L’Italia post-Tonga: una squadra spezzata in due

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Le previsioni della vigilia prospettavano una partita dura per l’Italia del rugby, certo, ma che alla fine avrebbe visto una comoda vittoria azzurra. La vittoria è arrivata, ma ‘comoda’ non è l’aggettivo più appropriato – per usare un eufemismo – per descrivere il match del Rigamonti.

Concedere 23 punti a Tonga equivale a prenderne almeno (!) il triplo dagli All Blacks, il prossimo sabato all’Olimpico di Roma. E già questo è un significativo campanello d’allarme. Brunel dovrà far cambiare necessariamente registro alla propria squadra, se non si vuole andare incontro ad un’onda nera catastrofica. Pertanto, il primo tempo contemplato sabato pomeriggio è da dimenticare alla svelta. Un atteggiamento talmente svagato non si vedeva da tempo, per di più accompagnato da una notevole indisciplina e da numerosi placcaggi sbagliati.

Se non altro, si è vista una nazionale capace di vincere anche giocando non bene, il che è un’assoluta novità. Era una partita da vincere e l’obiettivo è stato centrato in pieno, più con il cuore e la grinta messi in mostra nella ripresa che con il bel gioco. Le occasioni avute sono state sfruttate egregiamente, anche se è mancato il cinismo e la cattiveria giusta per congelare definitivamente la partita, ma forse sarebbe stato fin troppo. E le note positive finirebbero qui, se non fosse per la solita, strepitosa partita degli ‘avanti’ azzurri. Eccezion fatta per una seconda linea impalpabile, da Lo Cicero a Parisse tutti hanno trascinato la squadra azzurra nelle fasi cosiddette statiche del gioco, a partire dalla mischia, evidenziando come queste siano decisamente imprescindibili per l’Italia.

Lo avrà notato anche Brunel, che un anno fa, al suo insediamento sulla panchina azzurra, aveva parlato di rugby latino: più qualità e meno mischia-dipendenti. Il primo tempo di Brescia, però – ma anche alcune azioni della ripresa -, potrebbe aver causato una sorta di involuzione nelle idee del ct d’Oltralpe. Ma per il momento, di latino ci sono solo le origini del nostro coach. Giocare al largo, chiamando in causa i nostri trequarti, è praticamente un’utopia; i ricicli e gli offload puliti si possono contare sulle punte delle dita. Il motivo è da ricercare, ancora una volta, nel basso livello dei nostri uomini a ridosso della mischia. Anche contro i tongani, gli enormi difetti tecnico-tattici dei nostri 3/4 sono venuti a galla, lasciando poco spazio a recriminazioni di sorta. L’Italia non ha un uomo in grado di sfondare la linea di placcaggio avversaria e forse nemmeno un’ala degna di questo nome; per non parlare degli ormai noti problemi di handling. In difesa, poi, Tonga ha sfruttato a pieno il suo strapotere fisico mettendo in seria difficoltà – più di quanto non lo siano già – la nostra linea arretrata, peraltro troppo molle nei placcaggi.

Non si può che definire spezzata una squadra del genere; ad altri livelli, tra avanti e trequarti la differenza è ridotta davvero al lumicino. E un’evoluzione, in questo senso, sembra ancora tardare ad arrivare. Il rugby latino, dunque, può assolutamente mettersi in coda. L’unica soluzione, ora, è affidarsi alla nostra mischia, ai nostri uomini di peso (in tutti i sensi); l’unica strada da seguire per cercare di far bene sabato all’Olimpico, contro gli All Blacks.

 

Nella foto, Alessandro Zanni: repubblica.it

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