Pallavolo, c’era una volta il cambiopalla… Le regole di un sistema di punteggio che i giovani non conoscono


C’era una volta la pallavolo, come l’hanno conosciuta quelli che hanno da 40 anni in su, in cui l’equazione di ogni azione uguale a un punto era tutt’altro che perfetta, in cui vigeva una legge che era quella del cambio palla e in cui i tabellini avevano due dati anziché quello unico attuale: X (che stava ad indicare i punti ottenuti da un singolo giocatore) + y (che indicava i cambi palla ottenuti da quel giocatore). Il set si concludeva ai 15 punti ma, come ora, si dovevano sempre avere almeno 2 punti di vantaggio sulla formazione avversaria per aggiudicarsi il parziale.

Era la pallavolo senza libero, delle magliette aderenti, delle ginocchiere variopinte, del pallone bianco e di partite potenzialmente eterne. Già, perché per muovere il punteggio bisognava mettere una vicina all’altra almeno due azioni vincenti a fila. Cosa è cambiato da allora? Quasi tutto, anche se dal 1998, anno in cui fu introdotto definitivamente il rally point system (prima era solo nel tie-break), le cose sono cambiate ulteriormente.

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Sbagliare una battuta non comportava un punto per l’avversario (il servizio era considerato sbagliato anche nel caso in cui toccasse la rete e finisse dall’altra parte), era permesso fare muro sul servizio, i tocchi dovevano essere puliti e c’era pochissima tolleranza su un palleggio sbagliato o su un tocco trattenuto in palleggio o in difesa, non si poteva ricevere in palleggio e le battute venivano effettuate quasi tutte piedi a terra, magari alla “coreana”, facendo mulinare il braccio così da dare al pallone una traiettoria a scendere repentinamente: in poche parole un altro sport e chi lo ha giocato o seguito sostiene che, con il cambio palla, la pallavolo fosse migliore perché più tecnica, perché c’era più pathos nel raggiungimento del risultato finale e il rovesciamento del punteggio era sempre dietro l’angolo, più divertente perché la durata dei set era maggiormente proporzionata alla forza espressa in campo dalle squadre e più ‘originale’. 

Ci sono state squadre che, sulla capacità di gestire il cambio palla, hanno costruito grandi trionfi, prendendo quasi per sfinimento l’avversario che, magari resisteva per molto tempo in quello che oggi si chiamerebbe punto a punto per poi cedere di schianto alla serie vincente ma ci sono storie bellissime legate a tutti livelli a rimonte epocali, da 1-14 alla vittoria del set, situazioni che si riscontrano sempre meno nel volley di oggi.

Quindi, questo sistema perfetto e spettacolare, che esaltava tecnica e divertimento, perché è stato soppiantato? Perché le televisioni, con sempre più partite a cavallo delle tre ore, non potevano più sopportare di inserire in palinsesto il match di volley e di sforare a discapito di altre trasmissioni o (più probabile) tranciare a metà il quarto set perché incombeva un programma che non poteva essere spostato. L’idea, chiara, era quella di accorciare la durata dei match, prima con l’inserimento del rally point system solo nel tie break, con la “genialata” della vittoria a quota 17 punti che costò carissima all’Italia nel quarto di finale con l’Olanda alle Olimpiadi di Barcellona nel 1992, poi con l’andamento a oltranza (con i due punti di vantaggio) e infine dalla stagione 1998 l’inserimento del nuovo sistema di punteggio in tutti i set con un risparmio di tempo che si è fatto sempre più sottile e che ora, viste certe maratone, sta imponendo nuovi ragionamenti alla FIVB: la Federazione che ha “ucciso” il cambio palla.

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One Reply to “Pallavolo, c’era una volta il cambiopalla… Le regole di un sistema di punteggio che i giovani non conoscono”

  1. Nany74 ha detto:

    Ohhhh, finalmente un articolo che mi permette di sentirmi “protagonista”! Ovviamente TUTTI gli articoli su OA sono interessanti, ma questo mi ricorda che sono un “nonnetto del volley” anche io! Con il Mikasa bianco del peso specifico di un meteorite e con il cambio palla, ci ho giocato anche io, per cui ricordo perfettamente tutte le cose citate! Quale delle due discipline sia migliore è difficile da dire, almeno per me, ma disicuro oggi è molto più “televisiva”. Ricordo sbadigli infiniti durante le 3 ore di partita che ogni tanto si riusciva a vedere in televisione: in pratica si divertiva solo chi era in campo (a parte qualche eccezione, vero Cuba? Hihihihi…). Oltre alla mancanza del libero, la cosa che più ricordo è il fatto che i centrali ricevevano alla grande e difendevano pure bene…tutte cose che oggi sembrano quasi impossibili. Tirando le somme comunque ritengo che la pallavolo di oggi sia più “fruibile” in generale. Ci sono falli di palleggio/trattenuta/doppia che gridano vendetta e che rimangono impuniti, questo è vero (giocavo palleggiatore e più di qualche cartellino me lo sono preso per le madonne all’arbitro…), ma è indubbio che sia molto spettacolare e quindi godibile dal vasto pubblico della tv. Credo che senza questi adattamenti, il volley di oggi non avrebbe tutto il seguito mediatico che è esploso negli ultimi anni, anche se alcune cose un po’ mi mancano. Una su tutte il fatto che si spaccano i set a suon di battute: questa è una di quelle cose che cambierei immediatamente perchè rende noiosa qualunque partita. Vedere Leon che infila 5 o 6 ace consecutivi, con Abel Aziz che risponde con altrettante battute vincenti mi fa sbadigliare ogni volta, portate pazienza. La modifica, a mio parere sarebbe facilissima: una rotazione ogni punto guadagnato, anche se lo fai sulla tua battuta. In questo modo se costruisci una squadra sul servizio, devi prendere 6 battitori e non 1 o 2…almeno ci sarebbe più gioco e meno tiro al bersaglio. Un’alternativa potrebbe essere ripristinare il muro al servizio, ma con certe velocità di uscita sarebbe più un suicidio assistito che un tentativo di fare muro. In ogni caso, al di là delle mie considerazioni, GRAZIE per questo post e per i ricordi che avete suscitato in me!! W il volley, con qualunque regolamento sia…

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