Leonardo David, discesa in Paradiso

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Leonardo David, oggi, avrebbe compiuto 53 anni: chissà, magari sarebbe un tecnico delle nazionali di sci alpino, o un giornalista del settore, pronto a commentare l’attualità come a ricordare il grande passato da sciatore negli anni ottanta. Ma Leonardo David non c’è più, non c’è da molto tempo ormai: ripercorriamo la sua triste e assurda vicenda con questo articolo.
Questo ragazzo valdostano nasce a fine settembre del 1960, ai 1385 metri di Gressoney-Saint-Jean, cuore della Valle del Lys, a due passi dal Vallese elvetico. Sin dalle categorie giovanili dimostra di avere la stoffa del campione, arrivando a vincere la Coppa Europa, ovvero la challenge continentale dello sci alpino, nel 1978. La sua adolescenza non è tutta occupata dallo sci, ma anche dal divertimento: si ricordano infatti la sua passione per i rally ed una sua brillante partecipazione ai Giochi Senza Frontiere del 1977 con la squadra della cittadina valdostana di Pila. Ma Leo è e resta uno sciatore, e continua ad allenarsi con caparbietà e costanza per giungere nel più breve tempo possibile nell’Olimpo di questo sport. Non sono anni facili per la squadra azzurra: Gustav Thöni, Piero Gros, Helmut Schmalzl, Tino Pietrogiovanna e gli altri componenti della leggendaria Valanga Azzurra hanno ormai alle spalle i loro anni migliori, lasciando così un enorme vuoto che verrà riempito solamente un decennio dopo dagli eccezionali trionfi di Alberto Tomba. Gli appassionati di sport invernali guardano con interesse a questo giovanissimo valdostano, che in compagnia del più navigato Paolo De Chiesa ha il proibitivo compito di raccogliere quella pesantissima eredità.

Leonardo David esordisce in Coppa del Mondo nel dicembre 1978, appena diciottenne, prendendo parte al gigante di Schladming, dove chiude con un sorprendente terzo posto: niente male per un debuttante. Seguono due slalom, uno sul Canalone Miramonti di Madonna di Campiglio e l’altro a Kranjska Gora: settimo in Trentino, nuovamente terzo in Jugoslavia, a conferma del fatto che il podio ottenuto in Austria non era certo stato casuale, ma anzi pienamente meritato in virtù delle sue doti tecniche fuori dal comune. La stagione prosegue con una serie formidabile di piazzamenti, mai oltre la nona posizione, ottenendo un nuovo risultato di prestigio con il secondo posto sulle nevi cecoslovacche di Jasna il 5 febbraio 1979, preceduto solo dall’americano Phil Mahre. Due giorni più tardi, David si consacra definitivamente tra i migliori, aggiudicandosi lo slalom speciale di Oslo davanti a Ingemar Stenmark e allo stesso Phil Mahre. Mettersi alle spalle il più grande fuoriclasse della storia dello sci alpino e un altro plurimedagliato come il campione statunitense è sinonimo di abilità davvero eccezionali: David sguscia da un palo all’altro agilmente, con la giusta aggressività, facendo scorrere le lamine con la maestria tipica dei campioni. Sembra proprio che l’Italia abbia trovato un valido rivale da opporre allo strapotere di Stenmark.
In vista delle Olimpiadi invernali di Lake Placid previste per l’anno successivo, Leonardo David si allena anche in discesa libera, puntando ad essere sempre più competitivo nelle gare di combinata. A causa del complicato conteggio dei punti nello sci alpino dell’epoca, soltanto un atleta “polivalente” può cercare di strappare lo scettro della Coppa del Mondo assoluta al fenomeno svedese, ed è dunque evidente, secondo i tecnici, che il giovane valdostano non debba accontentarsi di primeggiare solo nelle discipline tecniche.

Sul finire di febbraio disputa i campionati italiani a Cortina d’Ampezzo, e proprio qui, durante la classica discesa libera delle Tofane, David finisce a terra. Sulle prime non sembra essere nulla di grave, tanto che nei giorni successivi tenta ugualmente di continuare a gareggiare. Ma, come ricorda Paolino De Chiesa: “Non riusciva ad allenarsi nemmeno in gigante perché le vibrazioni prodotte dagli sci sul ghiaccio gli facevano venire mal di testa”. La caduta nella località bellunese gli ha infatti comportato un ematoma cerebrale, che però non viene evidentemente giudicato sufficiente per fermare, seppur momentaneamente, la sua attività agonistica.

Viene sottoposto ad una terapia postraumatica all’ospedale di Lecco, ma nel giro di pochi giorni è di nuovo sugli sci, deciso a partecipare alle gare preolimpiche di Lake Placid. Al cancelletto di partenza della discesa libera il mal di testa è molto intenso, e un improvviso torpore gli annebbia la vista: inspiegabilmente, Leo si lancia ugualmente verso valle, senza che nessuno lo fermi. A poche centinaia di metri dal traguardo, una “spigolata” lo tradisce: uno sci tocca l’altro, la caduta è dolorosa, ma non sembra essere delle più drammatiche. Infatti Leonardo si rialza e taglia il traguardo pur su uno sci solo (ironia della sorte, verrà squalificato per questo). Passata la linea d’arrivo, crolla letteralmente fra le braccia di Pierino Gros. È il 3 marzo 1979, ed è l’inizio della fine.

Il trauma cranico, reso ancor più grave dal precedente ematoma di Cortina, lo precipita in uno stato di coma vigile, da cui non si riprenderà mai più. La notizia lascia sotto choc l’intera Valle d’Aosta e tutti gli appassionati di sci alpino, visto che David, un ragazzo estroverso e simpatico, è davvero il simbolo di quell’Italia sciistica desiderosa di guardare avanti, pur facendo un’enorme fatica a lasciarsi definitivamente alle spalle il periodo magico della Valanga Azzurra.

Ricoverato nella clinica neurochirurgica di Burlinghton, nel Vermont, viene sottoposto ad un intervento per ridurre l’edema. Leo si trova così proiettato, suo malgrado, nel tunnel del coma, che solo raramente offre vie d’uscita. Il profondo stato d’incoscienza, pur non generando sofferenze abnormi al corpo della vittima, causa un dolore indescrivibile alle persone che gli stanno intorno. Nel luglio dello stesso anno, il professor Franz Gerstenbrandt dell’ospedale di Innsbruck lo opera nuovamente, accertando che David soffre di un’ematoma preesistente alla caduta sulla pista olimpica. Un vecchio grumo di sangue rappreso, già parzialmente individuato durante la sua prima operazione, diventa così la chiave di volta della sua vicenda. La lesione gli è stata causata dalla caduta di Cortina, e questo gli avrebbe dovuto vietare di allenarsi e gareggiare regolarmente.

Vermont, Lecco, New York, Francoforte, Tirolo, Novara: vengono consultati i migliori specialisti e viene battuta ogni strada, ma il tunnel di Leo non ha davvero alcuna via di uscita. Il 16 agosto il ragazzo viene riportato nella sua casa natale di Gressoney, dove i genitori, con il loro affetto infinito, veglieranno su di lui incessantemente. Le settimane scorrono inesorabili, poi passano i mesi, ed infine interminabili anni. Arriva qualche lieve miglioramento, come il fatto che l’ormai ex atleta riesca a muovere labbra e mani, e sembra riaccendersi, anche se solo per un attimo, un barlume di speranza. Ma anche questa si spegne definitivamente la sera di martedì 26 febbraio 1985, quasi sei anni dopo l’incidente di Lake Placid, quando un’emorragia cerebrale lo strappa alla vita. Leonardo David è morto. “Adesso non soffrirà più”, dice con un filo di voce il padre Davide, anche lui ex atleta di buon livello. Un calvario durato sei anni, una vita spezzata giovanissima, ma anche una verità che non è mai veramente emersa: possibile che nessuno si sia accorto della gravità di quella caduta a Cortina? Possibile che nessuno abbia poi avuto il coraggio di dire come sono andate veramente le cose? Un clima di omertà, di cui hanno fatto le spese non solo lo sfortunato Leonardo, ma anche la sua famiglia. Per tutti quei sei anni lo hanno assistito nella sua sofferenza, pur essendo coscienti che solo un miracolo avrebbe potuto restituire alla vita quel brillante ragazzo.
Quei dubbi non hanno mai avuto risposta, o perlomeno non una risposta “ufficiale”. Sta di fatto che i punti oscuri di questa vicenda sono rimasti tali, venendo gradualmente assorbiti dall’effetto del tempo. Nella serie di processi seguiti al suo dramma, la famiglia del giovane valdostano va incontro anche ad una beffa atroce: non solo non viene individuato nessun colpevole, né all’interno dello staff tecnico della nazionale, né tantomeno tra i medici, nonostante i capi di imputazione fossero veramente importanti, dall’accusa di lesioni gravissime a quella di omicidio colposo. I genitori di Leo, dopo aver chiesto un risarcimento di 10 miliardi, sono infatti costretti a pagare 140 milioni per rimborsare le spese legali di CONI, FISI e commissione medica.

Nonostante le assurde vicende giudiziarie, il ricordo di questo campione sfortunato non si è mai spento. A lui è dedicata la pista più difficile del comprensorio sciistico della sua Gressoney, mentre una stele posta nella piazza antistante la chiesa del paese, con la doppia dicitura in italiano e in vallesano, venne posta dai suoi amici due anni dopo la sua scomparsa. Inoltre, le edizioni dal 2004 al 2007 del tradizionale Parallelo di Natale, la gara “amichevole” dell’Antevigilia, disputate a Pila, sono state intitolate alla sua memoria. È una storia forse unica, quella di Leonardo David, una storia mai del tutto chiarita: tante ipotesi, tanti dubbi, tante lacrime, troppa sofferenza. Nonostante la brevità della sua carriera, il biondo e ricciuto valdostano è realmente rimasto nel cuore di tutti gli appassionati di sci alpino. E tutti noi lo vogliamo ricordare più per gli splendidi duelli con grandi campioni del calibro di Ingemar Stenmark e Phil Mahre che per l’atroce vicenda a cui è andato incontro.

Foto e articolo sono tratti da sportvintage.it

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marco.regazzoni@olimpiazzurra.com

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