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Editoriali

Sci alpino, Italia umiliata: il peggior superG a Bormio. Si cambi registro per non finire come il ciclismo

L’Italia deve correre ai ripari nello sci alpino: non si vedono nuovi campioni tra i giovani. Il rischio è di precipitare nell’anonimato come già accaduto al ciclismo.

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Mattia Casse
Mattia Casse / Lapresse

L’Italia è uscita con le ossa frantumate dal superG di Bormio. Un solo azzurro è riuscito a collocarsi in zona punti: Pietro Zazzi, 29°. I piazzamenti di tutti gli altri nostri portacolori: 31° Giovanni Franzoni, 34° Guglielmo Bosca, 36° Florian Schieder, 37° Nicolò Molteni, 44° Giovanni Borsotti, fuori Dominik Paris, Mattia Casse e Christof Innerhofer. Un risultato che non può che definirsi umiliante per una delle nazioni più blasonate di questo sport.

Una vera e propria Caporetto per lo sci alpino tricolore, un marchio indelebile: si tratta di gran lunga del peggior superG della storia per il Bel Paese a Bormio. Lo scorso anno il primo fra gli italiani fu Innerhofer, 19°, ma almeno cinque azzurri fecero capolino in top30. L’ultima top10 risale al 2021 con Mattia Casse (10°), mentre l’ultima vittoria resta quella di Dominik Paris nel 2018.

Va detto che l’Italia, da anni, non ha un vero specialista del superG. È vero che Paris è stato anche campione del mondo di questa specialità nel 2019 (nello stesso anno si aggiudicò anche la ‘coppetta’) e vanta quattro affermazioni in Coppa del Mondo; tuttavia la specialità prediletta dell’altoatesino è sempre stata la discesa. Inoltre negli ultimi anni i superG sono diventati sempre più tecnici, con tante curve da affrontare a velocità elevate: insomma, una disciplina che strizza l’occhio più ai gigantisti che ai discesisti; e forse per noi il vero problema sta proprio qui. Nella passata stagione l’Italia raccolse due podi in superG con Paris e Casse, che arrivarono dopo un digiuno di oltre tre anni. L’ultimo a primeggiare, neanche a dirlo, fu il solito Paris a Soldeu nel 2019.

Il fallimentare bilancio odierno è stato provocato chiaramente anche da una serie di circostanze sfavorevoli: se uno solo tra Casse e Paris avesse portato a termine la propria prova, forse ora staremmo raccontando una storia diversa. Gli atleti in questione hanno rispettivamente 33 e 34 anni. Lo sfortunato Innerhofer, caduto e trasportato in ospedale, viaggia verso i 40. Florian Schieder, comunque non giovanissimo (classe 1995), per il momento non si è confermato dopo il secondo posto inatteso a Kitzbuehel. Il futuro inquieta, perché atleti come Bosca, Molteni e Zazzi avranno anche qualche margine di miglioramento, ma sinceramente un nuovo Paris all’orizzonte non si vede, purtroppo neanche col binocolo.

Proprio Paris ha sorretto la carretta per tanti anni, camuffando le ormai croniche lacune in gigante e slalom. Potrà farlo ancora, magari fino a Milano-Cortina 2026, e poi? Allo stato attuale delle cose, il rischio per lo sci alpino italiano maschile è di sprofondare nell’anonimato, come accaduto da qualche anno al ciclismo su strada, dove ormai non abbiamo più campioni né nelle corse a tappe né nelle Classiche.

I ragazzi tecnicamente interessanti non sono molti. Lo è senz’altro Giovanni Franzoni, reduce tuttavia dal grave infortunio dello scorso anno: con lui servirà pazienza, ma forse in futuro potrebbe diventare l’uomo giusto proprio per il superG. Qualche piccolo lampo lo ha lasciato intravedere in discesa Benjamin Jacques Alliod, comunque già vicino ai 24 anni e non di primissimo pelo. In gigante non si vince dai tempi di Massimiliano Blardone (l’ultima volta a Crans Montana nel 2012) ed il promettente Filippo Della Vite sin qui si è rivelato un talento ancora grezzo e tutto da affinare. Non se la passa di certo meglio lo slalom, dove l’Italia è diventata da tempo una nazione di seconda fascia, con l’atteso Alex Vinatzer che sin qui ha collezionato appena due podi in Coppa del Mondo (ormai nel 2020…) ed un bronzo ai Mondiali.

Insomma, il risultato del superG odierno a Bormio potrebbe anche essere frutto del caso, tuttavia esiste il rischio concreto che diventi una consuetudine. L’Italia da troppo tempo si affida ai veterani e non riesce a creare nuovi campioni. Discorso peraltro quasi identico in campo femminile, dove vengono i brividi al pensiero di cosa potrà accadere nell’era post Brignone, Goggia, Bassino e Curtoni. Si sta commettendo l’errore di adagiarsi sugli allori dei trionfi presenti (in particolare delle ragazze), senza investire nel modo giusto sulle nuove leve, alcune delle quali sono persino fuggite verso altri lidi. Una situazione peraltro già vissuta quasi 30 anni fa dopo i ritiri di Deborah Compagnoni ed Alberto Tomba, ma all’epoca potevamo contare su grandissimi velocisti come Isolde Kostner e Kristian Ghedina, prima dell’avvento di Karen Putzer all’inizio del Nuovo Millennio. La Federazione, in alti contesti, ha dimostrato di saper attuare dei progetti di lunga scadenza: pensiamo allo skicross, al big air di freestyle, allo snowboard alpino, persino al bob. Ora servirà cambiare registro anche per lo sci alpino, tornando a dare priorità al ricambio generazionale.