi in poi) di Slam e 1000, ottenendo contemporaneamente valide conferme tra 500 e qualche 250, allora per Flavio si potrà davvero parlare di una nuova e ulteriore maturazione. Di quelle per le quali una finale Slam significhi semplicemente un nuovo inizio.

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