Tomas Woldetensae, basket: “Kobe Bryant un’ispirazione, la Nazionale è un sogno. In Italia si costruiscono i fondamentali”

C’è una nutrita colonia di giocatori italiani che hanno deciso, sempre più spesso, nelle ultime stagioni, di tentare l’approdo nel basket universitario americano. Uno di questi è Tomas Woldetensae, che da quest’anno si trova in quella Virginia che, un anno fa, il titolo nazionale NCAA lo aveva vinto, con a roster Francesco Badocchi, che però quest’anno ha deciso di non dedicarsi alla palla a spicchi. Al suo primo anno in un college di Division I, il nativo di Bologna ha impiegato qualche settimana per inserirsi nei meccanismi dei Cavaliers, prima di trovare un ottimo periodo a inizio 2020. Se si fosse giocata la March Madness, sarebbe quasi certamente stato un osservato speciale, data la sua precisione dalla lunga distanza. Lo abbiamo raggiunto per un’intervista in cui, dagli States, ci ha raccontato molte delle particolarità che animano un mondo che è quasi a parte rispetto a qualsiasi cosa, quello della NCAA.

Qual è stato l’effetto della sospensione, considerando anche la storicità del fatto che il torneo NCAA è stato fermato per la prima volta nella storia in ottant’anni abbondanti?

“Chiaramente, personalmente parlando, ho inseguito la March Madness per cinque anni e adesso è un po’ un colpo al cuore sapere di esserci davanti e non poter partecipare. A parte l’aspetto personale, che è devastante, nell’aria un po’ di tristezza si sente. Qui la cultura del basket è molto grande”.

Il bilancio della stagione, se tale si può chiamare, come può essere definito?

“Stavamo prendendo un po’ di ‘momentum’. Siamo partiti male, poi ci siamo rialzati e stavamo rimettendo insieme i pezzi del puzzle. Era una corsa che fino alla finale potevamo anche fare”.

C’è stato anche un momento in cui avevi iniziato a metter dentro di tutto, tra gennaio e febbraio.

“In quel momento sono tornato alle radici. Prima di venire qui in Virginia io dopo l’allenamento facevo sempre un’ora di tiro da solo. Una volta che sono venuto qui ho avuto l’infortunio, sono stato un po’ obbligato a stare un passo indietro perché avevo bisogno di tempo per recuperare la mobilità al polso e quindi non potevo tirare. Non appena la voglia di giocare bene è aumentata ho deciso di tornare sui miei passi precedenti, cioè fare del tiro extra. Che è il motivo per cui mi avevano preso a Virginia”.

Questo si è legato a un sempre migliore inserimento della squadra?

“Certamente. Con il tempo ti abitui sempre di più alla cultura del luogo in cui stai, quindi è normale”.

Prima di arrivare a Virginia quanto hai parlato con Francesco Badocchi, che l’anno scorso era nella squadra della vittoria?

“La cosa interessante è che io, uscendo dalla high school, sono stato reclutato dalla squadra di Missouri, e dato che all’epoca viveva da quelle parti, hanno chiesto a Badocchi di venire durante la mia visita per chiacchierare con me, farmi sentire a mio agio. Ed era una scuola di basso livello, qui si considera una non major. Questo ricordo mi è impresso in mente perché io sapevo che lui sapevo che sarebbe andato a Virginia. Non è che lo stavano reclutando, non eravamo allo stesso livello. Loro lo hanno preso perché volevano farlo sentire a casa, ma non faceva parte di quell’organizzazione. Di conseguenza mi era rimasto il rimorso, perché mi avevano fatto vedere un ragazzo che sarebbe andato a Virginia, una high major, e io sarei rimasto lì. Avevo una grande invidia per la squadra in cui sarebbe andato lui, e oggi dopo due anni faccio parte della stessa squadra”.

In poche parole hai anche descritto il tuo percorso, che è un po’ tortuoso, ma non insolito: non sono in pochi a passare dagli junior college prima della Division I.

“Qui la percezione che ho avuto io è che gli junior college sono ritenuti un po’ un mucchio di scarto. Se non trovi un’università buona finisci per andare in junior college, e quello è una sorta di ripescaggio. C’è qualcosa che non va, insomma. Come quando in fabbrica ci sono i pezzi non funzionanti, è un po’ la stessa cosa. Di base questo è più nell’ambito accademico, perché tanti giocatori vanno in junior college non perché non sono bravi, ma perché a livello accademico non hanno un’alta media voti”.

Tu il prossimo anno resterai a Virginia?

“Sì”.

Quali sono le tue prospettive dopo Virginia?

“Sostanzialmente la carriera professionistica. Il dove si capirà a tempo debito”.

Tu cestisticamente sei nato alla BSL San Lazzaro, che ha una grande storia alle spalle.

“In realtà, per essere precisi, sono nato a livello cestistico in Via Selle. Ho trascorso quattro-cinque anni lì, ho avuto allenatori di grandissimo livello, Ilio Burresi, Roberto Rocca, Francesco Comastri e un sacco di altri della categoria maggiore, la C o la D. Ho fatto tante cose, ho costruito un grande bagaglio tecnico. Quindi quella sarà sempre casa”.

E lì hai fatto varie finali nazionali.

“Ne ho fatte molte, solitamente le facevo con i più grandi”.

Puoi fare un parallelo tra il gioco che esiste in Italia, nel junior college e in Division I?

“Chiaramente si va in salita. In Division I ci sono tanti diversi metodi di gioco. Ad ogni squadra devi abbinare un piano diverso, perché la concezione è così grande che gli allenatori devono trovare il modo per abbattere questa competizione, e quindi puoi trovarti una Syracuse che gioca 40′ a zona, poi vai a Duke che fa una box and one, o ti difende a uomo. Questo ti insegna a variare l’intensità. L’Italia è molto più tecnica, più organizzata, se cerchi di trovare il canestro migliore, la conclusione migliore. Per carità, anche in America si fa lo stesso, ma qui c’è anche il talento che può “rovinare i piani”, rompere gli schemi per segnare”.

In Italia c’è anche una grande attenzione ai fondamentali. Kobe Bryant ricordava sempre quanto aver giocato in Italia lo avesse aiutato nella sua carriera.

“Credo che sia la stessa cosa per me. Io sono stato fortunato a vedere i due mondi, cioè fondamentali italiani e aggressività americana. Quindi mi ha dato veramente lo slancio in un ambiente dove sì, siamo atletici, però senza testa ti rovini. Aver avuto la fortuna di farmi prima la testa e poi migliorare il mio corpo mi ha aiutato molto”.

Come si riesce a gestire il rapporto sport-studio lì?

“Qui noi veniamo chiamati students-athletes, e non è un caso: prima studenti, poi atleti. Se l’università non funziona, non c’è l’atleta”.

Se non ci sono dei voti entro un certo livello non si entra in squadra.

“Esatto. E per fare ciò abbiamo un intero staff che sta dietro. Non abbiamo un solo tutor, abbiamo il coordinatore che ti mette il tutor personale, ti controlla ogni settimana. Ogni tanto, prima di entrare in classe, dobbiamo firmare un foglio per la partecipazione, quindi dimostrare che siamo entrati in classe in orario. Le squadre sanno benissimo che sei prima studente e c’è una grandissima attenzione. Peraltro va detto che Virginia è una scuola molto accademica, cioè è molto riconosciuta per quell’aspetto lì. Qui la gente viaggia”.

Questa non è neanche una cosa scontata: molte volte c’è l’impressione che i giocatori che i giocatori vengano scelti molto più per lo sport che per lo studio.

“Questo è vero. Avevo fatto una visita a Illinois e subito dopo l’ho fatta a Virginia. A Illinois volevano sbalordirmi, dimostrare quanto potessero essere grandi. Mi hanno fatto vedere tutte le bellezze, c’è un palazzo grandissimo, una stanza piena di snack, ma non parlavano delle cose che cercavo io, e cioè quelle di programmazione e studio. Qui si respirava un’aria diversa. Passeggiando per il campus mi sembrava di essere tornato all’epoca dei Greci, che avevano l’attico con il professore di filosofia che insegna sotto l’albero. È tutta un’altra storia. Poi il vero motivo per cui sono venuto qua è il fatto che l’allenatore ha iniziato fin da subito ad allenarmi”.

Quanto ci credi nell’obiettivo di voler entrare un giorno in Nazionale?

“Tantissimo. I miei obiettivi nella lista sono: arrivare in Division I, sperare di giocare come professionista, giocare in Nazionale. Non sono obiettivi che hanno valori diversi, spero semplicemente di arrivare a raggiungere tutto ciò. È un riassunto”.

Dei tuoi compagni quali sono quelli che ti hanno impressionato per talento?

“Bellissima domanda, perché ne parlavo con un amico. Spero di entrare in una squadra buona, però ci sono dei talenti che fanno veramente paura, dall’aspetto tecnico a quello fisico, per abilità e via dicendo. Senza Kihei Clark, il mio play, canestro non lo faccio. Poi c’è un altro che deve venire il prossimo anno, che è Sam Hauser, che è un redshirt, termine che vuol dire che non ha giocato, però faceva gli allenamenti con noi (nella sostanza, essendo arrivato da Marquette, secondo le regole NCAA non ha potuto giocare a Virginia nella stagione, ma potrà farlo nella prossima; è una sorta di “quinto anno”, N.d.R.). Questo ragazzo lancia il pallone per aria ed entra”.

Dei giocatori che hai affrontato, i più impressionanti?

“Sinceramente gli avversari non li considero mai come immarcabili o troppo buoni. Forse è un altro motivo che mi rende difficile trovare una persona in particolare. Uno è Cole Anthony, play di North Carolina, che sarà tra le prime scelte del prossimo draft NBA. Ha dimostrato che, anche se sei un fenomeno, se sei un buon giocatore continui a restare in un gioco di squadra e puoi battere chiunque”.

In Italia lo si comprende appena dai video, ma come si percepisce da dentro il grande tifo che c’è nelle arene? Quello che viene detto spesso è che non si tratta solo di tifo in quanto tale, ma anche di senso di appartenenza che c’è nelle università.

Qui gli stessi fan che vengono a tifare per te li trovi nei corridoi, nelle scuole, nella sezione degli studenti, degli altri tifosi. Ho da poco scoperto che per i biglietti di determinate partite devi essere un membro, non è come in una situazione normale in cui c’è la divisione tra la sezione dei membri e quella del pubblico. Invece qui sono tutti membri e, inoltre, se sei uno studente vieni scelto. Non è che fai la richiesta e due giorni prima ti arriva una mail che ti dice che sei stato preso. Non è solo una grande esperienza, ma è quasi un onore partecipare a questo vulcano di energia. È proprio un senso di appartenenza. Io sono andato a Purdue, che Virginia lo scorso anno ha battuto con il tiro di Mamadi Diakite al supplementare. Noi siamo arrivati lì e non sentivo i miei compagni a pochi centimetri. Facevano tanto di quel casino che è stato indimenticabile”.

È un tifo che spinge a degli eccessi molto simpatici, delle volte: anni fa diventò virale il video in cui un tifoso di Duke, chiamato Speedo Guy, che contro North Carolina ballò nudo dietro alla lunetta per distrarre l’avversario.

“Ci sono le telecamere, poi. Ogni volta che senti un boato vuol dire che la telecamera stava passando sotto la tribuna degli studenti, ad esempio. Si percepisce questa energia. Si vuole far vedere quanto lo sport sia importante”.

Parlavi dei biglietti: cosa deve fare un esterno per assistere a una partita NCAA?

“Praticamente, il fatto dell’ingresso riservato ai soli membri vale solo per partite importanti. Per esempio North Carolina, Duke, Louisville, una buona squadra. Di solito, se sei un fan normale, i biglietti non li trovi. Invece, se giochiamo contro la ventesima classificata, è possibile che i biglietti si trovino”.

Quanto speri di poter vivere la March Madness il prossimo anno? Anche considerando che, nel comune sentire, è qualcosa che va oltre anche le NBA Finals per certi versi.

“Esattamente, queste cose qua le sentivo anche io, e per quello dicevo che è una coltellata al cuore non aver partecipato. Fortunatamente ho un altro anno. Spero con tutto il cuore di riuscire ad arrivarci. Secondo me poi non sarà nemmeno la stessa cosa perché il coronavirus influenzerà anche quella. Ci saranno meno spettatori e via dicendo”.

E bisogna vedere come ricomincerà tutto. Tralasciando la NBA, che è un mondo a parte, in NCAA come si potrà fare?

“Non lo so, io posso solo immaginare. Anche la NCAA è pur sempre un business, quindi sarà difficile non farla ricominciare. Però secondo me metteranno delle regole, che possono essere sulle distanze degli spettatori, tutte quelle cose lì. Spero che poi possano bastare a ricostruire l’ambiente che caratterizza la NCAA”.

E comunque sempre meglio con gli spettatori che a porte chiuse.

“Esatto. Io non gioco bene se non ho degli ‘haters’ in mezzo al pubblico”.

Come a voler dire che più ti fischiano e più ti caricano.

“Corretto”.

Quali sono i giocatori a cui ti sei ispirato e ti ispiri di più nel tuo modello di gioco?

Io mi sono sempre ispirato a Kobe, che è sempre stato un idolo, un mentore, per l’aspetto mentale più che tecnico. Tecnicamente si sa che è stato un fenomeno. Mi piaceva l’aspetto per il quale riusciva a imparare dai migliori, a guardare i dettagli, l’errore, non la cosa bella fatta. Vedi anche il fatto di ‘rubare’ i movimenti a Michael Jordan. È stato un grande mentore mentalmente. Per l’aspetto più cestistico non ho nessuno, nel senso che non sono mai stato fan di giocatori o di squadre. Da piccolo ho sempre preferito giocare invece che guardare. Però posso dire che adesso, in questo periodo in cui non si gioca per niente, cerco di guardare un po’ di partite e, come si dice qui, di ampliare la mia conoscenza cestistica. Sto studiando le persone che potrebbero aiutarmi con i floaters, come Tony Parker, veloce, dal bellissimo tocco, Juan Carlos Navarro, Manu Ginobili, molto aggressivo, Khris Middleton. Gente che mi assomigli, insomma, più che personaggi come LeBron James che sì, è fortissimo, però ha un tipo di gioco che è del tutto diverso dal mio”.

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federico.rossini@oasport.it

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Foto: University of Virginia

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