‘Italia, come stai?’: ciclismo tra ricordi lontani e un presente di ombre

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Anche quest’anno la Liegi-Bastogne-Liegi ha chiuso la lunga agonia dell’Italia nelle grandi Classiche del Nord di ciclismo. Nelle corse di un giorno, da ormai quasi un decennio, il Bel Paese annaspa nelle retrovie, guardando gli avversari (di più disparate nazioni) festeggiare, rimpiangendo epoche di vittorie e trionfi ormai sbiadite nei ricordi. Bettini, Bartoli, Tafi, Ballerini, Rebellin e tanti altri. Nomi che evocano un’era dove spesso le gare più importanti si rivelavano un affare di famiglia tutto tricolore. Il luminoso passato ci mette duramente a confronto con un presente tetro e apparentemente senza una via d’uscita immediata.

Non inganni l’affermazione di Luca Paolini alla Gend-Wevelgem: un successo meritatissimo per un professionista esemplare di 38 anni che ha ancora tantissimo da insegnare ai giovani (e non è un caso che su di lui faccia ancora pieno affidamento il ct Davide Cassani). Dalla Sanremo alle côte belghe, l’Italia non ha davvero mai dato l’impressione di poter provare a vincere. Filippo Pozzato, in parabola discendente da ormai un lustro, non può più essere definito un corridore di vertice, mentre i promettenti Matteo Trentin e Daniel Oss sono stati relegati al ruolo di gregari tra Fiandre e Roubaix. Le chance maggiori erano riposte nella Liegi, ma con chi? Vincenzo Nibali, fuoriclasse delle corse a tappe, non si è mai aggiudicato una grande classica in carriera (e, per farlo, dovrebbe comunque arrivare sempre da solo all’arrivo, non essendo dotato di uno spunto veloce importante); Domenico Pozzovivo, pur cresciuto a dismisura nelle ultime stagioni, resta un outsider incapace di affondare la stoccata decisiva; Giampaolo Caruso, forse il più in forma, ha corso in appoggio del capitano Joaquim Rodriguez; per chiudere con Enrico Gasparotto, buon ciclista, ma ben lontano dal poter competere con i big. Insomma, per centrare il bersaglio grosso sarebbe servito un vero miracolo (oltre che delle gambe decisamente migliori da parte di un Nibali che in questo 2015 non ha mai trovato il colpo di pedale ideale).

Se il presente è nostalgico, il futuro non promette, almeno nell’immediato, un’inversione di tendenza. L’unica speranza concreta nelle corse di un giorno appare Diego Ulissi, rientrato in gruppo da qualche settimana dopo un anno di stop per un controverso caso di doping. Una volta ritrovata la forma migliore, il toscano potrebbe davvero rappresentare il faro del movimento, essendo adatto a percorsi duri e dotato di una volata importante in caso di arrivo a ranghi ristretti. Presumibilmente il ct Cassani plasmerà su Ulissi le prossime nazionali in vista dei Mondiali, a partire da Richmond 2015. Alle sue spalle, però, è terra desolata o quasi. Gli attesi Moreno Moser, Enrico Battaglin e Fabio Felline non riescono a scrollarsi di dosso l’appellativo di promesse mai sbocciate, mentre dalle categorie giovanili i giovani più interessanti approdano in squadre professional che non hanno la possibilità di disputare le corse più importanti. E arriviamo ad una delle cause della crisi del ciclismo italiano: la scomparsa quasi totale di squadre nostrane dal World Tour. Se negli anni d’oro le compagini di casa nostra abbondavano e la facevano da padrone (pensiamo, solo per citare alcuni esempi, a Mapei, Saeco e MercatoneUno), attualmente tra le big del circuito mondiale è rimasta (tra mille sacrifici) la sola Lampre.
Nel passaggio dagli U23 (o dilettanti, per i più nostalgici) al professionismo, esiste una sorta di buco nero. Pensiamo ad esempio ad una squadra che da sempre valorizza le nuove leve azzurre come la Bardiani. Il team guidato da Roberto Reverberi disputerà il Giro d’Italia grazie all’invito concesso dagli organizzatori, così come ha partecipato alla Milano-Sanremo ed all’Amstel Gold Race per lo stesso motivo. E’ rimasta a guardare, invece, tutte le altre classiche, come non sarà presente né al Tour de France né alla Vuelta. I suoi corridori, tra cui proprio Battaglin, non avranno dunque modo di confrontarsi con continuità con i big del circuito mondiale. Con ovvie conseguenze in termini di competitività.

La questione è stata compresa perfettamente dal ct Davide Cassani, il quale non a caso sta lavorando nel modo migliore possibile con le risorse a disposizione. Pensiamo alle diverse gare cui sta prendendo parte la nazionale italiana, composta da tanti giovani cui viene affiancato sempre un veterano a fungere da chioccia (Luca Paolini al Giro del Trentino, ad esempio). Il commissario tecnico emiliano si sta battendo con forza anche per l’interscambio settoriale tra strada, pista ed anche fuoristrada (mtb e ciclocross), condizione ormai imprescindibile nel ciclismo moderno.

Cassani e la Federazione, dunque, stanno investendo su un progetto che poggia su basi solide. E’ lecito intravedere uno spiraglio di rinascita. Tuttavia perché ciò accada serviranno alcuni anni. E pazienza.

Va detto anche, per coerenza, che non è affatto tutto da buttare. L’Italia resta una delle nazioni di riferimento per quanto riguarda le corse a tappe, con Vincenzo Nibali e Fabio Aru tra i primi 5 interpreti al mondo (in attesa di nomi nuovi, come Davide Formolo). A cronometro possiamo contare su un Adriano Malori ormai da podio in qualsiasi competizione (e le prove contro il tempo sono un altro aspetto su cui Cassani sta lavorando per costruire una vera e propria scuola italiana nel settore). Le prossime Olimpiadi di Rio de Janeiro, infine, si svolgeranno su un percorso da scalatori puri che potrebbe esaltare proprio Nibali e Aru (clicca qui per maggiori info).

Una tradizione secolare, però, esige un ritorno al vertice dell’Italia anche nelle grandi Classiche del Nord. Per non continuare a vivere di ricordi.

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federico.militello@oasport.it

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