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Alexander Zverev e le lezioni del Roland Garros 2026

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Alexander Zverev
Alexander Zverev / LaPresse

Il Roland Garros 2026 è finito. Lo ha vinto Alexander Zverev, ma è stato il più sorprendente Slam da tempo. Eppure, in un torneo che ha perso il numero 2 prima di partire e il numero 1 al secondo turno, è finita che se l’è portato a casa il numero 3, quello che tutti ormai davano senza più una vera chance di vincere uno dei quattro tornei maggiori.

Zverev diventa così, dopo Gottfried von Cramm, Henner Henkel, Boris Becker e Michael Stich, il quinto campione Slam espresso dalla Germania, cui un tale alloro mancava dal 1996 quando Becker vinse gli Australian Open. E, ancor più, il Roland Garros mancava dai tempi di von Cramm e Henkel, cioè addirittura dall’anteguerra. Due storie, fra l’altro, a loro modo diverse e tragiche insieme, quelle appena citate: von Cramm fu sopportato, poi osteggiato e infine emarginato dai nazisti per la sua omosessualità, Henkel morì in guerra nel 1943.

E risaliva al 1996 anche l’ultima finale Slam parigina di un tedesco, conquistata da Stich. Oggi un po’ sorprende vedere questo fatto, ma si sa che il nativo di Elmshorn era davvero forte su qualsiasi superficie, mentre uno dei grandi crucci di Becker è non esser mai riuscito a conquistare almeno una finale a Parigi. A proposito di crucci, quello di Zverev pareva infinito. Partito sotto le ultime rimanenti insegne della triade Federer-Nadal-Djokovic, non ha quasi fatto in tempo a respirare che si è trovato l’ascesa di Sinner e Alcaraz davanti. In tutto questo, però, tre finali le aveva giocate.

Nella prima aveva tremato, in qualsiasi senso possibile, agli US Open 2020, facendosi rimontare da Dominic Thiem. Nella seconda, al Roland Garros 2024, Carlos Alcaraz gli aveva rimontato un set senza dargli troppe chance. Nella terza, agli Australian Open 2025, Jannik Sinner non gli ha concesso sostanzialmente nulla (come fa ormai da tempo nei loro scontri diretti: non ci vince dal 2023). E anche stavolta, contro Flavio Cobolli, in più di un’occasione i tremiti non sono mancati. Comprensibile, se si è alla quarta finale Slam e la tensione si taglia con qualsiasi oggetto possibile. Tanti comunque sono i meriti del capitolino, bravissimo a rientrare in partita dopo un primo set che avrebbe messo fuori gioco tanti.

Alla fine Zverev, anche se in quel momento non lo sapeva, è stato quello che ha retto di più a livello fisico, quando entrambi (come affermato dalle rispettive parti in conferenza stampa) stavano per soffrire di tutto. A Cobolli sono toccati i guai al polpaccio e poi al quadricipite, ma anche al giocatore di Amburgo stavano iniziando ad arrivare i segnali della lotta. In quel momento, ad ogni modo, ha dato fondo a tutte le possibilità che ha potuto concretizzare, riuscendo anche a neutralizzare i tentativi di ritorno di Cobolli. Va anche detto che ha saputo sfruttare la sua dose di fortuna. Siccome il tennis è un gioco (anche) di episodi, ecco che tanti nastri hanno avuto un certo tipo di conto. Quello che allunga il primo game del match, altri sparsi per l’incontro. Ed è stato bravo Zverev a sfruttarli, perché non si tratta di una cosa banale.

Per il tedesco, peraltro, questa a livello sportivo è un po’ la chiusura di un cerchio, quello che si era aperto con il tremendo infortunio, quattro anni prima e su quello stesso campo, nella semifinale contro Rafael Nadal e dopo tre ore e quasi due set di furiosa lotta. Ci ha messo un anno a riprendersi davvero, due a ritornare a pieno regime. Adesso, proprio sullo stesso luogo di quell’infortunio, è arrivato un successo fondamentale per la sua carriera, il terzo di un giocatore degli Anni ’90, la Lost Generation, generazione perduta, in uno Slam.

Eppure, nonostante tutto questo, Zverev non è stato il più tifato sullo Chatrier. Sì, ci sono stati diversi tedeschi giunti con le bandiere e pronti a sostenere il giocatore di casa, ma quello che si è conquistato il favore del pubblico è stato Cobolli. Tutto il contrario, insomma, di Federer-Soderling del 2009, quando nonostante di solito si tifi il più debole quello più tifato era Roger, perché tutti lo volevano vedere vincere almeno una volta a Parigi. E in qualche modo questo si può anche legare all’altra vicenda di Zverev, quella umana, che lo ha visto coinvolto nelle ben note questioni di accuse di violenza domestica contro le ex fidanzate Olga Sharypova e Brenda Patea. L’una ha raccontato, ma non ha mai denunciato, con l’altra c’è stato un patteggiamento. Vicende che in Francia sono state anche seguite con un certo livello di attenzione, e che hanno inevitabilmente portato a un certo schieramento del pubblico.

In conclusione, un paio di lezioni dal torneo. La prima: gli Slam, alle volte, sono questi. Quelli dove può davvero succedere di tutto, e dove a tutto bisogna essere pronti. E quando ciò accade, ecco che ci si trova con 32 incontri al quinto set e battaglie storiche (Berrettini-Comesana, Arnaldi-Tiafoe, Arnaldi-Collignon, Juan Manuel Cerundolo-Landaluce). La seconda: forse, visti alcuni episodi di ieri e non solo, sarebbe quantomeno il caso di integrare con l’elettronica il supporto dei giudici di linea. Perché si sono visti errori molto marchiani.

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