Valentina Scandolara a tutto campo: “Vinco, studio, lotto”

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Se la chiamano Cavallo Pazzo, un motivo ci sarà. Battute a parte, Valentina Scandolara è una ragazza, prima ancora che un’atleta, dai mille interessi: non si limita a pedalare forte-spesso più forte di tutte le altre-, ma combatte assieme ad alcune colleghe la battaglia per la parità con il ciclismo maschile e studia in università, mettendo a frutto la sua grandissima passione per gli animali. Ventitré anni compiuti il primo maggio, veronese di Tregnago, la Scandolara corre con le giallofluo della Cipollini-Alè-Galassia e quest’anno ha vinto corse importanti (come il Trofeo Vannucci e una tappa alla Thüringen Rundfahrt), conquistando altri piazzamenti molto significativi anche alla recente Route de France. Andiamo a conoscere meglio questo giovane talento del nostro ciclismo in questa intervista.

Valentina, in questa stagione sei tornata al successo e hai dimostrato una grande continuità di rendimento: come valuti, finora, quello che hai fatto? 

“Questo 2013, finalmente, mi ha sorriso. Dopo vari problemi fisici negli anni scorsi, finalmente sto bene, mi alleno con la giusta serenità e sono inserita in una squadra dove atlete e personale lavorano insieme ottimamente e mi danno la fiducia necessaria per concentrarmi sui miei obiettivi. Nonostante la Cipollini-Alè-Galassia non disponga ad oggi di budget elevati come altri team, noi giallofluo riusciamo sempre a batterci al pari delle nostre avversarie, con ottimi risultati e grande visibilità in gara, e soprattutto non abbiamo nulla da invidiare per quanto riguarda la qualità dei materiali a disposizione. Sono molto riconoscente anche alla mia DS Luisiana Pegoraro, che riesce a motivarmi quando serve e a frenarmi quando esagero con le mie sparate da Cavallo Pazzo, come mi chiamano in squadra. Quest’anno ho avuto una bella continuità di rendimento, anzi direi che sono andata in crescendo: spero di finire la stagione continuando su questa linea, per poi utilizzare l’inverno per migliorarmi dove sono ancora carente”.

Recentemente alla Route de France sei arrivata seconda, dietro un’impressionante Bronzini, nella prima tappa e poi sei stata spesso all’attacco: non hai però concluso la corsa a causa di un incidente…cos’è successo?

“Alla Route sono incappata in una brutta caduta nella quarta tappa e sono stata trasportata al Pronto Soccorso dove mi hanno applicato alcuni punti di sutura al ginocchio. Niente di grave per fortuna, nel giro di quattro giorni ero di nuovo in bici! Certo mi spiace non essere rimasta a giocarmi le altre frazioni, ma di sicuro un po’ di riposo mi ha solo fatto bene”.

Come saranno le prossime settimane e i prossimi mesi per te? C’è un pensiero particolare su Firenze?

“Sicuramente a questo punto della stagione e con questa forma penso molto al Mondiale, a maggior ragione perché si corre in Italia e in una città meravigliosa inserita in una regione altrettanto bella. Cercherò di gestirmi al Trophée d’Or, gara a tappe che disputerò in Francia a fine agosto, per poi temporeggiare fino al Giro di Toscana, che vorrei cogliere al meglio per finalizzare la preparazione, sognando la chiamata in azzurro. Ormai non manca molto, ma vivrò questo periodo come ho vissuto tutto l’anno, ovvero senza pressioni e vivendo giorno per giorno”.

Soprattutto negli anni passati, ti impegnavi con regolarità anche in pista: in che cosa aiuta, nell’ottica della stagione su strada, allenarsi nei velodromi?

“Sicuramente la pista, come il ciclocross che ho pure praticato, è utilissima per migliorare la gestione della bici in gruppo, per allenare alcune specifiche come la velocità, la resistenza alla forza, l’esplosività. E poi per una come me cambiare specialità o addirittura sport rappresenta un ottimo modo per distrarsi, per mettersi davanti nuovi ostacoli e tentare di superarli, oltre che per non perdersi nella monotonia che spesso caratterizza la preparazione invernale”.

Guardando indietro a tutte le annate passate tra categorie giovanili ed élite, qual è il ricordo più piacevole che hai?

“Ogni periodo e ogni categoria mi ha dato tanto, non credo di riuscire ad individuare un momento migliore degli altri. Sicuramente ricordo con moltissimo affetto e riconoscenza chi mi ha seguito quotidianamente per tanti anni, come il mio DS Luigino Sabatini, una persona fantastica che con la sua passione ha cresciuto tanti atleti molto vincenti. Ricordo tutto e tutti con riconoscenza, anche chi in qualche modo mi ha ostacolato o i periodi per me più difficili, perché mi hanno insegnato molto di più rispetto ai tempi dei sorrisi e delle vittorie“.

Credi che l’assenza di una categoria intermedia tra le juniores e le élite sia più un vantaggio o uno svantaggio per le giovani atlete?

“Credo che il salto sia molto difficile, e dunque bisognerebbe trovare un equilibrio tra il mondo quasi ovattato delle juniores e la realtà che si trova quando si arriva in gruppo con le big. Sono fondamentali persone che sappiano affiancare e sostenere le ragazze in questi momenti. Quando io, da junior al secondo anno, disputai l’Emakumeen Bira in Spagna con la nazionale élite, rimasi veramente traumatizzata perché non riuscivo a rimanere in gruppo, facevo troppa fatica. Tornando a correre con le juniores, in salita mi sembrava di volare e quell’anno vinsi Tricolore e titolo europeo: questo per dire che la differenza è enorme e ci vogliono calma, serenità e soprattutto tanto lavoro per crescere col giusto ritmo. Ci tengo a sottolineare il giusto ritmo: ognuno ha i propri tempi e le proprie esigenze, è sbagliatissimo forzare un’atleta prendendo come metri di paragone le coetanee”.

Tu ed altre atlete, giustamente, state conducendo una serie di battaglie per dare maggiore visibilità al vostro sport e avvicinarsi alla parità col settore maschile: quanto sarebbe importante, ad esempio, avere un Tour de France femminile nello stesso periodo dell’anno di quello maschile?

“Mi sono unita con grande passione all’idea lanciata da Marianne Vos ed Emma Pooley, assieme ad altre atlete come la quattro volte iridata del triathlon Chrissie Wellington, che consiste in questa petizione lanciata su Internet, capace di raccogliere ben 90.000 firme: la grande visibilità di questa iniziativa ci ha permesso di farci finalmente ascoltare dall’UCI e dall’ASO, storicamente piuttosto sorde alle nostre richieste. Avremo un colloquio a Ginevra con queste organizzazioni in breve tempo: credo veramente che il modo più concreto di far esprimere tutte le potenzialità del nostro movimento sia correre in concomitanza con le gare maschili, negli stessi giorni e negli stessi luoghi. Così avremmo la copertura dei media garantita e il pubblico si troverebbe ad assistere a due spettacoli, anziché ad uno solo, un po’ come avviene col nuoto o con l’atletica leggera: in questi sport sarebbe inconcepibile separare le gare maschili da quelle femminili. Perché non dovremmo puntare anche noi ad un modello che funzionerebbe per atleti, organizzatori, sponsor e pubblico?” 

Quanto ti aiuta poter contare anche sul Centro Sportivo Esercito, oltre che sul tuo team?

“Essere entrata a far parte del Centro Sportivo Esercito ha rappresentato una grandissima fortuna ed un grande aiuto: con il sostegno dei corpi militari, gli atleti di sport meno “ricchi” possono allenarsi serenamente senza preoccuparsi dell’instabilità e talvolta poca serietà dei team (non è certo il caso della Cipollini, per fortuna). Sono dunque fondamentali per non essere di peso alla propria famiglia, o per non doversi cercare altri lavori che permettano di mantenersi mentre si insegue il proprio sogno. Un grazie immenso, quindi, lo devo al Centro Sportivo Olimpico di Roma e ai miei colleghi e superiori”!

Oltre a pedalare, però, ti dedichi con profitto anche ai libri: cosa studi e come fai a conciliare le due cose?

“Sto studiando Scienze e Tecnologie Animali. Originariamente il mio sogno era diventare veterinaria, ma essendo sempre in giro per le gare mi risulta impossibile frequentare le lezioni con regolarità; ho dunque optato per questa soluzione, anche perché per una come me è davvero difficile concentrarsi solo sulla bici: sento davvero il bisogno di aprirmi a nuove conoscenze e nuove sfide, di fare nuovi progetti, di non rimanere ripiegata solo su questa piccola parte di realtà che è il mio sport. Certo, studiare è difficile mentre ci si allena intensamente e ancora di più in periodo di gare, ma cerco di fare del mio meglio, senza pressioni e stress, non tanto per avere un titolo, quanto proprio per me stessa”.

Per una ragazza di 23 anni, quanto pesa la vita da atleta? Ci sono rinunce particolari che devi fare?

“Confucio ha detto: “Scegli il lavoro che ami e non lavorerai neppure un giorno in tutta la tua vita”. Sento che al momento sto facendo ciò che vorrei fare, dunque non è un peso. Certo, va a momenti: in certi periodi è davvero difficile pedalare quando la bici sembra avere le ruote a terra e il freno incollato al cerchio della ruota, o quando senti il bisogno di rilassarti con famiglia e amici e invece sei sballottata da un continente all’altro per le gare. Ma credo che ci siano cose molto peggiori. Un minimo di predisposizione ci vuole, chiaramente: a me è sempre piaciuto tanto spostarmi per conoscere luoghi e persone nuove, dunque non sento la mancanza di casa e degli affetti. E poi, quando stai bene con la bici e con le persone che ti circondano, non c’è motivo per non amare questa vita“.

foto di Fotografie Hommersom

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