‘Cogito, ergo sport’: Di Canio e Fernández Anaya, il Fair Play vince (con) la sconfitta

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Nessun combattente è più divino di colui che è in grado di vincere con la sconfitta.
(Hans Urs von Balthasar)

Vincere è difficile, scegliere di perdere è quasi impossibile. Tuttavia, se vincere è ammirevole, decidere di perdere per una buona causa, per un senso di giustizia etica, diventa, appunto, divino.
In una società e in un tempo in cui solo i furbi sembrano farsi strada mentre i leali vengono tacciati di debolezza se non di idiozia, c’è ancora qualcuno che, senza falsi moralismi, sceglie l’azione “giusta”, l’azione fatta in virtù di un dovere morale che il buon vecchio Kant chiamava imperativo categorico.

Fernández Anaya e Mutai

Si chiama Iván Fernández Anaya il corridore basco che il 2 dicembre scorso scelse di non sfruttare l’errore di valutazione dell’avversario, il keniota Abel Mutai, bronzo nella 3000 metri siepi alle Olimpiadi di Londra, il quale, dopo aver dominato l’intera gara campestre di Burlada, era convinto di aver oltrepassato il traguardo, posto invece ad una decina di metri di distanza. Fernández Anaya, dalla seconda posizione, avrebbe potuto superare Mutai a pochi passi dall’arrivo, guadagnando una medaglia che, ai propri occhi, sarebbe forse risultata meno preziosa poiché illegittima, poiché non del tutto meritata. Sarà stato per questo che lo spagnolo ha deciso di rallentare il passo, indicando al suo avversario la linea del traguardo e facendo in modo che fosse l’altro a superarla per primo. Un Argento, quello di Fernández Anaya, con un valore di gran lunga superiore all’Oro che avrebbe potuto vincere se solo avesse chiuso gli occhi, scegliendo la strada più ovvia, più allettante, la strada di sicuro più semplice.

È sempre un dicembre, stavolta quello del nuovo millennio, e stavolta è il Goodison Park lo scenario di un gesto a cui solo occasionalmente capita di assistere. Il protagonista è Paolo Di Canio, un giocatore che difficilmente può essere definito un santo, tanto da essersi guadagnato l’opposto appellativo di diavolo per quel suo carattere impulsivo, sempre in ballo tra risse, espulsioni e saluti romani, ma al quale non manca il merito di essersi guadagnato il premio Fair Play 2001.

Paolo Di Cani

Al 90′ minuto di una partita ferma all’uno pari, quando Di Canio giocava ancora con la maglia britannica numero 10 del West Ham, proprio a lui viene data l’opportunità di segnare il goal della vittoria. Solo, davanti alla porta avversaria, appena servito dal cross del compagno di squadra, pare non pensarci due volte: corre incontro alla palla e l’afferra con le mani perché approfittare di un portiere avversario accasciatosi a terra, forse per un cedimento del ginocchio, è decisamente scorretto. Per alcuni quel goal avrebbe significato la vittoria; per Di Canio sarebbe stato una viltà. Gli applausi che seguirono, le onoreficenze, gli encomi della Fifa, raggiunsero l’attaccante solo più tardi, quel che conta è stata la scelta di un attimo, la decisione del giusto, non del conveniente.

Fatti come questi risultano insoliti, alternativi, lodevoli sia per la loro rarità che per il proprio valore in sé. Questa singolarità è alla base della distinzione tra comando e consiglio in S.Ambrogio, tra doveri perfetti e imperfetti nei giusnaturalisti, tra doveri di diritto e doveri di virtù in Kant, perché “ciò che è buono non deve essere evitato; ciò che è meglio deve essere scelto”. Supererogatori li chiamano quegli atti che vanno al di là del mero dovere, quegli atti in grado di colpire, incuriosire, affascinare.

Lo sport, come ogni grande arte, è uno spettacolo che deve saper divertire, saper distrarre, saper stupire, perciò, come scrive Mark Twain, “agite secondo giustizia. Sorprenderete alcuni, stupirete tutti gli altri”.

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