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Storia del Giro d’Italia: i distacchi minimi e massimi con cui si è vinto

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La storia del Giro d’Italia insegna che la vittoria si può giocare sui secondi ma anche su distacchi abissali. Ai due estremi il Giro del 1914 e quello del 1948.

Nel primo Alfonso Calzolai sopravanza Pierino Albini di 1 ora, 55 minuti e 26 secondi, edizione nota, tra l’altro, per aver avuto la tappa più lunga della storia, la Lucca-Roma di 430 km e la fuga più lunga di 350 km di Lauro Bordin.

Nel 1948, invece, il trionfo spetta alla squadra rosso ramato, capitanata da Fiorenzo Magni che ha la meglio su Ezio Cecchi con un distacco di appena 11 secondi. Quello stesso Magni che con la sua Wilier Triestina, avrebbe rovinato i piani di due coppie inossidabili come Bartali e Legnano, Coppi e Bianchi, ma questa è un’altra storia.

E’ passato più di un secolo dalla prima edizione, in cui gli atleti, con il minimo di assistenza e biciclette di oltre 15 kg, partirono in 127 per arrivare in 49 al traguardo. Il ciclismo negli anni è cambiato molto, sono cambiate le dinamiche delle squadre, il livello è cresciuto e, come tutti gli sport che vanno maturando, che i distacchi sono tendenzialmente calati.

EDIZIONI DEL GIRO COMBATTUTE FINO ALL’ULTIMA TAPPA

Il trionfo di Magni del 1948

Sono state molte le edizioni combattute fino all’ultima tappa. Certamente quel 1948 di cui abbiamo parlato resterà alla storia, non solo per il risultato finale che di per sè lascia la riga dell’albo in evidenza, ma anche per quell’ultima tappa, e quel gruppetto da cinque (tre dei quali della Wilier) intenti a ricucire quello strappo finale di una fuga, quella di Fausto Coppi, che prova a portare a termine un’impresa che, sappiamo, non gli riuscirà. Dietro al gruppetto, Ezio Cecchi riduce i tempi con la corazzata su bolidi ramati che riesce a creare un distacco e, nonostante le polemiche e penalizzazioni per aver beneficiato di spinte “illegali” sul Pordoi, consegna il titolo a Magni, il Leone delle Fiandre, con un margine di appena 11 secondi.

Il Cannibale e la Triple Crown del 1974

Parlando di edizioni del Giro D’Italia che rimangono nella storia per l’ultima tappa, non possiamo dimenticare il quinto e ultimo titolo del Cannibale Eddy Merckx. Superfluo ricordare che il 1974 per il ciclismo rimane tutt’ora uno degli anni da non dimenticare, se non altro per la conquista della Triple Crown proprio da parte del belga che nello stesso anno vince Giro d’Italia, Tour de France e Mondiale, tra l’altro battendo allo sprint Raymond Poulidor e Mariano Martínez a Montreal. Montreal? Di canadesi ne parliamo più avanti.

Parlando del Giro d’Italia, invece, Merckx rimane nell’ombra dalla partenza che quell’anno si tiene in Città Del Vaticano, fino alla tappa di Sanremo, dove tra i rivali ci sono Felice Gimondi, Manuel Fuente, uno dei più grandi scalatori di tutti i tempi, e giovani emergenti come Francesco Moser e Giovanni Battaglin. La sorpresa fu il ventenne Gianbattista Baronchelli, che si mise subito in evidenza.

Fuente dominò inizialmente, conquistando la maglia rosa e accumulando più di due minuti su Merckx. Tuttavia, il belga ridusse il distacco nella cronometro e riprese la leadership quando Fuente crollò sul Passo Ghimbegna, nella tappa di Sanremo. Le tappe decisive furono quelle di montagna: alle Tre Cime di Lavaredo, Baronchelli attaccò ma Merckx resistette, vincendo con soli 12 secondi di vantaggio. Nell’ultima grande tappa verso Bassano del Grappa, Merckx confermò la vittoria. Così conquistò il quinto Giro d’Italia, il terzo di fila, con uno dei distacchi più ridotti nella storia della corsa, appena 12 secondi.

Il Giro d’Italia del 2012: l’impresa di Hesjedal

Se però vogliamo ripescare tra le nostre memorie recenti, di certo non passa inosservata la lotta fino all’ultima tappa del Giro del 2012 e, in particolare, il ritorno del Canada tra i grandi dopo Steve Bauer, quarto al tour de France 1988 con vittoria di tappa. Nella crono conclusiva, vinta da Marco Pinotti, il titolo va nelle mani di Ryder Hesjedal, il primo canadese ad aver conquistato il Giro d’Italia. Sono solo 16 i secondi di distacco da Joaquim Rodriguez.

Andiamo per gradi. Il Giro d’Italia 2012 è uno di quelli che si decidono davvero all’ultimo respiro. Protagonisti assoluti sono lo spagnolo Joaquim Rodriguez e il canadese Ryder Hesjedal, corridore atipico, arrivato al grande ciclismo dopo una carriera nella mountain bike e capace di distinguersi più per resistenza e tenacia che per eleganza in sella. La corsa resta in equilibrio per tre settimane, tra continui cambi di leadership e distacchi minimi. Rodriguez costruisce il suo vantaggio in salita e si presenta all’ultima cronometro con 31 secondi di margine, un bottino che sembra sufficiente ma che non mette al sicuro la maglia rosa. Hesjadal ha ben presente i 3474 km percorsi tra la Danimarca e il Sud Italia e decide che sono troppo pochi per non provarci. Bastano 28 km, tra le strade del capoluogo lombardo e si trova davanti con un totale di 91 ore 39 minuti 2 secondi in sella, 16 di vantaggio.

Quel podio consegna a Ryder, surfista ed ex campione di mountain bike, la maglia rosa, lasciando il belga alla sua destra sul gradino più basso e, per la prima volta dal 1995, nessun italiano nel terzetto delle celebrazioni.

Il Giro d’Italia del 2020: Tao-Hindley

Sono due le lotte dell’ultimo decennio che ci hanno appassionato fino all’ultima tappa. Una di queste è certamente l’edizione 130. Nata in condizioni atipiche causa pandemia, viene posticipata dal 9-31 maggio alle prime settimane di ottobre. Non era mai successo nella storia: se fino al 2010 spesso si era arrivati a svolgere le ultime tappe a giugno, ma non oltre, dal 2011 il Giro era stata totale competenza del mese di maggio. Nel 2020, i colori dei paesaggi cambiano e le temperature sono più miti e con questo cambia anche la preparazione, l’abbigliamento e le strategie di gara.

È il primo caso nella storia in cui i primi due posti in classifica generale alla vigilia dell’ultima tappa riportano lo stesso tempo. Meno di un secondo tra i due amici: l’australiano Jai Hindley 24 anni e il britannico Geoghegan Hart 25 anni. Sono i 15 km conclusivi che determineranno il vincitore dell’edizione tra le più insperate della storia.

Partiamo dai 3345 km prima dell’ultima crono: il Giro prende una piega inattesa già nella terza settimana, quando la corsa perde i suoi favoriti annunciati e si ritrova nelle mani di due corridori che alla vigilia avrebbero dovuto lavorare per altri. Geoghegan Hart resta capitano della Ineos dopo la caduta di Geraint Thomas sull’Etna, mentre Hindley cresce giorno dopo giorno fino a diventare l’uomo più forte in salita. Lo Stelvio sconvolge la classifica: Wilco Kelderman perde terreno, Hindley attacca senza esitazioni e si prende la maglia rosa, mentre il britannico gli resta sempre incollato, sostenuto dal lavoro instancabile di Rohan Dennis. La tappa del Sestriere, con le salite ripetute più volte, sembra destinata a decidere il Giro, ma non rompe l’equilibrio: Hindley scatta, Geoghegan risponde, metro dopo metro, senza che nessuno riesca a fare la differenza. I due arrivano a Milano separati solo dai centesimi, dopo tre settimane di continui ribaltamenti. Davanti a loro restano soltanto quindici chilometri a cronometro, in una città segnata dalla pandemia ma pronta ad accogliere il finale più incerto di sempre. In quella prova contro il tempo il britannico è più preciso, più regolare, e conquista la maglia rosa per appena trentanove secondi, completando una delle tappe più attese nella storia recente del Giro.

Il 2023 e i 14 secondi tra Roglič e Thomas

L’altra sfida che ha tenuto tutti gli appassionati con il fiato sospeso fino all’ultimo chilometro è quella del Giro d’Italia 2023, deciso alla penultima tappa. Per tre settimane la corsa vive sull’equilibrio tra esperienza e resistenza, con Geraint Thomas in maglia rosa negli ultimi giorni e Primož Roglič sempre in agguato, pronto a colpire senza mai perdere contatto.

Il britannico corre un Giro da campione, regolare e solido dall’inizio alla fine, ma sa di avere un vantaggio troppo sottile per sentirsi al sicuro. Tutto si decide nella ventesima tappa, la penultima, una cronometro di appena 18 chilometri tra Tarvisio e il Monte Lussari, salita durissima con pendenze oltre il 10%, terreno perfetto per ribaltare la classifica. Thomas parte con 26 secondi di vantaggio, ma Roglič è più veloce fin dai primi intermedi e, nonostante un problema meccanico in piena ascesa che lo costringe a fermarsi e ripartire su rampe impossibili, trova la forza per rilanciare l’azione e guadagnare secondo dopo secondo. Negli ultimi chilometri il gallese cede terreno, mentre lo sloveno vola sospinto da una folla impressionante accorsa al confine con la sua Slovenia. Al traguardo il verdetto è netto: Roglič rifila quaranta secondi al rivale, si prende la tappa, la maglia rosa e il suo primo Giro d’Italia, lasciando a Thomas l’onore delle armi dopo una delle battaglie più incerte e spettacolari degli ultimi anni. La passerella finale di Roma diventa così solo la celebrazione di un ribaltamento costruito in meno di venti chilometri, ma preparato in tre settimane di equilibrio assoluto.

I distacchi più piccoli di sempre al Giro d’Italia

Fiorenzo Magni 1948 0’00’11” su Ezio Cecchi

Eddy Merckx 1974 0’00’12” su Francesco Moser

Fiorenzo Magni 1955 0’00’13” su Fausto Coppi

Hesjedal 2012 0’00’16” su Joaquim Rodriguez

Gastone Nencini 1957 0’00’19” su Roger Bobet

Felice Gimondi 1976 0’00’19” su Lucien De Muynck

I DISTACCHI ABISSALI: LE EDIZIONI ICONICHE DEL GIRO

1914: il Giro più duro, la tappa più dura, il distacco più duro

Se invece si parla di distacchi abissali, impossibili da immaginare nel ciclismo moderno, bisogna tornare al Giro d’Italia 1914, l’edizione più dura mai disputata. In sole otto tappe vengono percorsi più di 3.162 chilometri, con una lunghezza media di quasi 400 km a frazione e cinque tappe oltre i 400, tra cui la Lucca-Roma di 430 km, la più lunga mai corsa nella storia del Giro.

Per la prima volta la classifica viene stabilita in base ai tempi e non più ai punti, per cui ogni ritardo accumulato durante la tappa diventa reale distacco in graduatoria. Le condizioni di gara sono molto diverse da quelle moderne: strade quasi tutte sterrate, biciclette pesanti, nessuna assistenza e obbligo di provvedere da soli alle riparazioni, portando con sé attrezzi, tubolari e viveri per affrontare frazioni che spesso iniziano di notte e durano anche più di diciotto ore.
La selezione è immediata già nella prima tappa, la Milano-Cuneo di oltre 420 km con maltempo e neve sui valichi alpini, e continua per tutta la corsa tra forature, crisi di fatica e ritiri continui. Dopo la prima tappa si ritirano in 44, e al termine del Giro soltanto 8 corridori su 81 partenti riescono ad arrivare a Milano, il numero più basso di sempre.

Vince Alfonso Calzolari in 135 ore 4 minuti e 19 secondi, senza dominare singole tappe ma mantenendo la miglior regolarità lungo tutto il percorso, con un vantaggio finale di 1 ora 57 minuti e 26 secondi su Pierino Albini, sarà per sempre il distacco più grande mai registrato tra primo e secondo nella storia della corsa. In quella stessa edizione si registrano anche la velocità media più bassa, poco superiore ai 23 km/h, e alcuni dei tempi di percorrenza più lunghi mai visti, come le oltre 19 ore necessarie per completare la tappa Bari-L’Aquila, a conferma della durezza eccezionale di quel Giro.

Il 1949: solo un nome Fausto Coppi

Il Giro d’Italia 1949 è un altro di quelli che, quando si parla di distacchi in classifica generale, obbliga a fermarsi un attimo e a cambiare prospettiva. Perché se in molte edizioni il successo si decide in pochi secondi, in quell’anno la differenza tra il primo e gli altri è di quelle che oggi sembrano appartenere a un altro sport. A dominare è Fausto Coppi, che chiude con 23 minuti e 47 secondi su Gino Bartali e addirittura 38 minuti e 27 secondi su Giordano Cottur, un margine che racconta meglio di qualsiasi cronaca quanto diverso fosse il ciclismo di allora.

Il momento che definisce quel Giro è naturalmente la Cuneo-Pinerolo, un’altra di quelle tappe che ancora oggi vengono citate ogni volta che si parla di imprese impossibili. Coppi parte dopo Argentera e se ne va da solo per quasi duecento chilometri, scavalcando nell’ordine Maddalena, Vars, Izoard, Monginevro e Sestriere, con una serie infinita di salite, discese e anche forature che non bastano a fermarlo. Arriva al traguardo con quasi dodici minuti sul secondo e con la corsa ormai nelle mani, mentre alla radio Mario Ferretti consegna alla storia quella frase che da allora accompagna ogni racconto del ciclismo:
«Un uomo solo è al comando, la sua maglia è bianco-celeste, il suo nome è Fausto Coppi».

Quel Giro non è soltanto una vittoria, ma la definitiva consacrazione del Campionissimo. Il distacco finale, enorme anche per gli standard dell’epoca, resta ancora oggi uno dei riferimenti inevitabili quando si mettono in fila le edizioni con i margini più ampi nella classifica finale del Giro d’Italia, e segna forse meglio di qualsiasi altra corsa il confine tra il ciclismo eroico di quegli anni e quello che verrà dopo.

Il 1965: Vittorio Adorni trionfa con 11′ 26″ su Italo Zilioli

Il Giro d’Italia 1965 è un altro di quelli che entrano di diritto in un discorso sui grandi distacchi in classifica generale, anche se il contesto è già molto diverso rispetto agli anni di Coppi. Il ciclismo sta cambiando, le squadre sono più organizzate, le corse più controllate, eppure quell’edizione si chiude con un margine netto, costruito tappa dopo tappa da Vittorio Adorni, protagonista di una delle cavalcate più autoritarie nella storia della corsa rosa. Alla fine il corridore parmense chiude con 11 minuti e 26 secondi su Italo Zilioli e oltre tredici minuti su Felice Gimondi, numeri che per l’epoca rappresentano un distacco importante e che ancora oggi restano tra i più ampi del dopoguerra. Resta così uno degli ultimi esempi di grande distacco nella classifica finale in un ciclismo ormai avviato verso l’era moderna, dove i vantaggi tendono a ridursi e le corse si decidono sempre più spesso sul filo dei secondi. Proprio per questo il successo di Adorni, con oltre undici minuti sul secondo, rappresenta ancora oggi uno dei riferimenti principali quando si mettono in fila le edizioni con i margini più larghi nella storia del Giro d’Italia.

Il Giro d’Italia 1990: il dominio assoluto di Gianni Bugno

Prima di arrivare agli anni recenti, mi preme fare un passaggio riguardante il Giro d’Italia del 1990 che rimane una delle edizioni più memorabili della storia della Corsa Rosa, grazie al dominio totale di Gianni Bugno. Qui non si parla di distacco clamoroso in chiusura, ma di un controllo costante che fa presagire una chiusura molto più netta sul secondo in classifica riaspetto a quanto poi risulta alla fine delle 20 tappe. Il corridore monzese, reduce dalla vittoria alla Milano-Sanremo, indossa la maglia rosa fin dalla cronometro inaugurale di Bari, imponendosi con 3 secondi su Thierry Marie e 9 su Lech Piasecki, mentre grandi favoriti come Greg LeMond e Laurent Fignon restano a distanze superiori ai 20 secondi.

Bugno conferma il suo strapotere nella tappa di Vallombrosa e nella crono di Gallarate al Sacro Monte di Varese, dove infligge un distacco impressionante di 1’20” allo spagnolo Marino Lejarreta. Anche sulle Dolomiti Bugno dimostra di essere padrone della corsa: nel tappone Dobbiaco–Passo Pordoi gestisce il ritmo sulle salite più dure, dal Passo Valparola al Gardena, dal Sella alla Marmolada fino al Pordoi, rispondendo con lucidità agli attacchi di Charly Mottet e lasciandogli la vittoria di tappa solo per questioni tattiche.

Il risultato è un Giro dominato dall’inizio alla fine: Bugno chiude la corsa con un vantaggio di 6’33” sul francese Mottet e 9’01” sull’italiano Marco Giovannetti. Una performance che lo inserisce nel ristretto novero di ciclisti capaci di guidare la classifica generale dalla prima all’ultima tappa, insieme a Costante Girardengo, Alfredo Binda ed Eddy Merckx.

Il Giro del 1990 consacra Bugno come uno dei grandi interpreti del ciclismo italiano: velocista, scalatore e cronoman completo, capace di distacchi impressionanti in ogni terreno, conquistando una maglia rosa che resterà per sempre simbolo del suo talento e della sua classe ineguagliabile in quell’anno che l’ha reso papà e come dice lui ha accelerato clamorosamente la sua vita.

Il 2006: Ivan Basso, la vittoria dell’8ª tappa e il Bondone

Il Giro d’Italia 2006 è uno degli esempi più chiari, nell’epoca moderna, di vittoria costruita con un distacco netto e progressivo, senza bisogno di colpi di scena nell’ultima settimana. Ivan Basso domina quella corsa con una superiorità evidente soprattutto in montagna, chiudendo la classifica generale con 9 minuti e 18 secondi di vantaggio su José Enrique Gutiérrez, un margine che resta ancora oggi tra i più ampi degli ultimi decenni. Per trovare un distacco simile bisogna tornare al 2001, quando Gilberto Simoni vinse con 7’41’’. Il Giro del 2006 non fu deciso in una sola tappa, ma attraverso una continuità impressionante: Basso controllò la corsa fin dalle prime montagne, colpì nei momenti chiave e arrivò all’ultima settimana con un vantaggio già rassicurante, trasformando le tappe finali in una gestione del primato.

Il 2024: Pogacar meglio di Merkx?

Il Giro d’Italia 2024 ha riportato distacchi che nel ciclismo moderno si vedono sempre più raramente. Tadej Pogačar ha chiuso la corsa con 9 minuti e 56 secondi di vantaggio su Daniel Martínez, uno dei margini più ampi degli ultimi decenni e tra i più alti dal secondo dopoguerra. Per trovare un distacco superiore bisogna tornare al 2006, quando Ivan Basso vinse con 9’18’’, oppure al 2001, con Gilberto Simoni primo con 7’41’’. Quelli del 2024 sono numeri che riportano alla mente un ciclismo di altri tempi, ancora più se si pensa che dopo due settimane e 15 tappe Pogačar ha già accumulato diversi minuti di vantaggio, cosa che al Giro non si vede dai primi anni Cinquanta, dai tempi di Markx. Senza arrivare ai distacchi irreali dell’epoca eroica — come l’ora e cinquantacinque minuti del 1914 o i 23’47’’ di Coppi nel 1949 — il successo dello sloveno resta uno dei più netti dell’era moderna e conferma come il Giro d’Italia 2024 sia stato, almeno nei numeri, uno dei meno equilibrati degli ultimi quarant’anni.

I distacchi più alti di sempre al Giro d’Italia

Alfonso Calzolari 1914 1°55’26” su Pierino Albini

Carlo Clerici 1954 24’16” su Hugo Koblet

Fausto Coppi 1949 23’47” su Gino Bartali

Vittorio Adroni 1965 11’26” su Italo Zilioli

Tadej Pogačar 2024 9’56” su Daniel Martínez

Ivan Basso 2006 9’18” su José Maria Gutierrez

Fausto Coppi 1952 9’18” su Fiorenzo Magni

Eddy Merckx 1973 7’42” su Felice Gimondi

Gilberto Simoni 2001 7’31” su Abraham Olano

Gilberto Simoni 2003 7’06” su Stefano Garzelli

Gianni Bugno 1990 6’33” su Charly Mottet

Charly Gaul 1959 6’12” su Jaques Anquetil

Dal duello deciso per 11 secondi nel 1948 al dominio di oltre un’ora del 1914, il Giro d’Italia racconta un secolo di evoluzione del ciclismo. E ogni edizione continua a ricordare che la maglia rosa può essere conquistata con un attacco decisivo… o difesa fino all’ultimo secondo.

 

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