Sicurezza stradale, Alessandro Malagesi: “Il 23 febbraio a Roma la manifestazione #Rispettiamocinstrada. In Italia una vittima ogni 30 ore”



#Rispettiamocinstrada, sarà questo lo slogan che farà da sfondo nella giornata di domenica 23 febbraio a Roma, alla manifestazione nazionale per la sicurezza stradale. Dal Colosseo sino ai Fori Imperiali, sono attese migliaia di persone e centinaia di associazioni, enti e fondazioni che ogni giorno lottano per garantire ai ciclisti e ai pedoni di poter attraversare la strada o pedalare senza rischiare la propria vita. Una battaglia che sta intraprendendo da ormai diverso tempo anche Alessandro Malagesi di SAR FCI Lazio, giornalista, speaker, organizzatore di eventi sportivi, granfondo, con all’attivo diverse collaborazioni con team amatoriali. Abbiamo parlato con lui di quello che avverrà il 23 febbraio a Roma, di ciò che è già stato fatto in precedenza, e degli obiettivi futuri. Sottolineando, ovviamente, i due principali problemi che riguardano questa piaga sociale: la mancanza di rispetto e di cultura.

Partiamo innanzitutto parlando della manifestazione che avverrà il 23 febbraio a Roma. Com’è nata, ma soprattutto, come vi siete mossi nella sensibilizzazione verso questa iniziativa?

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“Dopo quel giorno infausto in cui sono state investite Letizia Paternoster e Vittoria Bussi, e 48 ore prima Alessandro De Marchi, ho lanciato un’idea sui social, visto che era già esplosa la questione. Così ho cercato di studiare la faccenda. Nel 2012 a Roma, esattamente su Via dei Fori Imperiali, c’era già stata una manifestazione con circa 30.000 persone; così mi sono detto: ‘ripartiamo da lì’. Allora ho ricontattato gli organizzatori dell’epoca, ossia i Salvaciclisti, che in questi anni si sono un po’ disgregati, e abbiamo fatto una prima riunione. Andava considerata una questione, che tutti abbiamo sbagliato, perché se nel corso degli anni non è cambiato nulla, vuol dire che ci sono stati degli errori. Così ci siamo confrontati in quest’ottica. È stato scelto il 23 febbraio perché è una domenica ed anche la giornata ecologica a Roma. Il fronte si è allargato tantissimo perché hanno aderito oltre 200 associazioni tra la Rete Vivinstrada di Alfredo Giordani, ACCPI, e molte associazioni di familiari di vittime della strada. Anche perché la strada è di tutti, sia dei ciclisti che dei pedoni; e in questo aveva ragione Ivan Basso con la campagna che ha fatto a Gallarate”. 

Ho letto che è stata inviata una lettera-appello al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Quali sono stati i riscontri?

“Abbiamo deciso di mandare un documento al Presidente della Repubblica perché altrimenti la manifestazione risulterebbe sterile, semplicemente un gruppo di persone che cerca di raggiungere un obiettivo aspettando le istituzioni. Così abbiamo cercato di coinvolgerle. Questo documento è stato depositato in segreteria, e ci faranno sapere se ci accoglieranno ufficialmente quel giorno per dare la consegna del documento. Il primo punto è lo stato di emergenza stradale, il tutto coinvolgendo le forze dell’ordine perché, ovviamente, se le strade sono presidiate si abbassa la percentuale di rischio di incidenti per tutti. Inoltre abbiamo chiesto l’utilizzo della tecnologia, dei tutor, degli autovelox anche in città (sappiamo tutti che il limite è di 50 km/h, ma abbiamo visto cos’è successo in Corso Francia a Roma dove sono morte due ragazze), e un tavolo di lavoro, un’azione di governance mirata a presentare le problematiche e delle piccole soluzioni che potrebbero essere già attuabili”.

Ci sono stati sviluppi dal Parlamento in merito alla sicurezza dei ciclisti sulla strada?

“In Parlamento no. Al momento presumo che chi risponderà sarà eventualmente il Presidente della Repubblica, per poter dare spazio alla problematica. Non nego che è stata anche una nostra scelta, altrimenti dovremmo presentarci a Palazzo Chigi con la speranza che ne rispondano gli organi di Governo. Mattarella è il garante massimo della Costituzione: lui può far presente la problematica, poi sarà chi di conseguenza a prendere atto della questione”.

Tanti Paesi europei si sono mossi per questa causa. Cosa manca in Italia per mettersi in testa che questa è una piaga sociale che deve finire il prima possibile? È soltanto una questione di mancanza di rispetto?

“Ci vuole la certezza della pena per l’omicidio stradale. Il cittadino italiano deve essere educato. Non c’è una soluzione, ma bisogna andare a recuperare la generazione futura, cioè quei ragazzi che oggi vanno alle scuole elementari. Dobbiamo farli crescere con l’idea dell’educazione stradale, allora forse qualcosa la otterremo, perché altrimenti quelle che stiamo facendo sono tutte “operazioni tampone”, repressive, che servono sì, ma bisogna dare una svolta. Dovremmo iniziare a pensarla come i Paesi del Nord Europa o la Spagna, quindi sia reprimere che educare. Il problema che c’è in Italia, tra tutte le iniziative che sono state fatte, è che si sono svolte senza una vera e propria regia. Perché se Basso l’ha fatto a Gallarate, io a Tivoli, Paola Giannotti nelle Marche, alla fine sono tutte azioni isolate su un territorio piccolo. Perché ok, va benissimo anche la manifestazione che faremo il 23 febbraio, ma nessuno ci vieta di poterla replicare altrove per farla sentire in altre città. Senza l’aiuto delle istituzioni, e un tavolo tecnico con loro, tutto quello che facciamo non porterà mai a nulla”.

La regola del metro e mezzo di distanza tra il ciclista e l’auto

“Ho fatto parte di questo tavolo di lavoro in Senato. Alla fine è una sorta di bandiera. Oltre a questo c’erano anche delle normative e delle questioni a livello culturale. Perché alla fine è come lo stop, il divieto, ma se non c’è la cultura del rispetto, non ti lascia tanto. Certo, esiste, qualcuno lo vede e lo rispetta, ma altri no. Possiamo mettere tutti i cartelli che vogliamo, come i tutor, ma nessuno li rispetta”. 

Le possibili soluzioni

“Oltre alle piste ciclabili ci sono anche le corsie preferenziali per gli autobus e i taxi, e potrebbe percorrerle anche il ciclista che sa che c’è il bus, e l’autista del bus sa che c’è il ciclista; basterebbe soltanto regolamentare la cosa, così, ad esempio, a Roma potremmo ritrovarci 40-50 km di piste ciclabili, ma attualmente non possiamo farlo. Ci vorrebbe un’autorizzazione e la conseguente convivenza tra i mezzi, così da non dover dipendere soltanto dalle piste ciclabili. E poi io che abito a Tivoli, non posso pensare di andare a lavorare soltanto con la bici e fare 40 km; quindi ci vorrebbero delle autorizzazioni, ad esempio per il trasporto delle bici sul treno, il noleggio, o delle zone di scambio dove lasciarle. Alla fine sono semplici soluzioni che si potrebbero attuare. E poi ripeto, ci vuole l’educazione stradale per le nuove generazioni, e ovviamente dei veri educatori”. 

Le sue ultime considerazioni

“Qui la situazione è grave. Non stiamo parlando di incidenti, di cose che capitano all’improvviso, perché il fatto di tornare a casa per un pedone o un ciclista, è diventata come una fortuna, bisogna entrare in quest’ottica. Siamo scesi ad una vittima ogni 30-32 ore. Io posso insegnare a mia figlia il rispetto tra lei in bici e l’automobilista, ma se quest’ultimo non ci rispetta, è davvero grave come cosa, però ovviamente non posso negarle l’uscita in bicicletta, altrimenti perdo io e perdono tutti. Medesimo discorso per le scuole di ciclismo che “chiudono” i ragazzi all’interno dei parchi, allora tanto vale lasciar stare. Questo non è ciclismo. Noi non siamo pazzi a circolare con le bici sulla strada perché gli automobilisti devono andare forte in macchina; e se loro mi prendono, sono io ciclista che mi faccio male, non loro. Infine ci tengo a sottolineare il fatto che anche il ciclista andrebbe regolamentato sotto tanti punti di vista che vanno precisati. In fin dei conti si parla soltanto di rispetto e di convivenza reciproca”.

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@lisa_guadagnini

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Foto: comunicato stampa organizzatori

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