I mali del rugby italiano: gap culturale e mancanza di tradizione

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Le Accademie, i problemi di comunicazione, una piramide mal funzionante, l’assenza di un calciatore. Quattro macro problemi analizzati su queste pagine nei giorni scorsi e tra i principali lati oscuri del rugby italiano. Tutti con radici e sviluppi differenti, certo, ma con un unico denominatore ad accomunarli e, se vogliamo, ad ingigantirli senza offrire sbocchi concreti per porvi riparo: l’assenza di una tradizione solida alle spalle del movimento.

In un momento di crisi come quello attuale, aggrapparsi ad una storia e ad un background importante sarebbe un toccasana non indifferente soprattutto per l’Alto Livello, ovvero la parte teoricamente ‘nobile’ del castello costruito negli ultimi anni intorno al Pro12 e alla Nazionale. Un castello già di per sé di carta, come abbondantemente spiegato nelle precedenti puntata, che non può contare di fatto nemmeno su basi storiche fondamentali per il proprio sviluppo. La palla ovale, del resto, è sempre rimasta uno sport piuttosto di nicchia in Italia, nonostante il forte aumento del numero di praticanti e la popolarità mediatica riservata alla Nazionale. Soltanto ad essa, sia chiaro, perché l’ingresso in Celtic League non è stato certamente accolto dai media sportivi nazionali con grande entusiasmo. Anzi. Il campionato di Eccellenza, poi, è praticamente snobbato da tutti se non dalla stampa specializzata, vuoi per il basso livello della competizione tecnico e commerciale ma soprattutto per la visione piuttosto sminuente che molti italiani – purtroppo – hanno ancora oggi del rugby. C’è chi considera una partita del Sei Nazioni soltanto una grande festa, un’occasione di svago e di divertimento con il culmine del Terzo Tempo, invece di soffermarsi sullo sport in sé e di avere un atteggiamento più critico nei confronti della Nazionale. Che, in casi come questi, è anche l’unica faccia della medaglia vista dagli appassionati più occasionali, inevitabilmente presi di mira a loro volta dai seguaci più puristi di questa disciplina. Una situazione per certi versi paradossale, da cui l’Italia rugbistica non può evidentemente trarre alcun beneficio ma in cui la Federazione sembra invece sguazzare senza porsi troppi dilemmi sul tuturo a medio e lungo termine.

Eppure, la storia di un movimento non si può costruire in quindici anni di partecipazione al Sei Nazioni, per di più con risultati tutt’altro che soddisfacenti e guardando esclusivamente alla punta della piramide, ovvero alla Nazionale. Il cuore pulsante di uno sport (di squadra nella fattispecie), del resto, sono pur sempre i club e tutto quello che fa da sostegno alla massima rappresentativa di un Paese. In Italia, per l’atavica mancanza di cultura sportiva nella penisola, la palla ovale si sta inevitabilmente sviluppando dall’alto verso il basso, con la Nazionale a fare da traino e tutto il resto del movimento indaffarato a cercare di tenere il passo. I rifornimenti, tuttavia, stentano sempre di più ad arrivare e tanti – troppi – club navigano in acque malsane alla ricerca di sponsor e finanziamenti. Jacques Brunel, dal canto suo, lo ha ben capito, come dimostra questa dichiarazione rilasciata nel marzo scorso (fonte: Dazebao News): “C’è una cultura profonda e allargata del rugby in Francia, c’è la tradizione di questo sport, la passione per questo torneo. In Italia si segue la Nazionale perché molti sono stanchi del calcio, ma la maggior parte del pubblico segue la nazionale, non il rugby delle squadre locali”. Frasi che trovano una loro veridicità in quanto scritto qualche riga più su,

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daniele.pansardi@oasport.it

Credit Fotosportit/FIR – Roberto Bregani

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