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Ciclismo, Mondiali 2019: Davide Cassani la mente dietro la miglior spedizione azzurra degli ultimi 10 anni. L’Italia torna, finalmente, dove le compete



Era dal 2008 che l’Italia non vinceva un Campionato del Mondo di ciclismo su strada maschile di qualunque categoria. Elite, U23, juniores non faceva differenza. Dopo i grandi fasti dei decenni precedenti, infatti, negli anni ’10 la maglia iridata era diventata un oggetto irraggiungibile per gli azzurri. Il Bel Paese era stato, così, sovente salvato dalle donne. Qualcosa, però, è cambiato da quando Davide Cassani è diventato CT della nazionale maggiore. E nello Yorkshire lo Stivale ha finalmente colto i frutti di questo lavoro conquistando due ori, uno con Samuele Battistella, nella gara in linea U23, e l’altro con Antonio Tiberi, nella prova a cronometro juniores. Il tutto condito da altre 3 medaglie, due argenti e un bronzo.

Quando l’ex telecronista Rai si è insediato, la situazione era disastrosa. Ricordiamo i suoi primi Mondiali, nel 2014, a Ponferrada, un fallimento totale. Ma Cassani ha capito ben presto che per tornare in alto bisognava iniziare a lavorare su una base che era ai minimi storici. I giovani azzurri, infatti, tra Mendrisio 2009 e Ponferrada 2014 non ottennero nemmeno una medaglia in nessuna prova delle categorie U23 e juniores. Il Bel Paese era rimasto indietro, terribilmente indietro, vittima anche di una crisi economica che aveva dilaniato il pedale tricolore a tutti i livelli.

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A livello giovanile le corse erano sempre meno. I tesserati uguale. Le continental non esistevano. Mentre gli U23 del resto d’Europa si misuravano in molte gare di categoria .2 e anche .1, gli azzurri partecipavano solo ai giri domenicali del campanile. Non avevamo più, nemmeno, il nostro storico patrimonio di corse a tappe dedicate agli ex dilettanti, risucchiate tutte, escluso il Giro della Valle d’Aosta, nel vortice della crisi. Perfino il Giro d’Italia U23 era scomparso. E cosa dire della pista, disciplina che per anni ha visto i rappresentanti del Bel Paese primeggiare, ma totalmente dimenticata nel nuovo millennio?

Nell’ultimo lustro, però, si è iniziato a reinvestire sulla pista, tanto che sono arrivati diversi Mondiali e anche un oro olimpico. Elia Viviani e Filippo Ganna, due dei massimi esponenti attuali del ciclismo tricolore, vengono da questo settore. Il Giro d’Italia U23, sotto l’impulso del CT della nazionale maggiore, è tornato finalmente nel 2017. Molti giovani hanno avuto modo, tramite la nazionale italiana, di muovere i primi passi nelle corse dedicate ai grandi. E pian piano molte squadre dilettantistiche hanno deciso di fare il salto e diventare continental. Solo due anni fa le squadre nostrane in tale categoria erano tre, oggi sono otto.

Bergen 2017 è stato il Mondiale della svolta. L’Italia, che tra gli juniores non andava a medaglia dal 2008, tra linea e crono ne portò a casa ben 3. Peraltro, nelle prove contro il tempo il Bel Paese era a secco addirittura dal 2002. Anche in questa specialità, per anni fiore all’occhiello di una nazione che aveva sfornato passisti del calibro di Learco Guerra, Fausto Coppi, Ercole Baldini, Felice Gimondi, Francesco Moser e Gianni Bugno, infatti, si era totalmente smesso di lavorare. Da un lustro a questa parte, però, è cambiato tutto, tanto che negli ultimi due anni l’Italia ha vinto Campionati Europei di specialità sia tra gli junior che tra gli U23.

Un lavoro orizzontale e di qualità è ciò che sta alla base della miglior rassegna iridata azzurra degli ultimi 10 anni. I prodromi c’erano tutti, se pensiamo che dal 2017 l’Italia, tra gli uomini, ha conquistato ben 6 Campionati Europei nelle tre categorie e non poteva essere un caso. Cassani, indirettamente, sta creando un bacino di giovani di qualità da cui attingere, mentre, direttamente, ha compattato un folto gruppo di atleti, tutti devoti alla stessa causa. Eloquenti sono alcuni gesti che abbiamo visto in questi giorni, come lo stesso CT che va a seguire le gare dei giovani sul percorso sotto il diluvio. Ma è anche là da vedere come abbia corso la selezione azzurra nella prova in linea uomini elite, gara dall’epilogo drammatico, in cui, però, l’Italia ha dato una lezione di coesione a nazionali di individualisti come il Belgio.

Vietato, tuttavia, sedersi sugli allori. Anzi, bisogna continuare ad investire. C’è una specialità come il ciclocross, dove l’Italia ha grande tradizione avendo avuto campioni del calibro di Americo Severini, Luca Bramati, Daniele Pontoni e, soprattutto, il cinque volte iridato Renato Longo, che necessita di nuova linfa. Anche perché stiamo vedendo con l’esempio di molti atleti, non solo Van der Poel e Van Aert, ma anche Trentin, Alaphilippe, Stybar, e Teunissen, ad esempio, come il cross possa essere propedeutico anche alla strada. E, poi, bisogna tornare a organizzare più gare a tappe tra gli U23. Il Giro del Veneto e il Giro del Friuli, rinati, rispettivamente, in questa e nella scorsa stagione, sono un ottimo complemento al Giro d’Italia U23 e al Giro della Valle d’Aosta, ma non basta. Ad oggi, in questo settore, il confronto Spagna e Francia è ancora un bagno di sangue. Se oltre a tornare a indossare la maglia iridata, l’Italia vuole trovare un erede di Nibali nei grandi giri, allora non bisogna fermarsi e bearsi di quanto fatto fin qui, ma proseguire sulla strada percorsa in questi anni che si sta dimostrando quella giusta.

 

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Foto: Valerio Origo

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