Sochi 2014, sci di fondo: la staffetta c’è sempre, ma dietro le quinte…

Alla vigilia, auspicare un piazzamento oltre il quinto posto appariva improbabile, alla luce delle difficoltà emerse nei giorni scorsi e per un incolmabile gap nei confronti delle migliori Nazioni. E quel quinto posto, di fatto, è arrivato, ma sul traguardo la soddisfazione per una prestazione di spessore è stata accompagnata – un po’ a sorpresa – anche dai rimpianti per delle chance di medaglia chilometro dopo chilometro sempre più concrete, ma sfumate nel finale.

Una felicità solo sfiorata, che ha deciso di ‘abbracciare’ altri outsider, in questo caso i cugini transalpini, nella griglia di partenza addirittura dietro al quartetto azzurro. Il jolly, però, l’hanno pescato loro, indovinando in toto i materiali e gestendo in maniera ottimale la gara, nonostante l’inaspettata situazione creatasi. Meno fortunati (vedasi caduta di Noeckler) e anche maggiormente in difficoltà dal punto di vista tattico ed atletico gli azzurri, combattivi e mossi nell’orgoglio dopo i poco esaltanti risultati raccolti nelle gare precedenti ma, come spesso accade in format individuali, sempre ad un tiro di schioppo dal compiere il passo decisivo verso le porte del paradiso. Quelle porte rimaste chiuse in Val di Fiemme lo scorso anno ed ermeticamente sigillate a Sochi. Tra rammarico e rimpianti, resta però una certezza: chiunque siano gli interpreti, quando c’è da lottare per le medaglie la staffetta azzurra è sempre pronta a far sognare il popolo italiano. Questione di DNA.

Attenzione, però, a non farsi ‘tranquillizzare’ troppo dalla prestazione odierna, perché non è tutto oro quel (poco) che luccica. Tutt’altro. Lo spirito di sacrificio e l’attitudine in staffetta non possono e non devono nascondere i molteplici problemi in casa Italia, trascinata nelle gare distance ancora da un incommensurabile 42enne come Giorgio Di Centa, atleta a cui tutti dovrebbero ispirarsi per abnegazione e senso del dovere. Irrinunciabile, di fatto. La sua permanenza nell’élite del fondo mondiale, però, non ha prodotto soltanto benefici al movimento azzurro, bensì ha anche contribuito indirettamente a far regredire un’intera Nazionale, guidata negli ultimi anni in modo alquanto rivedibile. Chiariamo subito: naturalmente il friulano è esente da colpe, ma l’impressione è che ci sia stato un rilassamento generale durante i fasti vissuti fino a Torino 2006, in cui si è perso di vista lo sviluppo della base per godersi la punta della piramide, sgretolatasi naturalmente con il passare degli anni e dei ritiri. E alle fondamenta, di conseguenza, è mancato lo slancio per emergere ed imporsi; da qui il clamoroso buco generazionale degli anni ’80 (con dovute eccezioni come Clara, Hofer e Nöckler su tutti), pagato a caro prezzo nelle ultime stagioni. Il risveglio sembra essere ormai arrivato, come testimoniano l’esplosione di Pellegrino, i progressi soprattutto dei tre sopraccitati e del giovane Francesco De Fabiani, in esponenziale crescita; un lavoro sicuramente più redditizio rispetto alle annate passate, ma che ancora non può bastare…

 

daniele.pansardi@olimpiazzurra.com

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