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Pallavolo

Alessandro Fei: “Prima avevamo solo Velasco, ora i giovani hanno già tutto. Giani fu fondamentale ai miei esordi”

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Alessandro Fei
Alessandro Fei / LaPresse

Alessandro Fei, uno dei grandi campioni della pallavolo italiana degli ultimi decenni, è stato ospite di Focus, trasmissione in onda sul canale YouTube di OA Sport. Il vincitore di tre medaglie olimpiche e di un titolo mondiale ha ripercorso la sua lunga carriera e si è raccontato in un viaggio che ha portato il volley in una nuova era nel corso di una carriera lunga venticinque anni.

Il pensiero a quel ragazzo con i capelli lunghi che affrontava le prime nazionali: “Vedo una bella storia perché come hai detto tu ho fatto una bella carriera, ho giocato quattro Olimpiadi, un Mondiale, World League, tante coppe anche con il club, quindi sono veramente soddisfatto di quello che ho fatto. Me lo dico da solo, però è vero. Insomma, venticinque anni di pallavolo e per fortuna le cose mi sono sempre andate bene. Il fisico ha sempre ha sempre retto e non ho avuto mai problematiche importanti e quindi guardando indietro dico: bravo Ale“.

La condivisione dello spogliatoio e del campo con la generazione dei fenomeni: “All’inizio della mia carriera, quando ho iniziato a entrare nella Nazionale seniores, stavo accanto a campioni del calibro di Giani, Bernardi, Bracci, Tofoli. All’inizio non è stato proprio semplicissimo, avevo appena iniziato a giocare a pallavolo. Erano cinque-sei anni che giocavo a pallavolo, non era tantissimo. Mi ricordo che iniziavamo a fare le battute in salto e mi dicevano fai le battute in salto e io tremavo. Vedere come loro approcciavano le partite, gli allenamenti, mi è servito tantissimo. È ovvio che a 18-19 anni ti sembra che sei tu il campione. E invece no, cioè io li guardavo come per dire, guarda che attitudine che hanno a fare allenamento, a fare tutto, al comportamento anche fuori dal campo, perché quando eravamo in ritiro si facevano tutti la barba, erano tutti curati, cioè veramente erano gli anni di Velasco nel ’96, così ’97, ed erano tutti inquadrati. Io provavo un pochino a tenermi con loro, però è stata una cosa importante”.

Chi ha insegnato qualcosa che dura ancora oggi: “Diciamo che all’epoca quando facevamo allenamento Giani era quello che mi stava un pochino vicino, vedeva che facevo gli errori, ovviamente più degli altri, e quando vedevo che gli altri sbuffavano un pochino perché a me non riuscivano le cose, lui mi diceva: ‘Ale, stai tranquillo, dai, non succede niente, vai avanti’. Mi ricordo la battuta in salto che era uno dei primi che mi diceva: ‘Ale, stai tranquillo, prova, siamo in allenamento, non succede niente’. Ricordo queste scene qua, ma devo dire che loro sono stati con me molto bravi, perché tutti quanti non mi hanno mai fatto sentire al di fuori di quel gruppo. Hanno cercato tutti quanti di integrarmi”.

L’immagine rappresentativa della carriera in azzurro: “Quella del Mondiale perché erano le prime volte che andavo con loro. Sono capitato un attimo lì per caso. Ero molto giovane, è stato il primo trofeo che ho vinto con la nazionale. Ho giocato solo le prime tre partite, perché una volta il mondiale era andare in Giappone, stare là venti-venticinque giorni e giocare una marea di partite, specialmente le prime partite erano quelle del girone, con le squadre un pochino più facili e quindi facevano giocare la seconda fascia. Non facevano giocare i titolari, i titolari li tenevamo a riposo e quindi ho giocato solamente le prime gare e dopo sono stato in panchina. Però quando tu sei alla premiazione che sali sopra il palco, che ti danno la medaglia, che tutti sono lì che ti guardano, chi ha perso ti guarda in malo modo, però ti guarda e quindi sai, è stata un’emozione grandissima per me”.

Su quanto fatto prima della pallavolo: “Giocavo a calcio come tutti i maschietti. La prima passione è il calcio, insomma. Io vengo da un paesino come Fogliano della Chiana, pochissimi abitanti, non c’era molto, non c’erano molti sport da fare, c’era il calcio. Fuori dal campo sportivo c’era la palestra di pallavolo. Io di pallavolo non sapevo assolutamente niente. In educazione fisica a scuola facevamo anche un po’ di pallavolo, un po’ di basket, però non avevo mai visto delle partite più di tanto di pallavolo. Non giocando molto a calcio, perché era l’anno in cui giocavo con quelli più grandi, ho deciso di cambiare sport, poi anche data l’altezza, insomma, i miei compagni mi dicevano: Ale, ma perché non vieni a giocare con noi dato che a calcio non ti diverti più? E quindi sono passato a giocare a pallavolo. Mi riusciva, mi è riuscito subito, sono riuscito a entrare dentro la squadra e a giocare. Ho iniziato all’età di 14 anni, più o meno, a giocare a pallavolo. Non ho iniziato prima. Ci vuole fortuna“.

Sullo spirito giusto per l’allenamento: “È ovvio che io sono sempre stato una persona che anche quando fa allenamento prende molto in giro gli altri. Bisogna metterci anche un pochino di spirito quando si fa allenamento, perché sennò diventa una noia. Lo sport è fatto per divertirsi. Ho cercato di fare un po’ di confusione e allora nella confusione l’allenamento fondamentalmente è venuto abbastanza bene. Si sono divertiti molto anche loro“.

La difficoltà di essere genitore invece che allenatore: “Se parlo da genitore e vedo mio figlio che gioca, sono molto tranquillo perché essendo dentro la società conosco molto bene gli allenatori che ci sono nella giovanile, mi piacciono e sono molto tranquillo. È ovvio che se tu sei un genitore, vedi tuo figlio che gioca e non gioca, allora dopo inizi anche tu a essere un po’ infastidito dalla cosa e fare il genitore è dura, specialmente per uno sportivo è dura. Dovrebbero rimanere un pochino più distaccati, lasciar fare all’allenatore il lavoro e l’allenatore dovrebbe diventare come un secondo genitore. Quando c’è la parte della palestra il genitore deve estraniarsi da questa cosa, deve dare pochi consigli. Non è detto che non deve dare consigli al figlio perché non ha senso, però ne deve dare il meno possibile. Deve lasciare che l’allenatore abbia il potere di dire al proprio giocatore ‘Oggi non sei andato bene, questa cosa la sbagli. Domani non ti faccio giocare perché sei arrivato tardi oppure perché non sei venuto all’allenamento’. Son tutte cose, processi di crescita anche per loro. Va bene che l’allenatore faccia queste cose. Il genitore deve capirlo e pochissimi capiscono questa cosa. Probabilmente io avendo fatto il giocatore, avendo subito anche queste cose qua, le capisco molto più degli altri”.

Una partita o un’azione da tenere nel cuore: “Me lo chiedono spesso, però non riesco mai a decidere quale possa essere l’azione più bella, la partita più bella, il premio più bello. Cioè, io veramente ho fatto una carriera molto bella, ho vinto tante cose, quindi è difficile dirne una. Mi viene sempre in mente il Mondiale del ’98, perché era la prima cosa, però l’Olimpiade di Sydney, entri dentro al villaggio, tutto bello, ti passano accanto, all’epoca Rosolino, Fioravanti, vedevamo medaglie d’oro e tu dici: ‘Cavolo, io è la prima volta che lo faccio, non so neanche da che parte mi devo muovere’. Quindi ripeto, è veramente difficile dire qual è stata la cosa più bella della tua carriera?”.

Sull’irripetibilità della Generazione di Fenomeni: “Io sono stato dentro la Generazione di Fenomeni, ripeto, anche se all’ultimo, ed era una bella Generazione di Fenomeni. però anche i ragazzi che ci sono adesso dentro la Nazionale, secondo me stanno dando tanto, quindi non me la sento di escludere loro da tutto il percorso della pallavolo italiana”.

I suggerimenti dell’ex giocatore ai ragazzi: “Quando fanno le cose ci devono credere, cioè quando tu fai una cosa e la fai solo perché te l’hanno chiesta non arriva il risultato, non arriva niente. Cioè, ti dico una cosa che per me è stata fondamentale: negli anni di Treviso avevamo un allenatore come Daniele Bagnoli. A Treviso Daniele mi diceva: ‘Fai questo’. Ovviamente tu pensi sempre di fare bene, no? Però quando vedi che magari stai perdendo, ti stanno murando, oppure non ti riescono le cose e hai un allenatore che ti dice cosa fare e tu ci credi e vedi che le cose vanno bene, dopo gli dai retta. E quindi io credevo in lui, io credevo in quello che lui mi diceva e lo seguivo e anche gli altri ragazzi facevano la stessa cosa, perché vedevamo che avevamo dei risultati e quindi lo seguivamo. Quindi crederci, non credere che quello che fai tu è sempre tutto giusto. L’allenatore è lì per questo, quando ti dice una cosa seguila, prova a seguirla. Credi in quella cosa. Se dopo vedi che non va bene neanche quella che ti dice lui, allora ovviamente dopo entra in gioco la tua personalità, il tuo carattere, la tua voglia di fare e quindi puoi fare anche diversamente. Ma fino a quando le cose vanno, e vedi che hai un risultato, segui e credi in quello che stai facendo”.

L’eredità da lasciare alla pallavolo italiana: “Vorrei essere ricordato per il record di punti fatti nel campionato italiano. Essere ricordati, essere invitati, fare interviste è una bellissima cosa. La gente si ricorda ancora di te. Io mi ricordo ancora Lucchetta che viene ricordato da tutti, viene amato da tutti. Il bello è quello: se una persona mi viene a chiedere un autografo non è che gli dico no, glielo faccio volentieri. Se adesso mi fermano per strada e mi chiedono un autografo, glielo faccio volentieri, perché significa che qualcosa di buono ho fatto e qualcuno mi ricorda”.

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