Un anno fa, Londra 2012: lacrime e ingiustizia! Ferrari quarta

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Un anno fa, il 7 agosto 2012, si disputava l’ultima giornata di gare per la ginnastica artistica alle Olimpiadi di Londra. All’Arena della capitale britannica erano previste quattro finali di specialità.

Al corpo libero la nostra Vanessa Ferrari era in lotta per le medaglie, ma successe l’imprevedibile. Voglio ripercorrere quella giornata riproponendovi l’articolo che scrissi proprio 365 giorni fa…

 

Perché si deve togliere la medaglia a una ragazza che arriva a pari merito con un’altra? Perché, se esistono un punteggio d’ingresso e uno d’esecuzione, quest’ultimo deve essere la discriminante per spezzare un pari merito tra de ragazze?

Se una ginnasta ha dichiarato valori più alti prima dell’esercizio un motivo ci sarà. Non conta niente uno Tsukhara avvitato in prima diagonale, prima italiana a svolgerlo nella storia e unica atleta ad esibirlo in questa finale insieme alla Raisman (poi meritata trionfatrice davanti alla Ponor)?

Non vale niente aver inventato un proprio movimento e svolgerlo perfettamente a tre quarti dell’esercizio (Strug ad anello del valore di 0.40)?

Il regolamento stupido che non consente il parimerito con lo scopo di assegnare solo tre medaglie (valido esclusivamente alle Olimpiadi) stronca le gambe al ritorno definitivo di Vanessa Ferrari. La nostra capitana. La ginnasta più grande che il nostro Paese abbia mai avuto.

La bresciana cercava in questi Giochi quell’alloro che avrebbe completato una bacheca incredibile, in cui brilla più che mai l’oro nel concorso generale ai Campionati del Mondo 2006: prima e unica italiana nella storia a riuscire nell’impresa.

Voleva realizzare un sogno, desiderava quella medaglia che mai una donna dell’artistica italiana è riuscita a portare in Patria (se si esclude l’ingiallito argento a squadre di Amsterdam 1928).

 

La 22enne era sbarcata a Londra rigenerata, motivata, finalmente libera di mente, sgombra da cattivi pensieri. Entra nell’arena in perfette condizioni fisiche, dopo i dannati guai al piede e a quella maledetta tallonite che a Pechino ne avevano bloccato l’apoteosi. Sei anni dopo l’indimenticabile mondiale di Aarhus, la nostra capitana era finalmente riuscita a risalire su quei livelli. I suoi livelli. Quelli da vera campionessa. Ci arrivava da vecchietta come ha ripetuto più volte. In più di un lustro la ginnastica cambia, si evolve, mutano i codici, arrivano le nuove leva. Affamate come lo era lei a sedici anni.

Vany, però, lo era anche oggi, pronta a mangiarsi il suo amato tappetone, quel quadrato 12×12 che le ha regalato tante gioie. La grinta, la rabbia la voglia è sempre la solita.

Parte da un altissimo 6.2. Una bellissima performance sulle note de L’ultimo dei mohicani, composta da Trevor Jones e scelta personalmente dalla bresciana dopo che per anni aveva mantenuto il Nessun dorma di Puccini che le aveva consegnato l’iride in Danimarca.

 

Tsukara avvitato, dicevamo. In prima diagonale, a freddo. Ben eseguito con grande potenza e un piccolissimo saltettino in avanti. Tsukara con salto indietro combinato senza nessuna pausa. Poi un enjambe cambio, un avvitamento e mezzo con delle parti coreografiche di livello. Serie ginnica con un Gogean e poi il Ferrari (sì, lei sarà per sempre nel codice dei punteggi col suo nome). In ultima diagonale rondata, flick, avvitamento ma non combina l’ultimo salto che le avrebbe regalato un decimo in più. Non se l’è sentita. Credeva che potesse bastare così. La statunitense Aly Raisman era scappata via con 15.600 (mezzora prima aveva soffiato il bronzo alla Ponor nella finale alla trave dopo aver esposto un ricorso…).

 

A quel punto la Ferrari si giocava sicuramente l’argento con Catalina Ponor. Un monumento della ginnastica mondiale, la rumena che fu reginetta ad Atene con ben tre ori. 15.200 (con alcune imperfezioni per delle gambe larghe in alcuni frangenti) per la venticinquenne che si era ritirata nel 2007 salvo ripensarci e tornare dopo Pechino.

La Ferrari si ferma a 14.900, lo stesso risultato della qualifica (un decimo perso durante la prima diagonale, un altro nella terza, più il decimo per la mancata combinazione nell’ultima). Beh, potrebbe comunque bastare. Se non arrivasse Aliya Mustafina.

L’esercizio della russa, campionessa mondiale 2010, è tutt’altro che perfetto, senza grandi evoluzioni come invece aveva fatto l’azzurra; ha uno stile molto curato nelle fasi artistiche, un buon balletto ma finisce lì. Non per i giudici che le regalano (ingiustamente) un 14.900 e la quarta medaglia di questa rassegna.

 

Stesso punteggio di Vanessa. Ma la storia è risaputa: a pari punti non si va in due in podio. Si considera la miglior esecuzione: la russa prende 9, l’italiana 8.7. Amaro in bocca. Una grande beffa. Che non può non far piangere la nostra Campionessa, delusa da una doppia ingiustizia: la stupidità di un regolamento che va assolutamente riscritto, l’errata valutazione dei giudici che hanno sopravvalutato miss Mustafina.

Niente da fare. La caduta della grande Izbasa, ultima a scendere in campo, fa mangiare ancora di più le mani. L’azzurra poi, con occhi lucidi, dichiarerà: “Io ho fatto un esercizio buono. Lei altrettanto. Meritavo il punteggio della seconda. Ma evidentemente l’Italia in questo sport è poco considerata“.

Salvo poi addirittura minacciare il ritiro dall’attività agonistica… Speriamo che l’estate, accanto al suo Andrea Cingolani, porti consiglio…

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