Boxe, una palude di confusione ed improvvisazione. Verso la morte del dilettantismo?

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La proposta dell’Aiba di consentire ai professionisti di partecipare alle prossime Olimpiadi di Rio 2016 ha provocato un vero terremoto nel mondo della boxe. Cerchiamo di fare chiarezza.

La Federazione internazionale, da tempo, aveva dato il via a delle riforme riguardati il pugilato a cinque cerchi. Nello scorso quadriennio erano nate le World Series of Boxing (WSB), una competizione a squadre che ha rappresentato una novità assoluta nel mondo della nobile arte e nella quale i pugili possono venire considerati in sostanza come dei semi-professionisti. Un ibrido tra il dilettantismo puro e la realtà dei ‘pro’ tradizionale (WBC, WBA, WBO, IBF). Arriviamo ad una prima contraddizione: i pugili WSB, seppur, come detto, semi-professionisti, possono comunque continuare a combattere anche nelle competizioni AOB, ovvero quelle riservate ai dilettanti. Pensiamo ad esempio a Clemente Russo, campione del mondo individuale WSB nel 2011 e poi medaglia d’oro nella rassegna iridata AOB nel 2013.

Successivamente, nell’anno 2014, ecco una nuova svolta da parte del vulcano di idee Wu Ching-Kuo, presidente della Federazione internazionale: l’Aiba crea una propria sigla professionistica, l’APB (Aiba Pro Boxing)! Un circuito dove gli atleti combattono dalle cinque riprese in su, fino arrivare alle dodici della finalissima. Perché una scelta del genere? Semplice: le Olimpiadi di Rio 2016 saranno aperte anche ai pugili APB. Di certo, per l’appassionato medio, risulterà molto arduo capire quale sarà il vero campione del mondo di boxe professionistica: APB, WBC, WBA, etc…L’impressione è che la nuova sigla non abbia fatto altro che generare ancora maggiori fraintendimenti.

Nei piani iniziali dell’Aiba, dunque, ai prossimi Giochi Olimpici avrebbero dovuto incrociarsi dilettanti puri (AOB), semiprofessionisti (WSB) e professionisti (APB). Un vero e proprio calderone, indice di una confusione dilagante.

In un quadro di incomprensibile improvvisazione, ecco l’ultima trovata: aprire le Olimpiadi anche ai professionisti ‘veri’, ovvero quelli sin qui conosciuti come tali perché appartenenti alle cosiddette ‘sigle storiche’. Il tutto a soli cinque mesi dal grande appuntamento brasiliano! In uno stato di programmazione assente, la sensazione è che l’Aiba stia davvero procedendo a tentativi per ridare lustro ad uno sport che non riesce a rialzarsi dopo l’inesorabile declino dell’ultimo ventennio.

Un mutamento delle regole in corsa ed a così poche settimane dai Giochi non fa altro che diminuire ulteriormente la credibilità della boxe. Qualora fenomeni come Manny Pacquiao o Wladimir Klitschko decidano di tentare la strada del pass olimpico, potranno partecipare ad un torneo di qualificazione ad inizio luglio (la data non è ancora definita!) che inizialmente era riservato ai soli pugili WSB e APB.

Il ct dell’Italia, Raffaele Bergamasco, è convinto che “i professionisti non avranno il tempo di allenarsi e tornare in due mesi ai 3 round, penso che subiranno delle vere e proprie punizioni dai dilettanti di oggi, anzi ne sono sicuro. Comunque questa decisione dell’Aiba è pura follia“. Ma siamo davvero sicuri che, ad esempio, un Klitschko possa perdere contro qualsiasi dilettante, seppur sulla distanza ridotta delle tre riprese?

Nell’ossessiva ricerca di notorietà da parte dell’Aiba, a pagare sono quasi esclusivamente i dilettanti. Un mondo agonizzante e, di questo passo, destinato all’estinzione, perché ormai privo di una ragion d’essere. Da sempre, l’Olimpiade ha rappresentato l’apice della carriera di un dilettante, solitamente l’ultimo atto di un percorso prima di tentare la strada del professionismo. I tempi, tuttavia, sono mutati. Si cambia tutto in fretta e furia auspicando il rinnovo di fasti ormai perduti, ma forse non rendendosi conto di generare danni a catena.
Il ragionamento di avere i migliori pugili in assoluto alle Olimpiadi, di per sé, è anche apprezzabile. Riteniamo, tuttavia, che andrebbe ponderato per tempo e con la massima meticolosità. Una rivoluzione di questo tipo prevede scossoni di cui non si conoscono le conseguenze e dunque l’ideale sarebbe rimandare il tutto a Tokyo 2020.

Chissà che a salvare la nobile arte non pensino le singole Federazioni nazionali. Quelle di Irlanda e Gran Bretagna, infatti, hanno già fatto sapere di non essere interessate all’impiego di professionisti per non sminuire o vanificare i sacrifici di pugili che per anni hanno sudato e lavorato per il grande sogno olimpico. E’ pressoché certo che anche l’Italia sia sulla stessa lunghezza d’onda, ma non è detto che ciò accada anche in altre parti del mondo.

In ogni caso, se l’Aiba ad inizio giugno ratificherà davvero la proposta di aprire ai ‘pro’, prepariamoci ad assistere ad un’Olimpiade nuova e per certi versi storica, dove per la prima volta convergerà in toto tutto il mondo del pugilato (dilettanti, semi-professionisti, professionisti di tutte le sigle). Inevitabile che un profano si chiederà: perché un dilettante sta combattendo con un professionista? Chissà se l’Aiba avrà pensato anche a questo…

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federico.militello@oasport.it

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