Laura Spreafico, basket femminile: “Torno a Lucca con più consapevolezza. A Broni gli anni della rinascita. Con la Nazionale due rette parallele”

Ci sono storie che sono fatte per riprendere a tanti anni di distanza, come un filo che riprende a scorrere dal punto in cui è stato lasciato. Questo è il caso di Laura Spreafico, che dopo le due ottime stagioni a Broni è tornata nella società toscana, in cui aveva già militato nella stagione 2012-2013, quella in cui il Basket Le Mura raggiunse la sua prima, storica finale scudetto e lanciò quella corsa che sarebbe poi culminata nel tricolore 2016-2017. Tra gli ultimi prodotti della storica Pool Comense, è pronta a cominciare questo secondo capitolo toscano da senatrice del gruppo guidato da coach Francesco Iurlaro. L’abbiamo raggiunta per un’intervista telefonica nella quale ci ha raccontato la sua parabola cestistica, anche in chiave Nazionale, lanciando anche un messaggio netto sulla questione professionismo.

Come si è concretizzato il ritorno a Lucca?

“Da parte di Lucca c’è stato un forte interessamento che mi ha fatto sicuramente piacere e mi ha fatto sentir parte di un progetto. Ci torno dopo sette anni. Sette anni fa ero una ‘bimba’, alla mia prima esperienza lontano da casa, adesso penso di ritornarci con più consapevolezza sia come giocatrice che come persona, perché ormai sono vicina ai trent’anni, quindi la mia esperienza dentro e fuori dal campo penso di averla fatta. Questa è una cosa che cercherò di mettere in pratica per ripagare la fiducia che mi hanno dato la società, l’allenatore e tutto l’ambiente di Lucca”.

Oggi sei tu la chioccia delle ragazze come Orsili, Pastrello e compagnia, e invece allora eri tu quella che dovevi imparare.

“Sì (ride), infatti si sono invertiti i ruoli, però penso che faccia parte del naturale processo della vita, nel senso che comunque sette anni fa ero io che dovevo cercare di rubare o comunque imparare il più possibile dalle grandi, e adesso mi ritrovo a mettere a disposizione tutta la mia esperienza. Spero che le piccole possano rubare qualcosa da me, sarà sicuramente un’esperienza stimolante perché penso che sia la prima volta che sono la più ‘vecchia’ all’interno di una squadra”.

Sempre se non ne arrivano altre di più esperte, specie straniere.

“In teoria hanno ufficializzato tutte. Le tre straniere le abbiamo già, una ’97 (Dj Williams, nuova da Coastal College, N.d.R.), una ’92 (Jewell Tunstull, nuova dal Panathinaikos, N.d.R.) e una ’94 (Ivana Jakubcova, confermata, N.d.R.), quindi la ’91 sono io, e quindi sono la più vecchia, mi sa!” (ride)

Fra l’altro in quella prima esperienza a Lucca ci furono alti e bassi. Avevi spazio, ma avresti potuto averne di più.

“E’ vero però che avevo davanti gente come Mery Andrade e Benedetta Bagnara (per tutti Beba, N.d.R.), gente di tutto rispetto. Io ero la ventunenne appena uscita di casa, quindi è ovvio che tutte sperano di giocare il più possibile. Però è stato un anno formativo, che mi ha fatto capire che lontano da casa è tutta un’altra storia. Io dopo ho avuto la possibilità di fare le giovanili e il primo anno di A1 a Como, ed era veramente casa mia, nel senso che mi hanno vista crescere e non dico cullata, però comunque trattata da giovane del vivaio e tutto il resto. Lucca è stata un’esperienza formativa, dove, come dicevo prima, ho cercato di raccogliere il più possibile da Andrade e Bagnara. Poi ovviamente ognuna spera di giocare qualche minuto in più, però è un’annata che mi ha dato molto”.

Parlavi di Como: quella Pool Comense non era più quella che vinceva scudetti e Coppe europee, però in quegli ultimi anni si era creato un bel gruppo. L’ultimo anno, poi, con la semifinale portando a gara5 Schio.

“Io della gloriosa Comense ne ho sentito parlare da Viviana Ballabio, che negli ultimi anni è stata la mia team manager. Comunque dal vissuto della società, bastava entrare in sede a Como e c’erano quattro pareti piene di coppe, quindi la Comense dei bei tempi l’ho vissuta in quel modo. Erano già gli anni un po’ del declino, però la mentalità che mi ha trasmesso la Comense è una di quelle cose che mi porto dietro tuttora, nonostante fossero già gli anni in cui c’erano meno soldi la mentalità che veniva trasmessa a noi giovani era quella dei tempi belli. Questo ci ha anche permesso, nell’ultimo anno, di arrivare a Schio in semifinale a gara5. E rivedere, in gara4, il PalaSampietro pieno di gente dopo anni in cui c’era stata un po’ la moria di pubblico, devo dire che è stata la soddisfazione più grande”.

In quegli anni affrontavi Raffaella Masciadri che era il tuo idolo, e poi te la sei ritrovata come compagna a Schio.

“A Como avevo avuto già la possibilità di allenarmi con Chicca Macchi, che era al suo ultimo anno lì. Poi giocarci contro con tutte e due in semifinale e ritrovarle qualche anno dopo è stato il realizzarsi del sogno di una ragazzina di poter giocare insieme a due idoli. Quindi io, la giovane del gruppo, cercavo di rubare il più possibile da loro due, e quindi in qualche modo anche loro, benché inconsapevolmente, mi hanno lasciato tanto”.

Giocare, e vincere con loro.

“Ho avuto la possibilità di fare, in quei due anni, la tripletta Supercoppa-Coppa Italia-campionato, quindi devo dire che sono emozioni che poi rimangono, nel senso che comunque di sicuro le vittorie fanno piacere, vincere così, e in due anni fare il tris, me lo porto dietro tuttora”.

Il secondo anno, poi, si chiuse con quel canestro pazzesco di Macchi quasi sulla sirena in gara5 di finale, una cosa rarissima da vedere.

“Lei è veramente talento puro, poesia in movimento. Ha quell’istinto suo e solo suo che difficilmente si ritrova in un’altra giocatrice. Grazie a quel canestro abbiamo vinto lo scudetto, proprio con quell’istinto”.

Dopo l’anno di Schio il primo ruolo di grande responsabilità l’hai avuto a Parma, un’altra società che poi è ripartita dal basso.

“Purtroppo. A Schio sono stati due anni formativi, perché anche gli allenamenti erano come giocare una partita, perché l’intensità, il livello e la qualità erano veramente elevati, però a Parma avevo bisogno di mettere in pratica quello che avevo imparato nei due anni a Schio sul campo, e prendermi comunque responsabilità importanti in partite che contavano. La scelta di Parma è stata legata a quel motivo. Ho trovato una società e Procaccini che mi hanno messo nelle condizioni per crescere e migliorare ulteriormente. Purtroppo è andata a finire così e mi sono dovuta spostare”.

Ci sarebbe bisogno di ritrovarne qualcuna tra queste società, perché sono saltate Como, Taranto, Parma, Umbertide si è autoretrocessa e a Napoli è successo quel che è successo.

“Nel basket femminile purtroppo son sparite tante”.

Anche se poi sono rimaste Schio, Venezia e Geas, che peraltro con la Comense aveva una storica rivalità.

“Sì, ma anche Broni-Geas non è che sia proprio un amore!” (ride)

A proposito di Broni: sei arrivata lì dopo che, a Ragusa, ti sei ritrovata in una situazione che non era quella di Schio, però non è stata nemmeno la più fortunata.

“Il primo anno penso sia stato positivo, nel senso che Lambruschi mi ha portato giù e dato la possibilità di giocare l’Eurocup anche con minuti di responsabilità. Il secondo anno è stato un po’ travagliato con problemi di salute, tutto il mese di ottobre sono stata tra casa e ospedale, sdraiata in un letto per una polmonite e poi sono subentrati vari virus. Il tempo di rimettermi in piedi e c’erano i playoff, sono tornata in forma in quel periodo e penso di aver fatto due serie contro Venezia e Schio, considerando tutto quello che era successo prima, buone. Il secondo anno per questo è stato un po’ più negativo. Poi Broni mi ha salvata”.

La tempesta perfetta, perché hai avuto minuti, chance di giocare e calore del pubblico.

A Broni sono stati due anni di rinascita. Il pubblico e i Viking sono qualcosa che tutte le giocatrici vorrebbero avere. Penso sia l’unica squadra che abbia un tifo organizzato che segue in tutte le parti d’Italia. Loro sono il sesto uomo, nel senso che giochi in trasferta o in casa, loro si fanno sentire sempre e comunque. Grazie a loro e a coach Fontana sono stati due anni di rinascita, li custodisco nel mio cuore veramente perché sono stati positivi”.

Il primo anno ha visto una bella corsa chiusa con San Martino, poi il secondo è stato un po’ più difficile.

“Abbiamo avuto un po’ di problemi, nel senso che non siamo mai state al completo soprattutto nell’ultimo mese. Ciò che ne ha risentito è stata la preparazione precampionato e la prima parte. Siamo sempre state condizionate dagli infortuni, poi abbiamo buttato via partite che erano fondamentali, che magari ci hanno demoralizzato o tolto energie mentali, e purtroppo non abbiamo fatto il campionato che avremmo voluto. Peccato che non si sia potuta giocare la fine della stagione, perché ero curiosa di vedere cosa sarebbe venuto fuori”.

Anche perché stava uscendone un campionato insolito. C’erano le prime tre, ma ogni tanto c’erano dei ribaltoni, alcune squadre stavano crescendo. Si sarebbero potute vedere in semifinale alcune squadre diverse dalle solite?

“Secondo me, dopo molti anni, si è infatti rivisto un campionato competitivo. Le prime tre erano di un altro livello, per tecnica, budget e tutto il resto, però le piccole hanno dimostrato di poterle mettere in difficoltà. La classifica era molto corta. Peccato che non ci si sia potuta giocare l’ultima parte, perché sarebbe venuto fuori un bel finale di stagione”.

Fra l’altro c’è stato forse qualche problema organizzativo nel decidere l’interruzione, a giudicare dai tanti episodi che si sono sentiti.

“Sì, però va detto che quando vengono fuori cose del genere penso sia stato giusto fermare così presto. Penso che la salute sia qualcosa che vada protetta e salvaguardata, quindi sono stata contenta che abbiano bloccato subito. Peccato che non si sia potuto finire il campionato”.

Capitolo Nazionale: con la maggiore hai sempre sfiorato i grandi eventi, ma senza mai riuscire ad arrivarci.

“Con la Nazionale dico spesso che siamo due linee parallele. Non ci siamo mai incontrati nel senso che ho fatto qualificazioni e raduni vari, però l’Europeo vero è qualcosa che mi manca. L’anno scorso ci ho sperato veramente tanto perché era una cosa che sentivo che mi sarebbe piaciuto fare, però queste decisioni non dipendono solo dalla giocatrice. Bisogna saperle accettare e farlo diventare uno stimolo ancora più forte per lavorare ancora più duro la prossima volta. Io però non sono una di quelle che vorrà giocare fino ai quarant’anni, quindi spero di avere ancora l’occasione e l’opportunità di poter vestire la maglia azzurra e provare a portar via il posto agli Europei. Io ho avuto persone che mi hanno insegnato che sulle scelte che fa l’allenatore puoi essere o meno d’accordo, ma sono quelle. Quindi devi sempre trovare un qualcosa per trasformarlo in uno stimolo, e non aggrapparti a delle scuse o degli alibi. Mi è dispiaciuto perché ci ho sperato veramente tanto, però sarà per la prossima volta”.

Quanto è pesante per voi il fatto che la pallacanestro femminile non sia professionistica, soprattutto alla luce di quello che è accaduto?

Penso che il fatto che nel 2020 non ci sia ancora la parità dei sessi non sia una buona cosa. Facciamo le stesse cose che fanno i giocatori della maschile. Loro sono considerati professionisti, hanno qualsiasi tipo di tutela, noi purtroppo no. Ed è una cosa che, nel 2020, per come la vedo io è inaccettabile. Siamo nella loro stessa condizione, non vedo il motivo per cui loro devono essere tutelati sotto tutti i punti di vista e noi invece essere considerate dilettanti con molte pecche. La GIBA sta facendo tanto sotto questo punto di vista, infatti meno male che ci sono loro che stanno cercando di portare una loro voce all’interno del Governo. Già è stato fatto qualcosa sul fondo per la maternità, e comunque loro sono veramente le persone che ci mettono la faccia e che stanno cercando di combattere per portare le cose come nella maschile”.

Ci sono dei Paesi, come la Francia, in cui il professionismo lo riconoscono alle donne.

“Infatti è quello che fa ridere, perché nel 2020 trovo inconcepibile questa disparità uomo-donna, cosa che negli anni avremmo dovuto imparare. Avremmo dovuto rendere eque le cose, invece ancora oggi quest’equità non c’è”.

Che è una buona parte del motivo per cui una buona fetta di giocatrici, parallelamente con la carriera cestistica, studia.

“Sicuramente, anche perché più tardi finisci di giocare, secondo me, e più è difficile trovare qualcosa dopo la carriera. Per come la vedo io mi sono rimessa a studiare cinque anni fa e adesso sto finendo la triennale, poi voglio fare la magistrale, poi quando avrò finito gli studi penso che smetterò anche di giocare, perché mi dovrò ricostruire una vita più o meno da zero. Di sicuro è una cosa che per me è importantissima, quella di portare avanti gli studi. E per questo non finirò mai di ringraziare Susanna Stabile, che era la mia playmaker a Como, quando avevo 19 anni, che mi continuava a ripetere: ‘Sprea, mi raccomando, studia perché dai 20 ai 30 anni giocando ti passa in un attimo, poi arrivi a 30 anni e dici ecco, adesso sono a fine carriera e cosa faccio? Adesso che devo pensare al futuro non ho niente’. Lei è la prima persona che inviterò alla mia laurea, perché mi ha fatto aprire un attimo gli occhi sulla questione“.

E non era una grande solo fuori dal campo.

“A Como era un po’ la mia ‘mamma’. Io ero la giovane, lei la senior, quindi la vedevo un po’ in quel modo dentro e fuori dal campo”.

In tutti questi anni ti sei trovata con tantissimi allenatori. Qual è quello con cui hai avuto il rapporto migliore?

“Due su tutti. Uno è Loris Barbiero a Como, che mi ha preso negli ultimi due anni e mi ha fatta crescere tantissimo sia come persona che come giocatrice. Mi ricordo i confronti che avevamo sia sul campo che non, e sono sempre stati costruttivi e mi hanno dato tanti. L’altro è sicuramente Alessandro Fontana. Lui mi ha dato la possibilità di rinascere come giocatrice e di avere quel confronto che, secondo me, tra giocatrice e allenatore ci vuole. Loro due mi hanno lasciato tanto non solo come allenatori, ma anche come persone. Sicuramente questo per una come me che ama i rapporti umani è qualcosa di importante”.

Quali sono invece le giocatrici più forti con cui hai giocato?

“Sicuramente Macchi, poi Francesca Zara nell’ultimo anno di carriera a Parma. Anche se era l’ultimo non si vedeva, perché era veramente una giocatrice formidabile, con una visione di gioco pazzesca. Poi anche a Schio ne ho avute: Isabelle Yacoubou, Elodie Godin, giocatrici che hanno fatto la storia del basket internazionale. Vederle in allenamento ogni volta e poi ammirarle in partita è sempre stato qualcosa di bello, di affascinante”.

A Schio c’era davvero un roster di All Star, per l’Italia, e Yacoubou dominava l’area, come un armadio che non faceva passare nessuna.

“Però è buona come il pane, una bella persona, veramente”.

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Credit: Ciamillo

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