Elia Viviani si racconta in esclusiva: “Al Mondiale mancò esperienza. Ora voglio Londra”

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Una stagione trionfale alle spalle e tanta voglia di migliorarsi e fare bene. Questo è Elia Viviani. Una carriera divisa tra strada e pista, un lavoro che sta iniziando a dare i suoi frutti. Oramai tra i big del movimento ciclistico nostrano, il ventiduenne veronese è alla ricerca dell’affermazione in campo internazionale. E quale occasione migliore delle Olimpiadi? I Giochi a Cinque Cerchi sono un obiettivo chiave del 2012 per l’alfiere Liquigas Cannondale, anche se il ciclista veronese punterà ad ottenere risultati di spicco anche su strada.

 

Elia, partiamo dalla scorsa stagione. Un inizio coronato dalla medaglia d’argento nello scratch ai Mondiali su pista di Apeldoorn. Eri soddisfatto del risultato ottenuto?

“La stagione 2011 è cominciata nel migliore dei modi a Donoratico, quando è arrivato la prima vittoria al Gran premio Costa degli Etruschi. E’ continuata con la vittoria a Mumbai in India, proseguendo poi per Manchester e la medaglia di bronzo nell’omnium in Coppa del Mondo. Infine al Mondiale di Apeldorn  è arrivata una medaglia d’argento. All’inizio sapeva di sconfitta, ma quando ho analizzato a mente fredda il risultato è diventata una soddisfazione: certo, essere così vicino alla maglia iridata ti fa pensare a quella, ma va bene così, ci riproverò! Questa medaglia comunque mi ha dato la consapevolezza di essere maturo e competitivo con i migliori pistard endurance del mondo”.

 

Il periodo migliore, comunque , è stato in estate. Hai conquistato ben 2 medaglie d’oro agli Europei U23 su pista. Cosa significano per te queste due vittorie?

“Sì, dopo un periodo (Aprile e Maggio) di recupero ho ripreparato bene il ritorno alle gare, con un programma mirato alla pista che mi ha portato a questi due ori europei nella corsa a punti, un titolo che mi mancava dopo averlo vinto da junior e nell’omnium. E’ stato un bel banco di prova nel mio percorso verso l’Olimpiade e che comunque mi ha dato delle conferme sul fatto che stessi lavorando nel verso  giusto”.

 

In Agosto, invece, hai quasi dominato su strada. Nella trasferta americana hai raccolto due successi e tante conferme. Ti aspettavi di andare così forte?

“Successivamente al periodo di rientro dagli Europei su pista, mi sono concentrato sulla strada, con un obiettivo: meritarmi una maglia azzurra da titolare al Mondiale. Come percorso alternativo alla Vuelta la squadra mi ha schierato in America per un mese, prima al Tour of Utah e poi in Colorado. In quel periodo sono dimagrito, sono migliorato in salita e la condizione fisica era in continuo crescendo, tanto da togliermi delle soddisfazioni a fine giro, vincendo due tappe e giungendo secondo dietro Oss nell’ultima tappa. Tornato dall’America, la condizione era al top grazie all’altura e alle motivazioni che avevo, così sono andato veramente forte anche al giro di Padania, nel quale mi sono guadagnato ufficialmente la maglia azzurra. Questo periodo di forma così alta non me lo aspettavo proprio perché genericamente sono un regolarista. Ora sarà da capire come ripeterlo per preparare i grandi appuntamenti, (non me lo aspettavo ma sapevo di aver lavorato sodo e di aver fatto le cose nel migliore dei modi)”.

 

L’ultima tappa del Giro del Colorado l’hai lasciata a Daniel Oss, il tuo apripista. Qual è il vostro rapporto e quanto è importante per te?

“Daniel prima di tutto è un amico poi è un compagno di squadra e dopo ancora è un apripista eccezionale. Nel finale di stagione entrambi avevamo lo stesso obiettivo, quello di andare al Mondiale, e abbiamo seguito lo stesso calendario. Questo ci ha portato ad affinare la nostra intesa e di conseguenza a vincere quelle gare , due volte io e l’ultima lui che ha fatto un gran numero. Io non ho lasciato niente a nessuno, ho solo dato a un compagno che era in gran condizione l’opportunità che meritava dopo un mese di sacrifici. E ci è andata bene, è uscita una bella doppietta”.

 

Hai partecipato ad un discusso Giro di Padania. Qual è la posizione di voi ciclisti rispetto alle contestazioni che ci sono state?

“Ho partecipato al Giro di Padania e in quella settimana tra l’altro stavo attraversando un periodo di forma strepitoso, quindi di questa corsa ricordo le soddisfazioni, la vittoria di tappa, il giorno da leader della generale e la vittoria finale di Ivan Basso, mio compagno di squadra. Per quando riguarda le contestazioni direi che erano prevedibile dal momento in cui si è deciso di denominare così la corsa, quello che secondo me non hanno capito i contestatori (non informati sul nostro sport) è che noi non eravamo il per pubblicizzare la Padania, ma solo per  fare quello per cui siamo pagati dai nostri team privati e quindi per lavorare. Sicuramente va dato atto a chi ha organizzato di aver azzeccato il periodo giusto e il tipo di gara adeguato”.

 

Dal punto di vista sportivo, invece, grandi duelli con Sacha Modolo e Andrea Guardini. Potete essere voi tre gli esponenti di una nuova generazione di ragazzi giovani in grado di riportare l’Italia ai vertici mondiali nelle volate?

“Sicuramente è in atto un cambio generazionale non solo in Italia ma proprio nel ciclismo. Quest’anno sia io che Guardini e Modolo abbiamo vinto tanto, ma anche Ulissi, Malori, Appollonio, Nizzolo e Pelucchi hanno fatto la voce grossa. Un bel gruppo di giovani, che deve dimostrare ancora tanto ma che è sulla buona strada: mi auguro di riuscire a raggiungere ogni più rosea aspettativa”. 

 

Hai vissuto il tuo primo Mondiale su strada. Emozionante?

“Il  Campionato del Mondo su strada per me è stata un gran obiettivo raggiunto. L’avevo tra i miei pensieri già a inizio anno e ci ho creduto: il periodo di forma e i risultati hanno fatto il resto. Ho trascorso una settimana emozionante in Danimarca, cercando di viverla al 100% in tutto e per tutto, dalle interviste, agli allenamenti , alle riunioni, alle critiche post mondiale. E’ stato tutto costruttivo, nel bene e nel male; ho capito quanto sia importante la maglia azzurra e rappresentare l’Italia”

 

C’è stata un po’ di confusione, credo, nella volata. Ci potresti raccontare qualcosina di come l’hai vissuta te?

“Il Mondiale è una corsa di un giorno dove tutto può succedere, noi eravamo stati perfetti fino a 3km dall’arrivo. Eravamo tutti li pronti a giocarci il mondiale con Bennati quando, vuoi per inesperienza, vuoi per titubanza o per chissà quale motivo, non abbiamo preso la testa del gruppo e siamo rimasti chiusi. In questo modo ci siamo disfatti, uno da una parte tre dall’altra, abbiamo sbagliato, abbiamo deluso e ce ne assumiamo tutti le nostre responsabilità: sbagliando s’impara, no? Non si può sempre vincere”.

 

In ogni caso, sei rimasto soddisfatto dell’esperienza?

“Sì, il Mondiale su strada è stata un’esperienza che mi resterà dentro e che mi ha insegnato tanto. Spero davvero di correrne tanti altri”.

 

La prossima stagione ci aspettiamo magari di vederti protagonista in una corsa a tappe di 3 settimane, magari il Giro d’Italia. Pensi potrebbe essere l’anno buono per il debutto su questi palcoscenici?

“Io penso che dopo due anni da professionista ci possa essere la possibilità  di prendere parte a un grande Giro, quale dei tre non saprei, ma mi auguro che sia l’anno giusto”.

 

Naturalmente l’obiettivo per te, pistard, è fissato per Londra 2012, dove andrai a caccia di una medaglia nell’omnium. Hai già un programma di avvicinamento per arrivare alla competizione nelle migliori condizioni possibili?

“L’obiettivo del 2012  è sicuramente  l’Olimpiade, quindi tutto girerà attorno a quei due giorni di gara. Ovviamente in parallelo ci saranno dei grandi appuntamenti su strada ed anche altri due su pista: la quarta prova di Coppa del Mondo proprio a Londra sul velodromo olimpico e il Mondiale, che però è una trasferta scomoda a Melbourne, in Australia; per quanto riguarda la strada, esordirò al Tour de Saint Louis, in Argentina, dal 23 al 29 Gennaio”

 

In un settore specializzato come il ciclismo su pista è importane anche lo sviluppo dei materiali: come curi questo aspetto della competizione?

“Lo sviluppo dei materiale è diventato fondamentale, infatti è un settore che sto seguendo personalmente e curando nei minimi particolari, dai caschi ai body, copri scarpe, ruote, telai, tubolari:  devo dire che siamo a un buon punto. Ci sono le ultime cose da sistemare, ma per Londra tutto sarà a posto”.

 

In questo momento di pausa dalle competizioni come ti stai allenando?

“Quest’anno mi sono concesso un mese di assoluto stacco da qualsiasi tipo di sport per recuperare dopo una stagione così lunga e intensa, approfittandone per seguire lo sviluppo dei materiali e relazioni con gli sponsor tecnici, ma già dal 6 dicembre ho ripreso a lavorare con intensità, alternando come sempre strada e pista”.

 

Preferisci allenarti da solo a casa o con i compagni in ritiro?

“Anche quando sono a casa, per fortuna siamo un bel gruppo di professionisti qui a Verona, quindi preferisco sempre l’allenamento in compagnia, in ritiro ci vado volentieri ed è importantissimo per fare gruppo con i compagni, ma se capita, e soprattutto durante la stagione capita spesso, di dover uscire da solo, non mi spavento: i-pod alle orecchie e si parte”.

 

Come hai iniziato a praticare ciclismo a livello agonistico?

“Ho cominciato nel 1998, a  9 anni, per caso e seguendo un compagno di classe: da lì mi sono innamorato di questo sport. Invece ho capito solo da dilettante che questo sarebbe potuto diventare il mio mestiere”.

 

Quali sono le principali differenze, dal punto di vista emotivo, tra gareggiare su pista e gareggiare su strada?

“Le gare in pista sono di durata minore e per questo forse più spettacolari e ti trasmettono adrenalina pura, non ti permettono errori, quindi richiedono massima concentrazione. Quelle su strada sono molto più “fisiche”, si accendono nei finali dopo centinaia di chilometri. Per me la pista è divertimento, la strada il futuro, il successo, la popolarità”.

 

Al di fuori delle competizioni e degli allenamenti, coltivi qualche interesse particolare?

“Uno sport che seguo e pratico volentieri è il tennis, per il resto sono appassionato di motori, soprattutto dei rally (ma non ne ho mai corso uno). Mi piace andare al cinema e adoro stare in famiglia”.

 

Immagino che anche tu da piccolo abbia avuto un idolo. Chi era? Ti ricordi la prima volta che ti ha colpito?

“Io ho cominciato a correre in bici nel 1998. Marco Pantani mi ha fatto innamorare del ciclismo con la doppietta Giro-Tour. Poi qualche anno dopo , per capire cos’era il ciclismo, mi ha colpito la perfezione, il lavoro di squadra e la potenza del Mondiale vinto a Zolder da Cipollini”.

 

foto tratta da eliaviviani.com

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