Italia-Brasile, un salto nella leggenda

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Stasera non ci saranno in palio né titoli, né medaglie: semplicemente, la prima posizione nel girone di Confederations Cup, un torneo che certo non entusiasma quanto i Campionati del Mondo. Tuttavia, Italia-Brasile è un grande classico del calcio e ogni volta che queste due squadre si incontrano lo spettacolo è garantito.

Intendiamoci: storicamente, lo spettacolo è appannaggio dei brasiliani. L’Italia ha sempre saputo reagire al futbol-samba dei verdeoro con l’organizzazione, con la difesa, con le ripartenze: con il catenaccio, appunto, da sempre simbolo, talvolta disprezzato, del nostro modo di giocare a pallone. Non si spiegherebbero altrimenti alcuni imprevedibili successi dei nostri azzurri: quasi sempre, infatti, la bilancia della differenza tecnica tra le due nazionali pendeva nitidamente verso i pentacampioni del mondo.

Estate 1938, semifinale degli ultimi Mondiali anteguerra: alcuni dirigenti brasiliani consigliano a Vittorio Pozzo, immortale CT azzurro, di prenotare i biglietti del treno per Bordeaux, dove si sarebbe disputata la finale del terzo posto. E allora Pozzo, tenente degli Alpini che portava i suoi giocatori in ritiri impervi lontani da ogni comfort, fa leva sull’orgoglio dei suoi. Il Brasile domina il primo tempo, ma non sfonda, anche perché gatto Olivieri in porta è un muro insuperabile. Il triestino Gino Colaussi porta in vantaggio l’Italia dopo pochi minuti della ripresa; i brasiliani, colpiti al cuore, reagiscono trasformandosi da danzatori del pallone in picchiatori, facendo falli su falli. Uno di questi, allo scoccare dell’ora di gioco, è in piena area di rigore: Giuseppe Meazza lo trasforma tenendo per mano i propri pantaloncini, perché durante la rincorsa si rompe l’elastico. Inutile nel finale la prodezza di Romeu: l’Italia va a Parigi, dove piega l’Ungheria per conquistare la seconda Coppa Rimet consecutiva.

C’è poi la sconfitta del 1970, che a suo modo ha fatto epoca, perché una finale mondiale che termina 4-1 è qualcosa di molto raro: gli azzurri sono svuotati di energie dalla celeberrima semifinale con la Germania Ovest e, dopo il momentaneo pareggio di Boninsegna, non reggono contro Pelé, Gerson, Rivelino e gli altri fuoriclasse della squadra di Mario Zagallo.

Passano poi altri dodici anni per fare un altro salto nella leggenda. Forse è l’impresa più bella: il match del Mundial di Spagna 1982. Quello iniziato con i tre pareggi nel girone e i fischi del pubblico, quello concluso con il successo finale sulla Germania Ovest, nostra vittima sacrificale. La formula è particolare: superato il primo raggruppamento, gli azzurri sono inseriti con Argentina e Brasile. Per approdare in semifinale, dopo aver piegato l’albiceleste, i ragazzi di Enzo Bearzot devono necessariamente sconfiggere la Seleção per via della differenza reti. In questa sfida risorge Paolo Rossi, il bomber fino ad allora nel mirino della stampa e dei tifosi: prima segna di testa l’1-0, poi il 2-1 approfittando di uno svarione avversario, infine il definitivo 3-2 da vero opportunista. In difesa non passa più nulla: Giuseppe Bergomi, lanciato nella mischia con i suoi 18 anni, si comporta come un veterano; Dino Zoff, all’ultimo secondo, ferma sulla linea bianca l’incornata di Oscar. Italia in semifinale, poi Italia campione del mondo.

Nuovamente un salto di 12 anni per l’ultima sfida che raccontiamo oggi. Il caldo di Pasadena, la west coast americana, per la finale di USA 1994: un’Italia balbettante e zoppicante, ben messa in campo da Arrigo Sacchi, è giunta all’ultimo atto senza mai convincere pienamente. Franco Baresi rientra a tempo di record al centro della retroguardia, 25 giorni dopo un’operazione al menisco, e gioca un match semplicemente impeccabile, fermando Romario e Bebeto. 120 minuti passano così, i rigori sono inevitabili. Proprio Baresi, proprio il simbolo di quella squadra, calcia alto il primo tiro dal dischetto e scoppia in lacrime abbracciato dall’allenatore. A nulla serve la prodezza di Pagliuca, che dice di no a Marcio Santos; poco più tardi, Daniele Massaro si fa ipnotizzare da Taffarel e infine Roberto Baggio, l’altro eroe di quell’armata azzurra, spara anch’egli alto. Quarto titolo per il Brasile, in un’altra sfida dal sapore amaro ma indimenticabile.

foto tratta da it.paperblog.com

marco.regazzoni@olimpiazzurra.com

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