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Oscar Bertone: “Chiara Pellacani ha capito cosa stava sbagliando negli USA. Pensai a lungo se allenare Tania Cagnotto”

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Oscar Bertone
Bertone - LaPresse

Tuffatore, commentatore tv, allenatore di Tania Cagnotto e ora direttore tecnico della Nazionale di tuffi. Più passaggi nella vita di Oscar Bertone, sempre nello stesso mondo: il 58enne è ormai da anni protagonista di diversi trionfi azzurro, sia a livello individuale, che da allenatore, ma anche nel racconto. Andiamo ad ascoltare le sue parole ad OA Focus.

Gli inizi con la famiglia Cagnotto: “Io praticamente da Savigliano sono andato ad allenarmi a Torino e facevo avanti e indietro con il treno e l’allenatore mio all’epoca era lo zio di Giorgio Cagnotto, Lino Quattrin, che era stato allenatore di Giorgio Cagnotto. A 15 anni Giorgio mi ha chiesto se volevo andare a Bolzano ad allenarmi e risposi di sì. Praticamente il primo anno sono stato a casa Cagnotto e praticamente loro hanno fatto le prove per vedere se era il caso o meno di fare un figlio o no, di provarci. Ci hanno provato l’anno successivo ed è nata Tania. Io sono andato fuori casa naturalmente e praticamente ho visto nel vero senso la parola nascere Tania. Calcola che noi stavamo facendo allenamento in piscina e arrivava la telefonata ed era Carmen che dice magari se ti sbrighi a venire potresti anche assistere al parto. Siamo partiti tutti praticamente, si è svuotata la piscina e dopo poche ore è nata Tania”. 

Il passaggio da allenatore: “Dopo le Olimpiadi del 2012, quando Tania arrivò quarta sia da trampolino che nel sincro, a un certo punto al Campionato Italiano di Torino sono venuti da me e mi hanno detto ‘dobbiamo parlare’. E poi abbiamo parlato e mi hanno chiesto ‘ma ti piacerebbe provare ad allenare Tania per i prossimi tre anni, in vista delle Olimpiadi?’ Io devo dire una cosa sinceramente, ho aspettato e ho pensato molto alla risposta. Io in quell’epoca ero allenatore della Nazionale Giovanile e stavo ottenendo anche dei buoni risultati. Avevo iniziato a fare il commentatore tecnico con Bizzotto e si parlava comunque di Tania, cioè numero uno in Italia, nonché 50 medaglie a livello europeo mondiale. Ho detto ‘qui se sbaglio rompo il giocattolo e faccio la frittata’. Ci ho messo quasi due mesi a rispondere, ho pensato e ripensato e poi ho detto ‘vabbè io ci provo’. Per cui la cosa più importante che mi ha detto Giorgio è stata l’importante è non fare danni. Poi tutto quello che viene è di guadagnato.  La vera richiesta era non rompere il rapporto tra padre e figlia, che era un buon rapporto, perché si stava sgretolando proprio quello nel momento della non vittoria alle Olimpiadi. Poi dopo quando hanno riprovato ad allenarsi insieme si portavano i problemi a casa. A quel punto lì hanno chiesto una mano e io sono stato, ripeto, un po’ timoroso. E alla fine sono arrivate due medaglie”. 

Sui risultati a livello giovanile in Italia: “È uno sport difficile. Prima cosa perché non ci sono impianti in Italia per poter fare i tuffi, quindi i numeri non sono per nulla elevati, anzi sono bassissimi, però dall’altra parte devo dire che chi lavora sul bordo vasca, quindi i tecnici, sono preparati per farlo e sanno cosa devono fare. Quindi anche se magari ci sono strutture dove non hanno le palestre idonee, però hanno tecnici che sono capaci a tirare fuori e spremere il massimo da ogni atleta e devo dire anche che alcuni atleti, non tutti, riescono a seguire quello che i tecnici cercano di insegnargli. Devo dire che con il periodo del Covid già eravamo pochi e siamo diminuiti ancora di più, però nel periodo del Covid noi non ci siamo proprio mai fermati perché grazie alle piattaforme Zoom e quant’altro facevamo tutti i giorni almeno due allenamenti al giorno dai nostri preparatori e abbiamo fatto anche degli scambi internazionali con altri preparatori proprio per mantenere vivo l’ambiente e questo devo dire che ha dato i frutti subito dopo e subito dopo soprattutto con quelli più giovani che hanno capito ed erano proprio loro a chiedere e a richiedere questa volontà di movimento in casa perché io mi ricordo palestre, poi siamo riusciti oltretutto proprio prima che chiudessero a portare via l’attrezzatura e a dare qualcosa ad ognuno per poter poi farli allenare a casa”.

Sui cinesi: “Quando guardi la piattaforma ci sono dei bambini. Vanno a fare le competizioni dove c’è l’obbligo regolamentare di avere 14 anni io credo che abbiano i passaporti falsi perché a occhio non hanno quell’età, però dall’altra parte invece i trampolinisti sono quasi sempre gli stessi quindi vuol dire che nella specialità trampolino e piattaforma c’è una differenza”. 

Sul passaggio di alcuni atleti, come Chiara Pellacani, ad andare all’estero: “Sono scelte pericolose. Faccio l’esempio di Chiara per scelta di andare negli Stati Uniti è andata nell’università di Louisiana e dopo un anno e mezzo noi vedevamo che c’erano delle problematiche un po’ l’abbiamo lasciato stare e poi però siamo dovuti intervenire e gli abbiamo detto ‘le cose sono due o cambi o torni indietro’ perché non andava bene come si stava allenando, la stava affrontando in un modo sbagliato. L’ha capito e ha cambiato università, è andata all’università di Miami da due anni, si è appena laureata, e praticamente è maturata ed ha capito effettivamente che cosa deve fare e quello che soprattutto quello che non deve fare. Il pericolo è che quando vai negli Stati Uniti. quando ti offrono una borsa di studio. hai 18 anni e ti perdi e quindi anche lì se non hai una buona famiglia dietro, una Federazione che ti riesce a sostenere e anche ad aiutare nel momento del bisogno diventa sicuramente rischioso. È anche vero che io personalmente lo farei fare a mio figlio perché è un’esperienza unica. Il mondo dello sport negli Stati Uniti si regge nell’università, quindi è importantissimo. In Italia non vieni aiutato, lo si dice a parole, ma non lo si fa”. 

CLICCA QUI PER ASCOLTARE L’INTERVISTA A OSCAR BERTONE

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