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Alberto Morea, basket: “Adrian Banks è il nostro traduttore. Contento della crescita di Moraschini. Con i giocatori ho voluto le videochiamate, per loro è dura”



Alberto Morea è uno degli uomini di stretta fiducia di Frank Vitucci a Brindisi. Da due anni è al suo fianco sulla panchina dell’Happy Casa, con cui ha raggiunto due finali di Coppa Italia, la Champions League in questa stagione e i quarti di finale nei playoff scudetto in quella passata. La sua lunga esperienza, partita dal settore femminile negli Anni ’90 con Taranto, ha avuto Ferrara come tappa di snodo fondamentale. Abbiamo raggiunto Morea al telefono per alcune impressioni sul momento attuale, sulle stagioni di Brindisi e su tanti altri argomenti, tra cui la crescita di Riccardo Moraschini.

Va chiaramente detto che questa intervista è stata realizzata prima che la FIP desse lo stop definitivo anche alla Serie A.

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Com’è nata l’impostazione tecnica di Brindisi versione 2019-2020?

“È nata dalla volontà di confermare alcuni dei giocatori della passata stagione, che si era rivelata molto positiva, vincente, nonostante non fossimo tra le squadre preposte a percorrere il cammino fatto durante l’anno, giocando la finale di Coppa Italia e i playoff. Siamo partiti dal capitano, Adrian Banks, e dalla conferma di John Brown, che eravamo intenzionati a confermare, poi abbiamo avuto anche l’ok da parte sua e intorno a loro due abbiamo costruito il resto della squadra. L’impalcatura è partita da loro due e dalla conferma di Alessandro Zanelli, che al suo primo anno in Serie A aveva dato dimostrazione di una crescita costante, continua, e quindi abbiamo voluto partire anche da lui per il ruolo di cambio delle guardie, molto importante anche per mantenere l’identità italiana e raccogliere il testimone dalle mani di Riccardo Moraschini che nella partita precedente aveva fatto un ottimo campionato. Poi siamo andati a puntellare sia il quintetto scegliendo giocatori stranieri, e quindi Tyler Stone per poterlo combinare con Brown e Darius Thompson, andando a potenziare il reparto delle seconde linee, che in realtà nella pallacanestro moderna sono molto importanti, però abbiamo riempito la panchina con dei giocatori italiani anche loro quasi alla prima vera esperienza da protagonisti in una squadra di Serie A. Parlo di Luca Campogrande, di Raphael Gaspardo, di Iris Ikangi, e poi avevamo anche Antonio Iannuzzi che poi però è andato a Napoli. Abbiamo chiuso il cerchio con Kelvin Martin, giocatore importantissimo perché è stato un po’ il vero equilibratore di questi mesi di campionato”.

E poi all’inizio per gli infortuni si è aggiunto anche Bogdan Radosavljevic.

“È stata una parentesi in cui lo abbiamo utilizzato pochissimo in campionato e un po’ di più in Champions League, e poi nel momento dell’infortunio di Martin siamo andati ad aggiungere Dominique Sutton. In realtà è stato un periodo molto breve. Di base, partendo da un’impostazione tecnica di coach Vitucci che aveva riformato completamente lo staff tecnico mantenendo solamente Marco Sist (il preparatore atletico, N.d.R.), che era già qui da un po’ di anni, che si fonda su rapporti sia di natura cestistica che soprattutto su rapporti di natura umana, abbiamo costruito sul buono che avevamo intravisto lo scorso anno”.

Com’è il dover cambiare tante volte tanti giocatori da un anno all’altro con tutto quel che ne consegue dal punto di vista della ricostruzione del gioco e dell’interazione tra giocatori completamente diversi?

“Il mercato ti pone di fronte a queste scelte. Bisogna fidarsi delle informazioni raccolte sui giocatori, non solo dal punto di vista tecnico. La verità è che tutto funziona nel momento in cui i giocatori cominciano a fidarsi l’uno dell’altro e a spendersi l’uno per l’altro. Lì si entra in un discorso di relazioni: quindi mettersi d’accordo e, insieme, portare avanti il programma per arrivare a un obiettivo comune. Non è semplice. Tutto parte da scouting e scelta dei giocatori con caratteristiche tecniche e morali tali da potersi incastrare sugli altri, ma soprattutto che possano rientrare nella filosofia di gioco portata avanti dal capo allenatore. Quando arrivano, bisogna metterli tutti sulla stessa pagina cestistica e avere un minimo di regole comuni di comportamento anche sul campo e di gioco, che sono un po’ particolari anche per il modo di giocare che piace a coach Vitucci e che, quindi, noi dello staff portiamo avanti. O anche sulla terminologia, che diventa un fattore molto importante: parliamo tutti la stessa lingua tecnica e quindi si cerca di vedere le cose nello stesso modo. Una squadra di pallacanestro non è un’orchestra di musica classica per come la vediamo noi, sembra più una jam session di jazz. Lì bisogna poi andare a improvvisare e prendere i momenti buoni dell’uno o dell’altro. Delle volte bisogna essere anche fortunati per fare in modo che tutto vada nel verso giusto”.

Una jam session nella quale può capitare che qualche giocatore debba comprendere come risolvere qualche problema e che ci siano alcuni che magari preferiscono rivolgersi a coach Vitucci, altri a lei, altri ai colleghi. Come si riesce a raccordare tutto ciò nell’ottica di poter poi far funzionare tutto?

“Il nostro lavoro di staff è importante, e parlo di lavoro dal punto di vista della condivisione e del confronto continuo. In questo coach Vitucci è bravissimo, al di là dello spazio che lascia sul campo, o anche nella visione della partita, nella preparazione, ma anche nel confronto continuo quotidiano sui temi che la strada ti mette di fronte. Nel momento in cui ci rapportiamo con i giocatori, è chiaro che dalle caratteristiche e personalità di ognuno di noi e dal modo di approcciarsi che rientra nel carattere e nell’esperienza di ognuno dei componenti dello staff, anche noi mandiamo dei messaggi molto chiari in maniera tale che non ci possano essere dei deragliamenti, ma che il binario sul quale la locomotiva della squadra deve viaggiare è sempre lo stesso”.

Qual è stato il giocatore più piacevole da allenare in queste due stagioni?

“Le regole del bravo allenatore direbbero “non parlo dei singoli, per carità”. Io a queste regole non credo, e voglio stare lontano dallo stereotipo solito. Indipendentemente dal fatto di vedere una squadra come un’unità di persone, avendo lavorato per due anni con Adrian Banks, devo dire che è stato veramente un piacere. Lo è stato per la sua capacità di far sì che i messaggi che partono dallo staff tecnico arrivino alla squadra nella maniera più immediata possibile. Il linguaggio che arriva dagli allenatori è diverso da quello che parlano i giocatori anche tra di loro. Lui fa un po’ da traduttore. In più è un grandissimo esempio di professionalità, perché Adrian il martedì mattina, quando mediamente ci torniamo a congiungere sul campo da basket per ricominciare a lavorare, indipendentemente dal risultato della domenica precedente, il suo atteggiamento nei confronti del lavoro è sempre stato di grandissima professionalità. Questo non ha fatto altro che dare la direzione a tutti. Ad esempio, quest’anno il giocatore più giovane nel roster è Riccardo Cattapan. Nel momento in cui Cattapan o tutti gli altri vedono che il capitano è il primo a spendersi per energia, impegno, serietà del lavoro in palestra diventa molto più semplice anche per noi spingere sull’acceleratore. Questo è proprio nei confronti della squadra. Dal punto di vista personale, sempre con Banks, c’è il contatto diretto, la possibilità di confrontarsi, perché lui alle volte mi dice che vorrebbe fare l’allenatore, allora ci si confronta un po’ su come la stessa situazione viene vista dal punto di vista del giocatore e dal punto di vista dell’allenatore. Quindi parliamo un po’ di questo, ed è per me un momento di arricchimento”.

Un passo indietro. Lei ha cominciato nel femminile, a Taranto prima che diventasse Taranto.

“Sì, non era ancora la Taranto che poi avrebbe vinto gli scudetti, era ancora in B e poi in A2”.

Dopo Taranto, la lunga storia con Ferrara che ha occupato lo spazio più importante a livello professionale.

“Ferrara mi ha dato la possibilità di fare tutta la trafila dal settore giovanile fino alla prima squadra, di cui ho avuto la fortuna di fare sia il vice che il capo allenatore, e quindi mi ha regalato gioie e anche dolori, perché da capo allenatore spesso il percorso è abbastanza disconnesso. Una storia molto lunga che mi ha dato tanto anche dal punto di vista di tutti i giocatori che ho conosciuto, perché tra l’A2 e la A ho avuto modo di lavorare con tanti atleti di altissimo livello, così come la possibilità di lavorare con tanti allenatori e dirigenti di preparazione, perspicacia e acutezza nel leggere le situazioni che non ha fatto altro che rinforzare e arricchire ancor più il mio bagaglio personale”.

Tanti allenatori che poi sono diventati personaggi di spicco, basti pensare ad Alex Finelli, Luca Dalmonte, Giorgio Valli. Quanto sono stati importanti dal punto di vista di ciò che hanno trasmesso?

“A Ferrara ho potuto lavorare con loro e sono stati molto importanti, perché era anche un momento diverso del mio percorso, ero abbastanza non dico giovane perché ho iniziato prestissimo a stare in palestra e allenare, però erano le prime vere esperienze a questo livello. Cercavo di assorbire tantissimo da loro prima ancora di riuscire a dare. Adesso, per esempio, l’approccio che ho nei confronti del ruolo del vice è completamente diverso, perché sono io che devo dare tanto al capo allenatore, perché avendo messo quell’abito so quanto è importante avere qualcuno che ti faccia un po’ da grillo parlante”.

In mezzo c’è stata anche Montegranaro.

“Anche lì una bella esperienza, perché lì ho conosciuto Stefano Pillastrini che poi è diventato anche una persona molto presente oltre il campo, ed è una cosa che mi fa molto piacere. Ho avuto la fortuna di lavorare con un allenatore di un’altra scuola, e cioè Sharon Drucker, israeliano, con una squadra veramente multietnica che è stata un’esperienza fortissima e molto divertente. Però, ad esempio, quando faccio riferimento a un rapporto come quello di cui parlavo prima con Banks, proprio in quella Montegranaro giocava Coby Karl, figlio di George Karl, celebre allenatore NBA. Adesso lui stesso è un coach, allena nella G League e continuiamo a sentirci, ma lui già allora parlava da allenatore”.

Ci sono, in sostanza, dei personaggi che anche quando giocano hanno già una mentalità che poi permette loro di diventare allenatori, anche di personalità che magari non si direbbero.

“Spesso bisogna leggere attraverso le pieghe della personalità, dell’aspetto tecnico. Ne ho avuti tantissimi così. A Ferrara c’era Daniel Farabello, giocatore argentino di altissimo livello, che poi è diventato allenatore, o anche Davide Lamma quand’era a fine carriera nella mia esperienza a Mantova. Con lui nelle nostre cene si parlava di pallacanestro sul campo, e c’era sempre questo confronto e anche da lui avevo avuto la percezione che era pronto ad appendere le scarpe al chiodo e indossare altri abiti all’interno della pallacanestro”.

Com’è riuscire a vivere la situazione attuale con tutti che sono a casa, e com’è il mantenimento del contatto con i giocatori?

“Noi abbiamo fatto così: dal punto di vista professionale Marco Sist ha effettuato un grande intervento e ha costantemente fornito ai giocatori dei programmi di allenamento, motivandoli. Mi è piaciuto perché si è posto nei confronti dei giocatori in maniera molto diretta, perché oltre a mandare loro la classica scheda con le progressioni e gli esercizi da fare e la suddivisione di questo lavoro nella settimana ha mandato anche dei video tutorial. Lui ha avuto questo contatto dal punto di vista professionale. Dal nostro, invece, come tecnici, ad esempio io ho fatto delle videochiamate con i ragazzi perché mi piaceva di più. Non amo molto i semplici messaggi, avevo bisogno di vederli, di interfacciarmi e con alcuni di loro ho avuto modo di fare proprio delle videochiamate per sapere come stai, come non stai. Questo anche perché immagino che pure per loro sia stato un momento molto difficile. Il giocatore è veramente un animale da campo, per cui trovarsi in questa situazione è stato difficile. Per noi allenatori è diverso perché abbiamo l’abitudine di iniziare un percorso tecnico, di portarlo avanti durante l’anno e arrivare a un certo punto in cui il campionato finisce, la stagione finisce e vai a elaborare che cos’è accaduto, cos’hai fatto bene e cosa male. Questo però accade anche nel corso dell’anno quando magari incorriamo in un esonero, e quindi comunque il tuo compito si è esaurito, ti fermi, ti metti a tavolino e valuti il tuo lavoro e sei pronto a ricominciare la stagione successiva. L’interrompere, invece, in questo modo è stato veramente disarmante perché ha un senso proprio di sospeso e di incompiuto che è rimasto molto forte. Quest’anno peraltro stavamo facendo una buona stagione, per cui c’è stato questo rammarico che è ovviamente secondario rispetto a tutta la situazione che c’è nel nostro Paese e in tutto il mondo che è molto più grave e molto più importante del fatto che noi, in questo momento, non possiamo andare sul campo. Parliamo di basket perché è giusto parlarne, perché è qualcosa di molto emozionale, che regala delle emozioni agli appassionati. Ed è quindi anche giusto delle volte parlare di questo, però sempre tenendo ben presente che ci sono altre cose, altri problemi, la vita ti presenta altre situazioni e in questo caso ci siamo trovati di fronte a situazioni ben più gravi da affrontare con molta più attenzione rispetto a una partita di pallacanestro“.

L’interruzione è arrivata nel momento vostro migliore, perché stavate mettendo un’altra marcia rispetto all’andata. Può esser stato dovuto anche all’avere più tempo, anche dall’esperienza della Champions League?

“La Coppa è stata molto formativa, e abbiamo potuto utilizzare quell’esperienza anche nel prosieguo della stagione avvicinandoci alla parte successiva del campionato che avrebbe potuto metterci di fronte la possibilità di giocare una postseason, di fare i playoff. Le coppe hanno offerto a tanti giocatori la possibilità di andare in campo e crescere. I vari Gaspardo, Campogrande, Zanelli, Ikangi si sono ritrovati ad avere più spazio di gioco e sviluppati ancora di più. C’è stato un momento, fra l’altro, in cui è accaduta una cosa ancora più bizzarra, perché l’ultima gara agonistica l’abbiamo giocata a Pesaro contro Venezia (la finale di Coppa Italia, N.d.R.), e la ripresa del campionato sarebbe stata contro la Reyer, perché il turno contro Varese era saltato, e quindi avremmo dovuto giocare la partita successiva all’impegno di Coppa Italia contro di loro, e invece non abbiamo potuto”.

Peraltro, dopo che c’è stato il primo decreto e si stavano giocando due partite (Roma-Sassari e Trieste-Pistoia) in situazioni totalmente surreali, anche voi siete tornati a Brindisi, come anche tante altre squadre perché non si capiva davvero niente in quel momento.

“Il sabato sera eravamo a cena in hotel a Venezia, in quel momento abbiamo saputo del decreto e la prima preoccupazione è stata quella di poter rientrare e, una volta, rientrati, ci siamo sottoposti ai vari accertamenti in maniera tale da essere certi di non aver contratto il coronavirus e quindi di non diventare dei diffusori. Ci sono state delle situazioni per le quali nessuno era veramente preparato, e non lo siamo nemmeno adesso. Dobbiamo entrare nell’ordine dell’idea che le cose saranno diverse da com’erano prima”.

Il giocatore più interessante da allenare e quello più forte allenato?

“Faccio una premessa: tolgo i giocatori di quest’anno. La mia esperienza da capo allenatore è stata fatta in A2, e in A2 alleni veramente altri ambiti del gioco: il rapporto è diverso, ci sono dinamiche diverse e anche il ruolo stesso di capo e vice impone e predispone a degli atteggiamenti diversi e anche a una relazione leggermente diversa nei confronti del giocatore. Non perché il vice sia amico, io non ho mai avuto giocatori amici, ho avuto degli ottimi rapporti con i giocatori, ma lungi da me l’idea di diventarne amico. Alleni un giocatore nel momento in cui devi metterlo in campo, far rendere in un certo modo e nell’interesse della squadra. Il vice prepara il giocatore dal punto di vista tecnico o tattico, ma le scelte finali sono a carico del capo allenatore, quindi c’è un rapporto leggermente diverso. In breve, diciamo che il giocatore più forte che ho visto con i miei occhi è, negli anni di Ferrara, Allan Ray. Arrivato durante la stagione in un momento in cui eravamo in difficoltà, ha svoltato completamente la nostra annata e ho capito che cosa vuol dire essere un grande giocatore. Lo è quello che fa rendere gli altri al di sopra delle proprie capacità, e lui aveva fatto questo. Il rendimento medio di tutti gli altri giocatori era completamente cambiato. Giocatori interessanti: sicuramente, avendolo avuto a Mantova, devo dire Riccardo Moraschini. Lo scorso anno da noi a Brindisi ha trovato la sua dimensione ideale, che poi lo ha portato a giocare quest’anno alla corte di Ettore Messina a Milano. Io però ho avuto l’opportunità di allenarlo nel mio secondo anno a Mantova, quando ancora Riccardo doveva ancora venir fuori, ed è stato piacevole. Devo essere sincero, sono contento di aver visto delle cose, e lui lo sa benissimo, che poi alla fine lui è riuscito a realizzare passando anche per degli scontri ovviamente pesanti. E qui torniamo a quello che dicevo: il ruolo del capo e del vice allenatore nei confronti del giocatore è totalmente differente anche per questo motivo, perché spesso, come capo allenatore, puoi arrivare molto più frequentemente a uno scontro, in maniera tale da poter ottenere determinate cose. Riccardo da questo punto di vista è stato molto interessante perché ho visto la sua crescita costante e mi ha fatto molto piacere lo scorso anno averlo qui, e mi fa ancora più piacere che lui possa continuare il suo percorso di crescita e di formazione come giocatore italiano molto interessante. Più che altro è una certezza“.

Del resto veniva anche da esperienze in cui, pur essendoci già una buona base, non riusciva a esprimersi come poteva già riuscire a fare.

“Riccardo è stato due volte a Mantova. La prima esperienza l’abbiamo fatta insieme, veniva da Roma dove col tempo ha avuto sempre meno spazio, e da lì ecco che il fatto che lui possa giocare in diversi ruoli è qualcosa che abbiamo visto e affrontato insieme. Poi è andato a Trento, è tornato a Mantova, c’è stato l’infortunio, tutta una serie di cose, è stato bravo l’anno scorso a cogliere le occasioni che gli si sono poste di fronte”.

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Credit: Ciamillo

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