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Rugby femminile, Giada Franco: “La discriminazione è stupida. In Italia lavoriamo tanto, ma in Inghilterra è un altro mondo”



La terza linea delle Harlequin Ladies e dell’Italdonne Giada Franco racconta in un’intervista esclusiva a OA Sport come sta vivendo questo periodo di stop dello sport a causa dell’emergenza sanitaria a Londra. Parlando della sua esperienza inglese e di cosa, in realtà, sognava sua mamma per lei.

Giada, prima domanda. Come stai, come stai vivendo questa emergenza? Sentendo le notizie dall’Italia quali ti sembrano le differenze su come si vive ed è stata affrontata l’emergenza in Inghilterra?

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“Ho scelto di non tornare a casa subito, quando è scoppiata l’emergenza, proprio per non rischiare spostamenti inutili. Ho deciso di rimanere qui anche per la possibilità di allenarmi, abitando vicino al campo, quindi abbiamo a disposizione un po’ di attrezzi. All’inizio questa situazione l’ho vissuta abbastanza bene, ora è dura, restare chiuse in casa non è facile. Anche perché qui siamo un po’ indietro rispetto all’Italia. Da quello che ho letto e che mi hanno raccontato, secondo me questa situazione all’inizio non l’hanno gestita benissimo neanche in Italia, ma qui è stato anche peggio. Non volevano chiudere nulla, nonostante i contagi, ma poi l’hanno dovuto fare in fretta e furia e siamo ancora nel pieno dell’epidemia”.

Com’è la tua giornata tipo in questo difficile periodo? Che hobby hai per passare il tempo? Studi?

“Riesco ad allenarmi con costanza ogni giorno, con una mini-palestra che ho fatto in giardino. Ci siamo organizzati con la squadra e nell’arco della settimana facciamo un po’ di tutto. Nel tempo libero guardo la tv, divoro le serie di Netflix, leggo romanzi e sfrutto il tempo libero anche per studiare per l’Università”.

Tu sei italo-brasiliana, diciamo due nazioni non proprio rugbistiche. I tuoi genitori cosa sognavano per la loro bimba da grande? Sono rimasti sorpresi dalla tua scelta sportiva?

“Mia mamma, che è brasiliana, sognava che diventassi una ballerina. Mio papà invece aveva sempre amato il calcio, lo sport e mi ha passato la passione; e prima del rugby ho praticato tanti sport, anche il calcio. Ora però mamma è diventata la mia prima tifosa, mi segue ovunque e si è appassionata al rugby”.

In Italia, purtroppo, c’è ancora molto razzismo. Tu hai mai vissuto situazioni spiacevoli da questo punto di vista?

“Non situazioni, tra virgolette, importanti, nulla che ti segna la vita. Sicuramente succedeva di più quando ero piccola, forse anche perché ero sempre stata l’unica ragazza di colore in classe, quindi venivo vista comunque come una diversa. Qualcosa c’era, ti guardavano diversamente, lo percepivi, ma mai nulla di eclatante, gesti razzisti veri e propri. Poi, devo dire, che io non do grande peso alle stupidaggini e il pregiudizio è stupido. Sicuramente capisco che c’è chi ne ha sofferto davvero, chi è stato segnato da episodi, ma a me fortunatamente non è successo”.

Ora sei a Londra perché da quest’anno giochi nelle Harlequin Ladies. Un bel balzo dal dilettantismo italiano al professionismo inglese. Quali sono le differenze più evidenti tra i due mondi ovali?

“Sicuramente la struttura, non solo del campionato, ma delle squadre. La Union sta investendo veramente tanto sulle donne, non solo sulla nazionale dove sono tutte professioniste al 100%, ma anche tramite il campionato stesso. Hanno stanziato tanti fondi, fanno crescere tante ragazze giovani, hanno anche una nazionale Under 20. Poi ovviamente hanno un bacino diverso da quello italiano, sia come quantità sia come qualità, ma alla base di tutto c’è l’impostazione, la programmazione. In Italia qualcosa sta facendo la Fir, stanno lavorando per far crescere il movimento, ma è diverso sicuramente”.

Sei giovanissima, eppure dai l’idea di una veterana, con il tuo nome che si abbina subito all’Italia. Come sono stati questi tre anni in azzurro?

“Oddio non mi sento una veterana. Sono stati dei momenti veramente fantastici. Il gruppo è molto unito, sembra un cliché ma non lo è. Ci sosteniamo molto, stiamo sempre in contatto tra di noi per spronarci, lavoriamo tanto per raggiungere gli obiettivi sia personali sia di squadra. Poi abbiamo ottenuto anche bei risultati al Sei Nazioni, abbiamo dei test match ogni anno che ci permettono di crescere, c’è continuità”.

Parlavamo dell’Inghilterra professionistica, così come la Francia. Voi azzurre, però, nonostante il gap strutturale ve la giocate alla pari con tutte. Qual è l’arma segreta?

“Non credo ci sia una sola arma segreta. Sono una serie di fattori. Per esempio, il secondo posto l’anno scorso ce lo siamo meritato, abbiamo lavorato duramente con un calendario comunque non favorevole. Poi c’è stato anche un pizzico di fortuna, perché con una rosa limitata come quella italiana gli infortuni pesano, bastano alcune ragazze ko e certi successi non li raggiungi. Non pensare, però, che i risultati degli ultimi due anni siano solo merito del gruppo di oggi, in realtà sono il frutto di un lavoro che arriva dagli anni prima, che magari non ha portato risultati subito, ma a medio-lungo termine si fa sentire. Non credo di essere arrogante se dico che la nostra squadra lavora veramente tanto e duramente. Non che le altre non lo facciano, ma da noi è diverso”.

Cosa manca, invece, al rugby femminile italiano per fare il salto di qualità decisivo?

“Beh, io credo che non manchi solo un fattore. Diversi sono gli aspetti: il lavoro coordinato tra i club, uno sviluppo delle ragazze più giovani, una programmazione anche un po’ più fitta durante l’anno, magari anche dei progetti per far alzare il livello di qualità e non solo di quantità del nostro campionato. Ci sono diversi fattori”.

In questo periodo molti sportivi famosi, dai calciatori al basket, hanno scoperto Instagram e intervistano loro ex compagni di squadra, avversari. Se ti dicessero di intervistare una rugbista, del presente o del passato, e una sportiva in generale, a te chi piacerebbe intervistare?

“Una sportiva sicuramente Serena Williams, che non solo ha fatto la storia del suo sport, ma soprattutto si sbatte molto per le donne in generale, per i loro diritti. E sul campo è sicuramente andata ben oltre le sue stesse aspettative, ha vinto veramente tutto. Per una rugbista… bella domanda… ce ne sono tante… dai, restiamo in casa, ti dico che intervisterei Sara Barattin o Manuela Furlan, per far conoscere a tutti quello che fanno per il rugby, che personaggi unici sono”.

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duccio.fumero@oasport.it

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Foto: Ettore Griffoni – LPS

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