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L’Italia è grande: Giovanni Parisi, dall’oro di Seul 1988 alle corone iridate dei pesi leggeri



C’è un nome che il pugilato italiano non ha mai dimenticato, ed è quello di Giovanni Parisi. Sono passati 11 anni da quel 25 marzo 2009 nel quale, a sera, l’uomo che nacque a Vibo Valentia, ma che visse sempre a Voghera, si schiantò con la sua BMW M6 contro un furgone. Un attimo, uno scontro frontale con un furgone che trasportava materiale elettrico, la parte anteriore dell’auto di Parisi distrutta, il pugile morto sul colpo. Erano le 20:40, stava percorrendo un tratto di strada che conosceva bene per tornare dalla sua famiglia. La moglie Silvia, con cui aveva messo al mondo due figli, capì subito che qualcosa non andava quando non lo vide tornare. Ma era già troppo tardi.

Nato, come si diceva, a Vibo Valentia il 2 dicembre 1967, Parisi non trascorse molto tempo in Calabria, perché la sua famiglia si trasferì a Voghera, in provincia di Pavia. I suoi anni giovani non furono facili, vista la presenza di un padre che di giorno faceva il pizzaiolo (cosa normale) e di sera trattava male tutti in casa (cosa molto meno normale). Il risultato fu che l’uomo tornò nelle terre d’origine nel 1985, lasciando da soli sia la moglie che Giovanni e i suoi due fratelli.

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In questo contesto Parisi si affacciò alla boxe, dapprima a livello dilettantistico, in cui si fece notare abbastanza presto da entrare con buona rapidità nel giro della Nazionale. A 17 anni ebbe un colpo di fortuna. In teoria, alle Olimpiadi di Seul 1988 non ci doveva andare, ma gli aprì la strada la rinuncia di Michele Caldarella, altro pugile di grande talento di quegli anni. Dieci giorni per perdere peso al fine di entrare nei piuma, e così la sua strada a cinque cerchi si tracciò.

Seul 1988, per la boxe, è rimasta sinonimo di vergogna. Accadde di tutto, e tra gli episodi più significativi ci furono il quarto di finale dei pesi medioleggeri tra il sudcoreano Park Hi-Sun e Vincenzo Nardiello, di cui in tanti ricordano la furia del pugile italiano dopo il verdetto dei giudici che lo eliminò, ma soprattutto il combattimento tra lo stesso Park e Roy Jones Jr., uno che avrebbe fatto la storia del pugilato non americano, ma mondiale. Basta riportare le frasi di Rino Tommasi su Koper Capodistria in quei contesti: “Con questi coreani bisogna vincere per KO” (dopo Park-Nardiello), “Questa volta non c’è giuria al mondo che possa aiutarlo” (durante Park-Jones) e infine “Si è superato ogni limite! E’ uno scandalo! E’ una vergogna!” (subito dopo il verdetto). Nondimeno, quando Jong-Il Byun fu battuto dal bulgaro Aleksandar Hristov, l’allenatore del sudcoreano attaccò fisicamente arbitro e giudici, generando il caos sul ring.

Fortunatamente, nel caso di Parisi nulla di tutto questo accadde, e anzi il suo dominio fu netto, incontrovertibile. Esentato dal primo turno, demolì senza tante storie il rappresentante di Taipei Lu Chih Hsiung, il sovietico Mikhail Kazaryan, l’israeliano Ya’acov Shmuel e il marocchino Abdellah Achik prima di presentarsi di fronte al rumeno Daniel Dumitrescu per la finale. Questa durò pochissimo, nemmeno due minuti, perché l’azzurro sferrò un destro micidiale che mandò al tappeto Dumitrescu: KO e oro olimpico a vent’anni. Fu un trionfo che i giornali di allora celebrarono insieme a quello di Gelindo Bordin, primo e per 16 anni unico trionfatore italiano nella maratona.

Divenne subito professionista, e macinò in fretta vittorie, in Italia come negli Stati Uniti passando anche per la Russia, divenne Campione tricolore dei leggeri nel 1991 e poi, nel 1992, vinse il suo primo titolo mondiale WBO contro il messicano Francisco Javier Altamirano. Lo portò a casa proprio in quella Voghera che lo aveva accolto e che, ora, lo stava acclamando come il più forte nella sua categoria. Ci furono due difese vittoriose del titolo, nei templi della boxe di Roma che poi sono i suoi palasport, contro il britannico Michael Ayers e il portoricano Antonio Rivera, poi la decisione di passare ai superleggeri.

L’obiettivo era uno: l’America. Tre incontri gli andarono bene, contro Mike Bryan, Richie Hess e Freddie Pendleton, prima della data principe: 8 aprile 1995, Caesars Palace, Las Vegas. Giovanni Parisi contro Julio Cesar Chavez. Una leggenda, un personaggio da 107 vittorie, 6 sole sconfitte e 2 pareggi, cui un ventisettenne di Voghera stava cercando di togliere la corona WBC quando il record era già di 93-1-1. Fu un combattimento duro, in cui Parisi fu chiamato da Don King con preavviso piuttosto scarso. Perse ai punti, 9 secondo un giudice, 13 secondo altri due; un verdetto probabilmente esagerato per quello che si vide sul ring, che diede a Parisi ancora più forza. Chavez, invece, di lì a poco più di un anno avrebbe scoperto il significato del nome Oscar De La Hoya.

Di ritorno in Italia, si concentrò sul combattimento con il portoricano Sammy Fuentes, che gli diede il titolo iridato WBO sempre nei superleggeri il 9 marzo 1996. Fu acclamato, a Milano, tanto dal PalaLido quanto dal Forum di Assago, poi anche nella natia Vibo Valentia e a Catanzaro, mentre batteva il messicano Carlos Gonzalez, lo spagnolo Sergio Rey, l’americano Harold Miller, il britannico Nigel Wenton, lo spagnolo Juan Manuel Berdonce. Fu però ancora Gonzalez, il 29 maggio 1998, a porre fine al suo regno a Pesaro.

Parisi, però, non si arrese: continuò a combattere, passò ai welter e, il 29 luglio 2000, allo stadio Granillo di Reggio Calabria, sfidò il portoricano Daniel Santos per il titolo WBO, ma perse per KO. Si fece male a una mano, ma ancora non mollò, tornò di nuovo, vinse altri tre combattimenti e poi, per l’ultima volta, salì sul ring. A 38 anni, l’8 ottobre 2006, al PalaLido, tentò di togliere il titolo europeo dei welter al francese Frederic Klose. Non ci riuscì, e calò il sipario.

Non poteva ancora sapere che, nemmeno tre anni dopo, un tremendo incidente lo avrebbe ucciso. Oggi lo ricorda un monumento realizzato da Antonio De Paoli e posto davanti a Voghera Boxe il 7 maggio 2016, mentre sempre a Voghera lo stadio di calcio porta il suo nome.

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federico.rossini@oasport.it

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Foto: LaPresse / Olycom

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