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CiclismoStrada

Beppe Martinelli: “Percorso giusto per Finn, Seixas si sta facendo influenzare. Pantani ha lasciato qualcosa di unico”

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Lorenzo Finn
Lorenzo Finn / Lapresse

Beppe Martinelli va considerato uno dei direttori sportivi più vincenti e rispettati della storia del ciclismo italiano. Nella sua lunga carriera ha avuto il privilegio di guidare e accompagnare alcuni dei più grandi campioni del nostro sport, da Marco Pantani a Vincenzo Nibali, passando per tanti altri protagonisti che hanno lasciato un segno indelebile nelle corse di tutto il mondo. Cinquant’anni vissuti nel ciclismo, prima da corridore per sedici stagioni e poi da direttore sportivo per trentotto anni, con un palmarès impressionante: nove Giri d’Italia, due Tour de France e una Vuelta a España conquistati al fianco dei suoi atleti. Dal 2024 ha deciso di lasciare il World Tour e scendere dall’ammiraglia del professionismo, ma il richiamo della strada e delle corse è stato troppo forte per restare lontano a lungo. Oggi, infatti, “Martino” – come tutti continuano a chiamarlo nel gruppo – si definisce scherzosamente un pensionato, ma in realtà segue da vicino la crescita dei giovani come dirigente della formazione Juniores Ecotek Zero24. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente sul Gargano, in Puglia, dove si sta concedendo qualche giorno di meritato riposo dopo l’ennesima stagione vissuta tra gare, trasferte e nuove sfide. E, nonostante il cambio di vita, la passione per il ciclismo sembra essere rimasta intatta.

Quanto ti manca l’ammiraglia?
“Mi è mancata relativamente poco. È chiaro che il mondo dei professionisti è tutt’altra cosa, ma sentivo di essere arrivato alla fine di un percorso straordinario. Gli ultimi due anni da direttore sportivo non sono stati semplici e questo mi ha aiutato a prendere la decisione di fermarmi. Dopo appena quattro mesi, però, sono tornato in ammiraglia con gli Juniores e devo dire che questa esperienza mi sta dando molto. I ragazzi così giovani ti trasmettono entusiasmo, ti costringono a essere ancora più attento e coinvolto. Domenica abbiamo conquistato il Campionato Italiano con Enrico Bagliana e posso dire che si tratta di un corridore davvero interessante, uno di quei nomi da annotarsi sul taccuino per il futuro”. 

Qualche mese fa sembravi tra i principali candidati per diventare commissario tecnico, se non addirittura il candidato numero uno…
“La Federazione non mi ha mai contattato e non voglio attribuire colpe a nessuno. Probabilmente per l’opinione pubblica potevo essere tra i candidati principali, ma evidentemente non era così per la Federazione. Me ne sono fatto una ragione abbastanza in fretta, anche perché da parte loro non ho mai ricevuto alcuna telefonata”. 

In Italia, a secco nei Grandi Giri da dieci anni, si tende spesso a creare aspettative enormi sui giovani corridori. Tiberi e Pellizzari sono stati caricati di troppe responsabilità?
“Da Pellizzari mi aspettavo sicuramente qualche segnale più incoraggiante al Giro d’Italia. Quello che ha fatto vedere successivamente al Giro di Slovenia, però, è un segnale importante e positivo. Per questo credo che serva un po’ più di pazienza, una qualità che oggi spesso manca. Dopo Nibali non abbiamo più avuto un corridore realmente competitivo per la vittoria nei Grandi Giri e questo inevitabilmente aumenta le aspettative. Bisogna lasciare che Pellizzari continui il suo percorso di crescita, così come Tiberi. Antonio sarà al via del Tour de France e per lui sarà un banco di prova molto importante, perché si confronterà con i corridori più forti del mondo”. 

Al Tour ti aspetti un monologo di Pogacar oppure credi che Vingegaard possa giocarsela come nel 2022 e nel 2023?
“Per quello che ho visto quest’anno, Pogacar mi sembra addirittura più forte rispetto alle stagioni precedenti. Vingegaard mi è piaciuto molto al Giro, ma continuo a vedere un netto vantaggio da parte di Pogacar e della sua squadra. Credo che per il danese sarà molto difficile riuscire a contrastare un fenomeno di questo livello”. 

Paul Seixas: che idea ti sei fatto?
“Secondo me è ancora troppo presto per andare a confrontarsi con i mostri sacri che ci saranno al Tour de France. Ho l’impressione che si sia lasciato influenzare un po’ dall’entusiasmo generale e dalle aspettative che la Francia ha creato attorno a lui. Temo che al termine del Tour possa uscire con qualche certezza in meno. Personalmente avrei preferito vederlo alla Vuelta, una corsa comunque di altissimo livello, ma con una pressione mediatica inferiore. Il Tour è la vetrina più importante del ciclismo mondiale e per un ragazzo di diciannove anni può trasformarsi facilmente in un’arma a doppio taglio”. 

Un corridore come Del Toro è obbligato a lavorare per Pogacar al Tour: rischia di perdere anni importanti della sua carriera?
“No, perché credo che la UAE stia gestendo molto bene un talento come Del Toro. Portarlo al Tour accanto a Pogacar è una scelta intelligente. Penso che Isaac possa ricoprire il ruolo di secondo capitano, più che quello di semplice gregario. Potrebbe essere chiamato a controllare corridori come Lipowitz, Seixas o lo stesso Vingegaard in determinate situazioni. È un talento enorme e continua a dimostrarlo gara dopo gara”. 

Da esperto del settore, qual è la tua opinione sulle prospettive di Lorenzo Finn, fresco vincitore del Giro Next Gen?
“Finn lo seguo da quando era allievo e già allora si vedeva che possedeva qualcosa di speciale. Ha vinto il Giro NextGen con grande autorevolezza e, soprattutto, sta seguendo il percorso giusto per arrivare ai massimi livelli. Sta crescendo senza bruciare le tappe, un passo alla volta. La Red Bull Bora-hansgrohe sta facendo un lavoro eccellente con lui: oltre ad avere grandi qualità atletiche, è anche un ragazzo molto intelligente”. 

Qual è stato il momento più alto della tua carriera da direttore sportivo?
“L’incontro con Pantani è stato fondamentale per la mia carriera. Mi ha aperto le porte di squadre importanti come Lampre e Saeco. Le vittorie di Marco al Giro e al Tour restano i ricordi più emozionanti che porto dentro di me. Allo stesso tempo, gli anni trascorsi all’Astana con Nibali, Aru e Scarponi sono stati davvero speciali. Dal 2013 al 2016 abbiamo vissuto stagioni straordinarie e in ogni corsa partivamo con l’obbligo di essere protagonisti. Sono stati gli anni in cui mi sentivo maggiormente a mio agio nel ruolo di direttore sportivo. Certo, avere corridori di quel livello rende tutto un po’ più semplice”. 

E quale momento, invece, se potessi tornare indietro, vorresti rivivere per cambiarne l’esito?
“Più che cambiare un risultato, vorrei vivere diversamente gli anni accanto a Pantani. Con Marco era tutto speciale: era un personaggio conosciuto ovunque e capace di attirare l’attenzione di chiunque. Io però ero ancora molto giovane e avevo bisogno di fare esperienza. Col ‘senno di poi’ avrei voluto godermi di più l’uomo Marco, non soltanto il campione. Ancora oggi Pantani è un’icona, una figura che continua a essere ricordata e amata da tutti. Ha lasciato qualcosa di unico nel cuore delle persone e questo è il segno più grande della sua eredità”. 

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