Coppi e Bartali, i “rivali” malapartiani

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E tramonta questo giorno in arancione e si gonfia di ricordi che non sai, mi piace restar qui sullo stradone impolverato, se tu vuoi andare, vai…e vai che il sto qui e aspetto Bartali scalpitando sui miei sandali da quella curva spunterà quel naso triste da italiano allegro tra i francesi che si incazzano e i giornali che svolazzano…”. L’avrete sicuramente riconosciuto. È il grande musicista Paolo Conte in Gino Bartali, uno dei capolavori del jazzista piemontese. E l’artista astigiano non è stato il solo a voler celebrare in note e versi una delle leggende del ciclismo italiano, l’impareggiabile Gino Bartali. Ma dopo aver udito il nome del “Ginettaccio” nazionale, l’istinto ci fa subito sussurrare quello del suo sempiterno avversario, il piemontese Fausto Coppi. Coppi e Bartali, Bartali e Coppi. Impossibile pensare a entrambi come monadi apparse nella storia del ciclismo. Qualunque impresa uno dei due facesse era indissolubilmente legata all’altro. Una rivalità eterna. Ed è proprio la loro “contrapposizione” che ha dato spunto al grande intellettuale Curzio Malaparte di scrivere, nel lontano 1949, Le deux visages d’Italie: Coppi et Bartali, tradotto e riproposto alcuni anni fa con il titolo Coppi e Bartali (Adelphi, 2009) e arricchito da una nota del popolare giornalista Gianni Mura.

Coppi e Bartali è innanzitutto un’enorme dichiarazione d’amore per il ciclismo da parte del grande scrittore toscano, un’inclinazione nata nell’assistere a una corsa ciclistica d’inizio secolo quando, ancora bambino, nell’incitare i suoi campioni preferiti, il piccolo Malaparte si vide “scippato” del suo cappello di paglia dal leggendario “Diavolo Rosso” Giovanni Gerbi: “Quello fu il mio primo contributo personale al progresso del ciclismo. Avevo appena otto anni e, insieme al cappello, avevo già perso anche il senno, come tutti quelli della mia generazione”. Certo, scorrendo le pagine del libro, Malaparte non nasconde la sua personale affinità elettiva con il campione toscano: “Amo molto Bartali. Non solo perché siamo nati tutti e due nella patria di Dante Alighieri, di Petrarca, di Michelangelo, di Botticelli, ma soprattutto perché amo i campioni del ciclismo”.

Ma, simpatie a parte, il ciclismo è sempre stata una componente fondamentale nella vita di Malaparte, tanto importante quasi quanto una moglie che ti aspetta sull’uscio di casa. E per i campioni delle due ruote, Malaparte avverte una fascinazione particolare specie quando scrive della loro predestinazione al successo. Così è per Gino Bartali, fedele cattolico toscano, e così è per Fausto Coppi, lucido cartesiano piemontese. È così per l’uno, figlio della fede, ed è così per l’altro, rappresentante del libero pensiero. Ma entrambi accomunati dal sentire le “voci” del loro destino da campioni e dall’essere genuini figli del popolo, Bartali appartenente alla classe contadina e Coppi legato al ceto operaio. E seppur Malaparte evidenzi continuamente le differenze di carattere filosofico e religioso (“Bartali crede nell’aldilà, al paradiso […] Coppi è un razionalista, un cartesiano”, “Gino è un ispirato, Fausto uno scettico”), in realtà, lo scrittore pratese tratteggia la reale appartenenza di entrambi a un’Italia che si divide sportivamente ma che si unisce umanamente, quasi un Peppone e Don Camillo in salsa ciclistica.

E mentre Malaparte, da un lato, cerca di insistere sulla differenza generazionale, (“Bartali è il campione di un mondo già scomparso, il sopravvissuto di una civiltà che la guerra ha ucciso: rappresenta quel romanticismo inquieto e inquietante che ha raggiunto l’apice fra le due guerre [mentre] Coppi è il campione del nuovo mondo partorito dalla guerra e dalla liberazione: rappresenta lo spirito razionale […] lo scetticismo della nuova Europa”), dall’altro, sfata lui stesso le leggende su una loro presunta rivalità a colpi di pedale in quanto la loro “contrapposizione” è solo sportiva perché, come dice lo stesso Malaparte, “Gino e Fausto sono due bravi ragazzi, pieni di lealtà e di buonsenso” e anche politicamente, come ci ricorda Gianni Mura nella sua nota al libro, Coppi e Bartali sono sullo stessa linea d’onda: né di destra (Bartali era profondamente cattolico e, come tale, lontano dal regime di Mussolini) e né di sinistra (Coppi declinerà gentilmente un mazzo di garofani rossi donati da alcuni comunisti dedicati al “compagno Fausto”) ma bensì legati a un centro moderato che ha incarnato per cinquant’anni la politica italiana tanto che entrambi firmeranno un appello comune per la DC in vista delle elezioni del 1948.

In ultima analisi, le pagine di Malaparte ci raccontano di un’Italia che ormai non c’è più. Un’Italia contadina e rurale, una nazione capace di dare al ciclismo due tra i suoi più immortali campioni; le due facce di una stessa medaglia, quell’Italia strapaesana e campanilistica che conosceva il valore del sudore e della fatica sui pedali ed era pronta al riconoscimento del valore dell’”altro”, così come Coppi e Bartali hanno sempre dimostrato sulle polverose strade di mezza Europa.

Di Simone Morichini

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